Facebook delle mie brame

Una fenomenologia dell’autoscatto

di Rubina Mendola
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N.8 del 11.12.2013
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Zero,

 non volendo andar nudo, 

s’è vestito di vanità.

(V. Hugo, I  miserabili, 1862)

 

Mi amo da molto tempo, lo ammetto. E sempre ho creduto che intendere l’amor di sé come mera vanità, come compiacimento per la propria imago riflessa o riprodotta su supporto fotografico, fosse uno stadio primitivo e popolare del ben più aristocratico concetto di amor proprio: imperdonabile fraintendimento di quell’amore per se stessi come inizio dell’idillio che dura una vita intera. Biancaneve_-_Specchio1La strega di Biancaneve non era affatto fiera della sua immagine e del suo volto (così come da communis opinio): era, più tristemente, affetta da insicurezza e competizione patologica, disturbi che la portavano a interrogare compulsivamente lo specchio magico per trovar smentita al suo sospetto di essere un perfetto esemplare di Mytilus galloprovincialis*. Come pensava Chamfort, mentre l’orgoglio è calmo, irremovibile, la vanità è vile e vacillante: perché le manca la sprezzatura, l’aristocratico distacco che caratterizza ogni fiero apparire di sé agli altri. L’amor di sé ha a che fare con l’estetica, non con l’etica: dunque è vano, oltre che teoreticamente scorretto, ogni tentativo di moralizzarlo o censurarlo; è una delle tante forme del Piacere (tra le più altre) e della Bellezza: questo non significa che, tradendone il senso fondamentale, non si possa precipitare nel ridicolo o nel patetico. Queste convinzioni si consolidano confrontandosi con le abitudini di moltissimi individui che presso i social network desiderano somministrare ai loro contatti una dose massiccia, talvolta letale, della loro faccia, del loro corpo o parti di esso, più o meno tatuate, più o meno afferenti alle zone erogene. Album dettagliati di sé, un taccuino di immagini che ricorda tanto i referti fotografici autoptici. Il linguaggio parlato ha immediatamente assorbito questa nevrosi o, nel migliore dei casi, indizio di svariati complessi di inferiorità. L’Oxford Dictionary ha decretato che la parola dell’anno è selfie: parola chiave del 2013, indica l’autoritratto fatto con il telefonino e postato sui social network. Il fenomeno selfie è esploso quest’anno: a seconda della parte che si fotografa si parla di helfie (capelli) o di belfie ( fondoschiena) e a seconda dell’attività si parla di welfie (la ripresa del proprio lavoro) o di drelfie (l’autoritratto in stato di ebbrezza). Quest’epica dell’autoscatto a fini esibizionistici possiede un potenziale risvolto socio-antropologico che gli studiosi stanno osservando. USA: LES SIRENES DE HOLLYWOOD             MARILYN MONROE.Pare che il genere sessuale più colpito sia quello femminile: gli uomini non sono immuni, anzi, ma le femmine sono più numerose, quindi mi occuperò di loro, anche se molte cose che dirò sono facilmente traslabili in termini unisex. E’ chiaro: l’intento di tutti questi users non è mai banalmente esibizionistico o di rimorchio o (men che mai!) un dichiarato problema con se stessi, ci mancherebbe. I moventi sono sempre nobilissimi e spiritosi: l’autoironia, il gioco, quando non addirittura (nei casi più gravi) la “passione per la fotografia”.  Ma a bersi queste balle sono rimasti in pochi: Nonna Papera, Topo Gigio e pochi altri. Generalmente, la linea perseguita dalla maggioranza dei social users femminili è proporsi come femme fatale o come rappresentanti onorarie del demi-monde. I tòpoi sono diversi e omologanti al contempo: posticce espressioni pre e post coitali, labbra esposte, bianco e nero che fa tanto mistero, saturazioni stranianti, profili canoviani e tre quarti da modella consumata, languide pose tra guanciali e lenzuola come a esser fotografate da un focoso amante (che, spesso, non esiste). L’ iconoprassi a tema selfie è più ricca che mai: la sagra del dito medio drizzato (da sole o all’unisono con le amiche) sfoggiato a una festucola che si spaccia per cool, zoomate strategiche su occhi trattati con eyeliner vuoti come galassie lontane, posture e sguardi da intellettuale, gambe malamente accavallate da segretaria sexy di paese, immancabili baci lesbo a testimonianza di una sessualità “espansa e sudaticcia”(cit. Nanni Moretti alias Michele), sineddotiche allusioni ritraendo un unico pezzo di corpo. L’idea è quella di auto immortalarsi il più possibile e in ogni modo, senza preoccuparsi di generare un album di profile pictures con ridicoli doppioni della stessa posa. Spesso, a coronare il tutto, sono presenti  le  risibili velleità da tocco autoriale, indicando nella foto l’immancabile ‘ph di Genoveffo Ciuffalbacco’ di turno (quasi scimmiottando la dicitura del courtesy of da star della fotografia di moda) che ovviamente non è un fotografo professionista.

