I migliori pixel della mia vita

Cronaca di un videogiocatore incallito

di Nicola Franco
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N.22 del 19.3.2014
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Diciamoci la verità, se dovessi chiedere in giro quale sia stato il periodo più felice della vita di molte persone, la maggior parte farebbe luce sulla propria infanzia. Un tempo incastonato nella mente per la sua libertà, fantasia e immaginazione che viene ricordato durante inaspettati frammenti quotidiani con un brivido di felicità lungo la schiena. Un argomento che generalmente unisce e rende possibili relazioni sociali destinate spesso  a trasformarsi in durature amicizie. Si dà così sfogo a un elenco interminabile di cartoni animati, dolci forni, Gira la moda, giochi di società come il dimenticato Brivido, merendine scadenti ma inspiegabilmente deliziose e una serie di film caratteristici bloccati nel nostro sistema nervoso. Un’altra costante, soprattutto per il pubblico maschile (non riesco tutt’ora a spiegarmi perché), è l’impronta che i videogiochi dell’epoca hanno lasciato nei nostri cuori. Ammetto di essere quasi sempre il primo, o uno dei primi, ad aprire le porte di questo universo passato per ripercorrere i momenti videoludici salienti della mia perduta giovane età, condividendoli con altri appassionati e amatori. Tra un discorso e l’altro viene fuori costantemente un particolare riguardo verso i giochi più datati, adesso comunemente chiamati Retro Games, aprendo così un immaginario vaso di Pandora. Da qui in poi seguono racconti di svariati momenti passati davanti alla televisione in compagnia delle nostre ormai antiquate console casalinghe, e dei titoli che giocavamo assiduamente fino alla fine per soddisfazione e orgoglio, o per poterci vantare col nostro compagno di banco.

