E siamo luce

Dark with excessive bright.

di Roberto Sajeva
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Arte
N.13 del 15.1.2014
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Chiavi

Né tu contenderai, benigna Notte,
che il mio giovane illustre io cerchi e guidi
con gli estremi precetti entro al tuo regno.
G. Parini, La Notte

Una bella produzione teatrale, presso il piccolo Teatro alla Guilla, all’imboccatura del cuore più umido e labirintico del Capo. Una stanzetta con banco-biglietteria, una ventina di sedie messe a semicerchio per guadagnare in “platea” spazio ulteriore rispetto allo striminzito palcoscenico. Il posto comunque fa il suo effetto, ha un suo quid. Il forte odore di umido sotto la volta a crociera, il legno vecchio tarlato del portone e quello nuovo satinato del palcoscenico, mi han fatto tornare in mente la mia infanzia: quando a Palermo cominciavano ad essere aperti alle attività culturali luoghi come questo, in quel centro storico che, fino alla prima metà degli anni ’90, era oramai da tempo molto poco vissuto se non da chi vi abitava.

Pagato il biglietto, vengono consegnati al pubblico due fogli di carta con i credits e una nota, più evocativa che esplicativa, in cui si manifesta l’entusiasmo del regista, e qui anche interprete, Marco Russo Di Chiara, verso lo spirituale, il mistico, l’esoterico, il magico, il rituale, eccetera. In quella sinossi i passaggi della performance sono accompagnati dai più vari riferimenti culturali (alchimia, filosofie e religioni orientali, antropologia, psicanalisi). Non si tratta infatti di uno spettacolo propriamente esoterico perché, come evidente nelle note citate, mancano l’organicità e la coerenza della disciplina che permea qualsiasi sistema esoterico, manca l’iniziazione. Questo entusiasmo, figlio del filone immediato ed eclettico di cui fan parte la New Age, il neosciamanesimo, eccetera, è evidente proprio nella varietà dei riferimenti, si tratta di un percorso ancora da digerire e integrare. Normale quando ci si avventura in un nuovo campo, oscuro, aggrapparsi dunque a tutti i possibili cardini a disposizione per farsi strada. Normale attaccarsi a Jung (immancabile coi suoi archetipi), anche per legittimare a sé stessi questo sconveniente viaggio nell’analogico.

Se quindi tutto quello svolazzare dal Tao al Corpus hermeticum, dalla fisica quantistica al primordialismo, da un lato possa ingombrare troppo uno spettatore (sia esso profano o attrezzato), dall’altro lato fornisce la possibilità, quasi a chiunque, di trovare almeno un punto di riferimento nel proprio bagaglio culturale per orientarsi.
Questo spettacolo è un salto nell’ignoto per tutti, poiché i performer non sono sacerdoti, sono profani come, presumibilmente, il pubblico. Sono degli entusiasti che si avventurano con l’olfatto nella selva oscura e il loro ottante non è l’iniziazione individuale ma la partecipazione.

Opera al Nero

Sul bordo del sentiero acquattato
come verme che nel fango nasce,
sento la nera angoscia del peccato
e la divina aspirazione al Tutto.
Ramòn del Valle-Inclàn, da Chiave XXVIII
Rosa Gnostica

Lo spettacolo, strutturato secondo uno degli iter simbolici tradizionali dell’Opus Alchemico (opera al nero-morte-putrefazione, opera al bianco-rinascita-purificazione, opera al rosso-apoteosi), inizia ovviamente nel buio e, fra le due ali di sedie, sta in terra Sonia Burgarello, attrice ambrata che come Erigone potrebbe dire di sé “come terra, assetata ebbi la bocca; del mare, che recinge i ferrei fianchi al mondo, la potenza ebbi nel braccio. Negli occhi miei e nelle orecchie mie c’era il vino e la musica del pianto, lo splendore e il fragor della marea”. Vestita di nero rappresenta la materia passiva e morta, il guscio freddo che cova in sé le ultime scintille di vita.
Arriva qui Alessandro Librio che, in quanto musicista, è l’unico iniziato, l’unico sacerdote, e dimostra ciò con la sua disciplina che si esplica, oltre che nel suonare, anche nella misura della sua gestualità.