abraham lincoln selfiePer tutti/e coloro che non possono rinunciare a questa pratica perché a corto di un bravo analista che coadiuvi la loro bassa autostima ho approntato un piccolo ma vitaminico breviario, fondamentale per sopravvivere da vincenti a questa compulsione e per sbaragliare i competitors in materia di autoscatto. Tenete conto del fatto che, nei prossimi anni, facce, capigliature al vento, deretani, mammelle e tatuaggi non attireranno più l’attenzione dei vostro contatti: sarà tutta roba obsoleta. Se volete ancora tanti like e commenti apologetici (sensuale!-che fascino!- sei bellissima/o!- che bona/o!-che classe!- una vera diva!- charmant! Etc…) servirà, insomma, una marcia in più. Il vostro obiettivo è superare voi stessi, migliorare la vostra performance d’autoscatto, affinché sia sempre più competitiva nel mercato degli utenti sfigati dei social che non hanno nulla di meglio da fare che sfogliarsi le vostre foto e commentarle una per una. Questi suggerimenti vi accompagneranno a scalare le vette dell’esibizionismo e far sì che lo specchio continui a ingannarvi come piace a voi. Sorvolerò sui consigli basic (evitare di fotografarsi in bagno, in ascensore, sul lettino da spiaggia, insomma, i classici della foto demenziale per antonomasia) e andrò dritta ai punti advanced.

-Evitate di fotografarvi i piedi, smaltati o meno, con scarpa plateau o tacco vertiginoso: l’effetto da battona dei più tristi, lerci e malfamati marciapiedi di Rio è inevitabile. Voi siete delle vere seduttrici, mica delle signore indigenti che si accoppiano per mero bisogno di pagare il mutuo del prefabbricato nelle slums.  Dovete puntare in alto: sembrare una prostituta d’alto bordo. Mostrate solo pochi centimetri di pelle degli arti desiderati allegando numero di telefono e domicilio: il successo sarà inevitabile.

-Non fate assumere alle vostre labbra la posizione da prove-bacio-allo specchio dei temi delle scuole medie: il risultato finale è l’espressione di chi ha svenduto i propri neuroni. Invece di girarci intorno (su, non siate timide!) andate al sodo e battete sul tempo le altre donne in fatto di seduzione online. Dateci un taglio con questo puritanesimo e simulate una fellatio introducendo nel vostro cavo orale un sifone (oppure, per i più esotici, una Musa balbisiana**) e scattate: altro che femme fatale. Sarete la Dea del sesso.

-Se a fotografarvi non sono stati Nadar o Helmut Newton, rinunciate al “ph di…”: invece di pompare l’ego del vostro scattante, contribuirete a renderlo ridicolo; quanto a voi, tutti penseranno che siete dei tronisti frustrati affetti da velleità televisive di quart’ordine. Optate allora per una soluzione più disonesta ma efficace: dite che a scattare la foto è stato davvero un fotografo di fama mondiale ma che, per discrezione, non lo nominate. Questo sì che è un tocco di classe.

-Smettetela col bianco e nero, perché i tempi d’oro delle dive sono finiti e in ogni caso, non hanno visto voi come protagoniste. Inoltre, il clichè donna tenebrosa è innocuo, roba per suorette. Scegliete un più credibile stile a colori: fatevi fotografare al cimitero mentre, munite di vanga, disseppellite una tomba dando una mano al becchino nei lavori di manutenzione. Ora sì che siete una darkettona bella e dannata. Altro che pelle, borchiette e dress code di stampo total black.

-Siete tatuati? Tanto peggio per voi. Ma almeno non scattatevi tatoo per provare il vostro tasso di trasgressione ai valori borghesi, perché fa troppo referto anatomopatologico: scattatevi, invece, mentre provate a tatuarvi da soli aiutandovi con un’ ossidiana ben affilata, squartandovi lembi di epidermide curandovi di mostrare anche il sangue perduto nell’impresa: se non è trasgressione questa, perbacco.

-Osate alcuni artistici diversivi per non annoiare il vostro pubblico ed eccitarlo con nuove, ardite soluzioni estetiche: fotografatevi il cavo orale, una otturazione/piombatura, oppure i peli pubici sparsi sul tavolo e opportunamente trattati con babyliss; o magari scattate l’esito delle vostre eroiche evacuazioni mattutine: se proprio vi piace esibirvi e guadagnare più like alla fine della giornata, questo è il modo migliore. Tutti penseranno che siete dei veri trasgressivi. Me compresa.

-Lasciate perdere le foto che provino che siete festaioli ipermondani, estremi e disinibiti, che attestino il vostro stato di ubriachezza attraverso alcuni monacali dettagli (il bicchiere in mano stracolmo, le risate ebeti, i corpi stravaccati su divani o sedie, il bacio saffico, l’aria da ballerino/a svampito/a): osate ciò che gli altri, i borghesucci o bacchettoni frustrati, non fanno. Fatevi fotografare in bagno, stremati e  pallidi come vermi, mentre svuotate le vostre viscere dalle sostanze incriminate rimettendo nel wc o, in alternativa, mentre alcuni ospiti della festa abusano di voi approfittando della vostra condizione disagiata. Sarete i veri, indiscussi principi dell’ underground.

 

 

*Pietoso mollusco bivalve, volgarmente detta cozza.

**Anche detta banana.

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