Fulvio Di Piazza, Whale, 2014, olio su tela, 30x45cm

Fulvio Di Piazza

Bravissimo. Ma...

di Alessio Mirante
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Arte
N.31 del 12.6.2014
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La Cura

Fulvio Di Piazza, Rastafire, 2013, olio su tela, 30 x 40 cmIl Di Piazza è un pittore che costringe critici e curatori a cavar fuori belle suggestioni linguistiche, ma anche il solito linguaggio formulare da scienziati semiologi. Lo Zanchetta, autore di un testo critico nel catalogo della sua mostra Isola Nera alla GAM di Palermo, non estraneo né alle prime né al secondo, sembra essere comunque l’unica penna ad aver scritto qualcosa di buono tra le mostre degli ultimi anni, tralasciando calembours, très faibles, come “attua[lizza]zione” e “consumato dall’interno (e dall’inferno)”. Partendo dalla Tentazione di Sant’Antonio, parlandone, e non è una critica, come se fosse una scena tagliata da Hellraiser, tira fuori Dalì, poi il subconscio (a dir la verità citando Di Piazza), quindi la cristologia, la follia, l’apocalisse ambientalista, nozioni di antropologia e quasi tutto ciò che resta di tutto quel consono campionario che andrebbe invece evitato proprio per un artista come Di Piazza. Non perché fuori luogo quindi, ma per senso del pudore.

Capisco che se hai un dobermann gli dai un bel nome tedesco, ma evitagli il collare con le borchie.

Il Di Piazza invece subisce sempre persino il taglio delle orecchie e della coda, ne vogliono fare a tutti i costi il Dalì/Arcimbolo del XXI secolo.
C’è poco da dire, tecnicamente è eccellente e questo gli permette, grazie forse anche ad una tendenza paracula, di produrre lavori di grandissimo effetto e facilissima presa. Per chi non lo conoscesse, le immagini allegate parlano da sole, è un genio del capriccio e del fantastico, attraverso di lui risaliamo tutto un filo genetico, e memetico (non mimetico, ça va sans dire, la E non è un refuso), di irrazionalismo ludico che ci porta dritti al manierismo, qualcosa che l’artista non cerca certo di dissimulare.
La prosa di Zanchetta, al netto della semiotica, dei giochi di parole, dei riferimenti e delle domande retoriche, rende onore ad un lavoro che merita più letterarietà che contestualizzazioni, specialmente perché il contesto è veramente infamante e ben venga dunque evadere nel mondo corusco e fumido di Di Piazza, lungi dal postmodernismo, da Lacan, da Deridda, da Breton, da tutto lo zelo storicizzante che affanna artisti, critici e curatori terrorizzati dal vuoto pneumatico di questa Era del Sangue Debole. Lungi anche dalla coscienza dello stesso pittore che, per fortuna, è così bravo da mettere in scena le sue anamorfosi staccandosi anche dal messaggio.

La mostra

I titoli sono roba importante. Oggi come oggi siamo ingombrati da opere “Senza Titolo”, soluzione accettabile forse per la fotografia ma svilente per la pittura. I titoli danno un senso.
In questa mostra i titoli non sono esplicitati, però sono stati dati e nel catalogo sono presenti. Sono in buona parte giochi di parole, una delle forme umoristiche degli ultimi singhiozzi di postmodernismo. Lascerò perdere la colata lavica che, col titolo Caponata, si guadagna il premio per la più fiacca similitudine folkoristica.
Per il resto, la bravura di Di Piazza e quindi la bellezza delle sue opere non stancano mai, anche se il gioco comincia a essere ripetitivo per chi ha già visto altre sue personali.

“A” cross the universe. Tutta la violenza, e l’umorismo, della teoretica palingenesi di Di Piazza è ben rappresentata da questa grande tela due metri per quattro. Un capodoglio-tettonico con algosa epidermide, solcata da geoglifi, come il deserto di Nazca, e consumata sul muso rivelando una polpa radicolare. La balena, ingombra di monti, boschi, pustole magmatiche, ma anche di segni di antropizzazione, come un dolmen in prossimità del vulcano-sfiatatoio, è cavalcata da un’altra grottesca figura di terra, erba e corteccia che si tiene la pancia. Sotto, un mare-suolo divelto da correnti concorrenti, dove la cresta spumeggiante delle onde di terra è resa dall’immancabile tenera erba. Sopra, un cielo altrettanto tumultuoso in cui nubi densissime, lobate e tentacolari creano o semplicemente avvolgono caldere magmatiche celesti.
Fulvio Di Piazza, Across the Universe, 2013, olio su tela, 200x400 cm

Netturbo e Ratspiderbat sono due tele notturne. Très arcimboldesques. In queste emerge visibilmente una poetica dark che, passando per le atmosfere di Tim Burton, ci fa risalire fino ai fratelli Quay, a Svankmajer e quindi a Praga con tutto quello che ci può venire in mente dal Golem al solito Arcimboldo.

Due buchi neri e Grandi rivelazioni. Grandi con la G maiuscola è De Grandi, uno dei massimi pittori della Scuola di Palermo, ritratto qui nella forma di nume elementale del fumo e della materia tabefatta. Titaneggia oltre una coltre di nubi rosata da un aureo tramonto che ne mitiga la solenne, sulfurea presenza cosmica.foto (4)

Fango. Un bigliodromo per comete crepitanti, creato dalle scie di alcuni demonici capodogli che sembrano essersi composti da un lieve addensamento della stessa fluida creta che attraversano. Roba d’àpeiron che funziona sempre.

Pacific. Qui, più che altrove, sarebbe inutile tentare di capire di cosa sia il risultato la scena che ci ritroviamo davanti. Impossibile capire cosa sia, cosa sia stato o cosa stia per essere animato. Impossibile capire in quale momento ci ritroviamo nell’altalena tra catastrofe e pace, tra ripresa e decadenza. Contorsioni vegetali secche ma piumate della solita algosa vita. Solo qualche lucore tenuo, come di finestra o uscio di luogo abitato, un pesce sconcertato da qualche visione o dall’improvvisa coscienza acquistata o perduta e dei segni fiammanti e fumanti, che rammentano decorazioni natalizie o trattati astrologici rinascimentali, danno il segno che qualcosa funzioni ancora, che il motore immobile non sia irrimediabilmente spento. All’orizzonte ancora le nubi dense e minacciose, con caldera magmatica, mentre la volta celeste è affollata da nembi più confortanti.

Isola Nera. Il lavoro nettamente più impressivo, anche grazie all’allestimento teatrale, in un grande ambiente obumbrato. Un diorama, un plastico della Sicilia come di solito la dipinge lui, una zollaccia deformata, come una fetta di torta mezza squagliata, staccata dalla crosta terrestre e appiccicata al muro col magma dell’Etna che gocciola come gravità vuole.
Tutto attorno flutti o spruzzi di Capodogli bituminosi e cirrosi eruttati da maccalube rivelanti i soliti bagliori magmatici in un’agitazione di fango grigio.

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