Personalmente ho iniziato a muovere i primi passi all’interno di questo teatro “pixeloso” con lo storico Nintendo 8-bit, con cui ho avuto modo di assaporare le gesta del baffuto idraulico italiano e provare le gioie della pistola Zapper con Duck Hunt; i miei non avevano idea che quel regalo fosse solo il primo passo per la creazione di un mostro. Dopo qualche anno di pratica e una fornita serie di cartucce che genitori e parenti hanno comprato a sangue papale, ha fatto capolino il successore del NES con i suoi 16-bit e la pubblicità con Walter Zenga e Jerry Calà. Il Sega Mega Drive (o Sega Genesis) ha segnato la mia infanzia nello splendore delle sue sprites colorate e definite, accompagnate da un suono e una lista di giochi davvero impressionanti. Altered Beast è stato il mio primo contatto con quella console, a cui tutt’oggi sono molto affezionato, e credo di potere affermare che la sua improbabilità e bellezza vadano oltre l’umana comprensione. Un gioco che ti entra dentro con Altered Beastarroganza e crudezza e ti catapulta immediatamente in un contesto ostile senza spiegare nulla, travolgendo il giocatore con l’impresa di un eroe antico risorto dalle ceneri per contrastare il Dio dell’oltretomba e salvare la figlia di Zeus; avevo già detto Sonicche era improbabile? Senza contare che il guerriero è perennemente in mutande e alla fine del livello gli viene data l’opportunità di trasformarsi in una bestia furiosa come un lupo, un drago, un orso (sì, avete letto bene) o una tigre, il tutto dando voce a un irresistibile lamento che sfoga quando capita di morire e perdere la partita; il ché avviene praticamente sempre, considerando l’immotivata difficoltà. La struttura punitiva di questo classico riporta alla memoria echi di imprecazioni e pad lanciati per terra con violenza, come aveva già insegnato la dura lezione di Ghost ‘n Goblins della Capcom. Solo un velocissimo riccio blu è riuscito a curare le mie ferite da giocatore e diventare il mio nuovo faro nella notte. Di Sonic ho dei bellissimi ricordi e che ci crediate o no non sono collegati al gioco in sé, bensì alla mia boria e convinzione di potere conquistare le giovani ragazzine (anche più grandi di me) con un sapiente uso delle azioni di gioco. Quel pomeriggio d’estate in cui il mio primo amore fanciullesco, la figlia di un caro amico di famiglia, è venuta a farci visita come di consueto, ho avuto la brillante idea di rapire la Street fighter 2sua attenzione mostrandomi impegnatissimo a quel gioco e facendo vedere la mia bravura. Avrei dovuto capire che non sarebbe stata una mossa azzeccata, ma il mio istinto di bambino rincoglionito mi suggeriva di andare avanti e mostrare tutte le mie abilità. Inutile dire che non sono stato minimamente notato, anzi salutato con fastidio e oltrepassato con indifferenza; quel giorno ho capito che generalmente donne e videogiochi non vanno troppo d’accordo. Sembrava che le arti videoludiche negli anni ’90 fossero l’epicentro della follia legata a qualche istinto primordiale di supremazia, dominazione e possesso pronto a esplodere e interrompere il silenzio come un fulmine a ciel sereno. Un episodio su tutti quello del mio evidentemente disturbato compagno di banco che voleva vietarmi l’acquisto della cartuccia di Aladdin, tranquillizzandomi con la promessa di prestarmelo non appena l’avesse portato a termine. Ecco fin dove un bambino riusciva a spingersi condotto dal suo spirito agonistico, non farlo comprare a me significava finirlo prima e pavoneggiarsi del successo, beandosi del fatto che non l’avrei comunque posseduto per giocarci a piacimento e magari diventare più bravo. Chiaramente il suo avviso non è stato seguito, dando così vita a spiacevoli dissapori in classe che si sono protratti più della guerra di Troia. Parlando di competitività non posso non citare i pomeriggi trascorsi davanti a Street Fighter 2, nelle molteplici espansioni turbo e super, contornati da un vergognoso gioco scorretto che comprendeva l’invasione del joypad altrui schiacciando bottoni a caso, e movimenti improvvisi per disorientare l’avversario e portare a casa l’incontro. Se chiudo gli occhi posso ancora sentire il suono metallico delle voci dei lottatori, che regalavano a noi   bambiniCastlevania ignoranti in materia linguistica mille interpretazioni diverse di una mossa speciale decantata durante una precisa sequenza di tasti; tra queste, alzi la mano chi non ha mai urlato “tazmacchespruchen” al posto dell’originale tatsumakisempukyaku di Ryu. Una menzione importante va alle colonne sonore e ai leggendari temi musicali in midi che hanno saputo ritagliarsi uno spazio ben preciso, dando vita a sonorità che nessuno oggi è riuscito a superare, nonostante il coinvolgimento di eccezionali orchestre sinfoniche dirette da indiscussi maestri del settore. Un esempio di inebriante e accattivante musicalità Megamanpuò sicuramente comprendere i primi tre capitoli di Castlevania con Vampire Killer e Bloody tears, quasi tutti quelli di Megaman e Ducktales con la strepitosa Moon theme. Il fascino di queste musiche riecheggia perennemente senza mai stancare, scatenando al primo ascolto una spasmodica voglia di fiondarsi davanti a un emulatore (per chi non avesse l’opportunità di accendere le vecchie console) e rituffarsi furiosamente in quell’insieme di pixel animati. Mi capita continuamente di soffermarmi sul motivo per cui proprio questi giochi siano rimasti così indelebili nel tempo e non credo che la risposta risieda nel valore affettivo, quanto invece nel potere creativo che accende l’immaginazione. Se si pensa a quei lavori si evidenzia naturalmente un aspetto grafico apparentemente spoglio che in realtà, proprio per la sua essenzialità, rivela un’anima personalissima che gli conferisce spessore risvegliando la fantasia del giocatore attraverso dei codici riconoscibili. Bastano quattro elementi o giù di lì per rendere efficace uno stage, un livello, una caratterizzazione di un personaggio e far sì che il gameplay risulti coinvolgente nonostante la scarsa rilevanza visiva. Sinceramente ho sempre detestato e anche un po’ compatito i giocatori troppo legati all’impronta grafica e poco alla struttura in sé, considerando i lavori videoludici più alla stregua di un piatto da ristorante di lusso, spesso palcoscenico di sapori deludenti guarniti con una deliziosa salsa aromatica per nascondere il gusto originale. A differenza dei vari Call of Duty, Grand Theft Auto, Assassin’s Creed che spopolano e continuano a fare furore soprattutto tra quelli che si fanno incantare restando imbambolati davanti a tutte quelle patinature, i primi passi delle console d’altri tempi conservano l’essenza e soddisfano le esigenze di ogni videogiocatore che si rispetti; mi riferisco chiaramente a quello che è il termine stesso che identifica il prodotto, ovvero il gioco. Oggi qualche casa di sviluppo controcorrente, come From Software, ha deciso di seguire questa visione e regalare capolavori come Dark Souls, volti a fare immergere lo sconfortato appassionato dentro una delle esperienze ludiche più curate degli ultimi vent’anni, seguendo una linea più vicina al mio concetto e appagando col tempo, e una serie infinita di morti, ogni possibile richiesta degli utenti. Alla fine si ritorna sempre al punto di partenza: l’uomo senza la fantasia e la creatività è un guscio vuoto che aspetta solo di essere riempito. Se anche solo una persona leggendo queste righe fosse stata convinta dal mio ragionamento, la pregherei di accendere la sua vecchia console, emulatore o quant’altro e fare una partita a uno dei suoi giochi preferiti del passato per illuminare la giornata. Ora scusate, ma ho la partita di Dark Souls 2 in sospeso da troppo tempo e il prossimo boss mi aspetta.

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