Il B/N di Andy Stott

L’uomo nella città

di Marco Sciarrino
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Musica
N.16 del 5.2.2014
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In realtà, non avete bisogno di qualcuno che vi guidi all’ascolto della musica di Andy Stott. Non avete neanche bisogno di qualcuno che vi commenti qualche aneddoto o ciascun brano della sua discografia. Poche volte mi è capitato di trovare così poche parole per descrivere un artista o, in ogni modo, d’invitare il lettore a fare da solo. Se mai vi capitasse di avere tra le mani un disco di Andy Stott, assicuratevi di non aver letto nulla di lui, perlomeno nulla che ne descriva nei minimi particolari il sound. Non che Andy sia impenetrabile, imperscrutabile o Dio sceso in terra. Sarebbe semplicemente superfluo: la musica di Stott è un viaggio a sé. Dovete solo ascoltare. Mettervi le cuffie e guardarvi attorno. Immergervi nella sua musica e sguazzarci come un pesce. Vi piacerà. Ma se mentre ascoltate Andy Stott volete leggere qualcosa su di lui, fatelo almeno con leggerezza.

interna 2 - credits florin pantilimonGli ultimi dischi di Andy Stott sono da ricondurre a una soggettiva illustrazione del circondario urbano, voi compresi, che trae ispirazione dai luoghi postmoderni della vecchia Manchester, da quella Oldham, casa di Andy, che è stata il fiore all’occhiello della rivoluzione industriale inglese di fine Ottocento: i vagoni dei treni che vanno e vengono; le luci soffuse assorbite dall’asfalto appena fatto; le vecchie credenze andate in rovina e rase al suolo; la melodia e la melanconia del rumore. Segni indistinguibili di un contesto universale che è, in fin dei conti, seduzione pura, inquietante e lunare. La musica di Stott è la poesia di un’epoca decadente e gotica, che attrae tutto ciò che la ricorda come un buco nero.

In termini puramente musicali, quello di Andy Stott è un assalto razionale e, al contempo, mistico all’elettronica contemporanea. È un distillato di diavolerie sonanti che sono uscite dalle messe nere di casa Propellerhead. Inserti industrial filtrati a dovere fanno da cornice al crepuscolo dell’uomo, schiavo di quel dualismo che lo vuole, da un lato, visionario e, dall’altro, futurista. Ogni brano di Stott, ascoltate bene, è carico di tensione spirituale, ma anche di controllo. Ogni brano di Stott è illustrato da un disegno geometrico fatto a tavolino che si forma e si trasforma attorno all’esplosione dei vangeli dell’EBM: acid, techno, dub, breakbeat e chi più ne ha più ne metta. I suoni sono puliti, maniacalmente perfetti. Girano attorno all’estetica della bass line gonfiata al massimo, che ora prende un’accelerazione penetrante, ora si sofferma a decifrare i dettagli, ora diventa ossessiva. Prendono la forma d’industrie metallurgiche, di auto in corsa, di luci al neon che vengono rappresentate in quel teatro dance che Stott mette a vostra disposizione negli ultimi lavori.

interna - credits florin pantilimonLe registrazioni di Andy Stott, però, sono labirinti sonori in cui non è facile districarsi: la quantità non c’entra nulla, è la qualità, non solo stilistica, a disorientare. C’è della solennità distaccata e oggettiva nei brani di Andy, è vero, e questa non ha bisogno di particolari spiegazioni: la maggior parte dei produttori elettronici è feticista con certe apparecchiature. Ma c’è anche un certo pathos che rende i brani meno vicini al conscio. E li rende più maturi rispetto al meccanico tunz tunz. È semplice smaltare dei synthscape o costruire palazzi con il suono. Non è proprio semplice, ma è l’ordinaria amministrazione per un produttore elettronico visionario. È invece difficile dare un’impronta umana alla sofisticazione, mettere dei pupazzi di carne dentro i palazzi.

Non è un caso che i soggetti raffigurati nelle cover art degli ultimi tre dischi di Stott siano cromati di bianco e nero: suggellano un sound valido per ogni spazio e tempo. I primi due, Passed Me By e We Stay Together (2011, Modern Love), entrambi pubblicati come EP a distanza di sei mesi l’uno dall’altro, riprendono in posa il folclore africano. E del resto potete ascoltarci certi vibe tribali. Sono tanto originari quanto sovrannaturali, perché è questo che vuole fare Stott con la sua musica: rappresentare la disgrazia prima dell’urbanesimo giocando con il suo antenato. Il terzo disco, Luxury Problems (2012, Modern Love), presenta nella cover art l’immagine sospesa in aria di un’atleta mentre esegue un tuffo impeccabile. Alla messa in posa si contrappone, quindi, la tensione dell’atto. Due punti che, ricongiunti, rappresentano l’inizio, il seguito e la fine di un discorso più ampio sulla città: sulla sua religiosità primitiva, sulle sue apparenze armoniche, ovvero, un discorso sulla negazione dell’uomo.

Dietro Andy Stott si nasconde l’evoluzione della techno music così come la conoscete, affannata nel ridipingere le mura della città di nero o a scavare in fondo, nel cemento, alla ricerca dell’abisso umano. Il deep di Stott, ecco, vedetelo come una colata catrame che vi si riversa addosso. Però non vi disturba starci sotto, lo trovate naturale.

Quali che siano le forme espressive utilizzate, resta lo stile unico di un produttore elettronico fluido e materiale. Un atto di fede, quello di Stott, verso la musica elettronica, pieno di minuzie, di oscurità e di romanticismo che rende il suo sound raffinato e innaturale. L’ode a quella catena di montaggio umana che è il ciclo della vita: una progressione di ritmi che si muovono organicamente per costruire l’imperfezione nella perfezione, la spiritualità nella logicità. L’uomo nella città.

Immagine di copertina di Matthew Lilly
Immagini interne all'articolo di Florin Pantilimon
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