Trarre vorrei tormento da tormento
come nota da nota e vorrei cogliere
la musica celata del singhiozzo
nella tua gola, le tue membra vive
prendendo, e poi con esse uno strumento
nuovo facendo, che non falla, lira
esperta di molteplici agonie!
Swimburne, Anactoria

Suona e manipola la viola, produce rumori e scricchiolii di legno che si dilata, denunciando la natura assolutamente materica e ancora troppo rigida della Donna Nera. Come recitano spesso le Marteln, cippi funerari bavaresi: è solo un pezzo di legno secco/se non si conosce la via./Chiedi alle tre sante persone/che ti mostrino la via dell’eternità.
Librio, prima delle tre sante persone della rappresentazione, è la vibrazione, il suono, la sillaba “immortale e intrepida” nonché il ritmo che è “tutto ciò che esiste”. Secondo le Upanisad. La Donna Nera è agita da questo rumore doloroso.

Un infelice stregato
nei suoi infiniti brancolamenti
per fuggire da un nido di vipere,
in cerca di una luce e di una chiave;
C. Baudelaire, L’Irrimediabile

Ecco infatti che da dietro le quinte arriva Morte (Linda Randazzo), tutta avvolta di nero e portante in volto la grande maschera di un teschio. Apre un grande ventaglio nero ed ecco sorgere il sol niger preannunciato nelle note.

Non bisogna essere arcimaghi o alchimisti o grandi teologi per conoscere una delle essenziali verità dottrinali della quasi totalità delle tradizioni spirituali: la Morte non è la fine. Trapassare nell’Altrove è continuare la propria esperienza negli assoluti celesti o inferi, lungi dalle ambiguità dei relativi terreni.
La Morte, con tutto il suo carico psichico poderoso e impressionante, è infatti echeggiata retoricamente in gran parte dei rituali di iniziazione.
La Morte è un viaggio buio durante il quale la luce interiore schiude il guscio di materia e tenebra.
La putrefazione, facendo emergere il bianco, duro, puro osso dai tessuti marcescenti brulicanti di vita (per quanto infima), testimonia questa vivacità della morte.
La maschera sorride mentre dalle tenebre s’avanza il Russo Di Chiara, di bianco vestito.

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Opera al bianco

Mi celo negli antri notturni
e non rammento gli austeri prodigi.
All’alba le azzurre chimere
si specchiano in chiari cieli.
A. Blok, Divampano simboli occulti

Alla Donna Nera, passiva, ricettiva, deve stare per forza di cose un Uomo Bianco, attivo, generoso.
Il regista/interprete gigioneggia così in un’incarnazione di un ingenuo ma sicuro di sé Sarastro (il sacerdote solare del Flauto Magico).

Continua così il percorso naturale verso l’ascensione, accompagnato sempre dalle musiche di Librio, un relazionarsi fisico tra Nero e Bianco che parte come studio di contatto, si fa danza e infine gioco, sotto un ventaglio che da nero si fa bianco.
In un gioco di scambi di cinture durante una danza circolare, si evoca l’immagine dello yin e dello yang, per evidenziare ancora più fortemente al pubblico l’eclettismo dietro lo spettacolo.
Ecco allora che una bella risata della Donna Nera, inseminata dalla solare cintura bianca di lui, conduce alla complicità e compenetrazione dei poli opposti maschile e femminile, che però assomiglia più al duetto cinguettante, tenero e birichino di Papageno e Papagena che alle Nozze Alchemiche di Tamino e Pamina.

Opera al Rosso

Io vi assicuro,
colui che una volta ha il fiore del sole,
il perfetto rubino…

per sua virtù,
può conferire onore, amore, rispetto, lunga vita,
dare salvezza, valore: sì, e vittoria,
a chiunque vuole.
B. Jonson, L’Alchimista

Intanto la Morte si è levata la maschera lasciando cadere in terra dei fulgidi garofani rossi, simbolo mediterraneo di vita fiammeggiante, e Linda Randazzo scende dal palco portandosi dietro una lanterna. Un po’ Diogene che cerca l’Uomo, un po’ Demetra che cerca Persefone, prende delle candele dalla tasca, le accende e le passa ad alcuni del pubblico. La sala prende presto così una luce intima, le ombre non son più alienazione ma accoglienza e la performance si avvia alla sua conclusione mantenendo la promessa di partecipazione e condivisione del seme di calore col pubblico. Molto natalizio, very solstice.

Ultimo singulto: l’ambigua parola deva che sta per luce, ma che è dunque accecante e così si spengono le luci.

 

Foto di Valentina Glorioso, regina. (N.d.E)

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