Il Festino delle Vanità

Il carro e la peste

di Rubina Mendola
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N.34 del 18.7.2014
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La verità è resistente.

Non scoppia come una bolla di sapone appena la tocchi.

No, anche se la prendi a calci tutto il giorno,

la sera sarà tonda e piena.

(O. W. Holmes, Il professore alla prima colazione)

Van_Dyck,_Santa_Rosalia_incoronata_dagli_angeliL’incantesimo del vuoto possiede un’alchimia segreta che, come l’ignoranza, si tramanda da una generazione all’altra. Nelle buie grotte del provincialismo é grande la voga nel compiacersi d’ogni cosa che abbia un sapore pagano, esaltarsi per le contaminazioni del sacro col profano: è la piccola consolazione di quanti han desiderio di insaporire un piatto povero spolverandolo di spezie. La pietanza scondita è il capoluogo palmizio il cui nome suona ‘Palermo’ e la spezia è il carro della santa, la droga collettiva che eccita e insuperbisce tutti: gli intelligenti, i popolani, gli imbrattatele, le firme del giornalismo locale, i nobili (eretti e decaduti), le parrocchie, gli avanzi di galera. Il santuario presso cui l’istinto del gregge ha posto la statua votiva della più pigra pusillanimità non è mai stato così colmo di doni alla divinità. Ci venga concesso ancora un ruffiano valzer di do ut des, prego: comprarsi il favore dei Numi non è difficile per una cittadinanza così abituata al macabro voto di scambio, all’inciucino, al gioco dell’intrallazzo mascherato da ambizione, alla mafia (culturale, criminale, salottiera, politica) come sfondo di ogni cosa ideata, approvata o apparentemente lecita. Da che abito questa terra ho sempre disertato il fistinu: il mio empirismo eretico di pasoliniana ascendenza, unito a un salubre ateismo, mi ha permesso di non “prestar fede a questi gingilli ingannevoli”, rafforzando la mia diffidenza verso ogni forma di credulità religiosa e verso qualsiasi feticcio sacro. Mai preso parte a questo giogo di chiassosa popolanità per cui avverto placida repulsione (tanto amato invece da nobiltà e borghesia, che in quel giorno gioca all’ebbrezza di mischiarsi e confondersi con la folla, e apprezzato dai bohemienne, affetti da possessioni magico-esoteriche, i quali trovano l’evento spiritualmente galvanizzante e ispiratore di creatività, catalizzatore di variopinti aneliti artistici). Neppure in età da scuola media (epoca dell’esistenza in cui ci si sente volentieri attratti da contesti stradali luminosi, lastricati da lazzi e zuccheri filati) avvertivo la necessità di una fascinazione per questo circo “sacro”. Eppure so tutto quello che c’è da sapere -oltre che per mezzo di informatori segreti- per grazia di un vicinato dedito anima e corpo a finanziare e architettare baldacchini, a strutturare cabine di ex voto e portantine.

Dio ci scampi anche dai santi!

(G. Bernanos, Diario di un curato di campagna)rogo-delle-streghe-praga

Questa Palermo, sempre più stanca, povera e arrangiona, trascina la sua statuetta sacra per sperimentare, una volta l’anno, quel brivido in più che illude i morti d’esser vivi ancora. Una volta tanto, si mettano dunque i buoi innanzi al carro e non si abbia paura di accettare l’ordine naturale delle cose. L’ordine prevede anche una certa dose di coerenza; se è così, la patronessa della città di Palermo non poteva non reggere in mano un teschio: una civetteria che non disattende la realtà delle cose ma ne è la più calzante corrispondenza. Non c’è alcuna mitologia e nessun appeal in una città che deve essere protetta dalla morte. E non c’è niente di attrattivo nella demonicità di un luogo che è tale non perché destinato a una gloriosa sorte simbolica votata a rappresentare leggende e miti (magari letterari) ma perché tristemente afflitto dalla miseria di un’indigenza esibita, dall’abbrutimento dell’ignoranza, dal malaffare nelle piccole e grandi manovre (nei “palazzi”, negli attici d’artista così come in insospettabili stanzette borghesi). Assisa in trono con scettro a forma di autocompattatore, Palermo è l’unica vera icona cui la tanto invocata Rosalia si consacra, non il contrario. Perché in effetti pure i santi devono plasmarsi a immagine e somiglianza della peste che è Palermo. Curioso rovesciamento dialettico dunque: se la peste è la città, la santina allora deve liberarci dalla città di cui essa è protettrice. Impossibile.

La superstizione reca in sé qualche immagine della pusillanimità.

(M. de Montaigne, Saggi)

lumacaLa lenta e irreversibile discesa di Palermo, lungo crinali di Inferi sempre più abominevoli, è una calamità che merita d’esser rappresentata con ogni pretesto possibile: per ottemperare allo scopo vale la pena scomodare una reliquia che fin su da un monte si cala fin quaggiù. Vedo Satana cadere come la folgore, direbbe Girard., lo si vede abbattersi su questa città con dimestichezza impunita e irriferibile. Il Demonio però qui non è altri che l’agglomerato urbano dei violenti abitatori di Palermo, non una potente entità inafferrabile: il male qui è esattamente cavalcare il margine che separa il Bello dal brutto per gettarsi a capofitto nel secondo, ingaggiando una sfida costante al comune senso del pudore estetico e intellettuale. Il fistinu è il pretesto ludico migliore per celebrare una città fantasma che si desta e si addormenta sempre sotto il segno dell’amor vacui, avida di sfarzi, lussi e luci della ribalta in misura direttamente proporzionale alla sua impotenza culturale. Esibizione di folklore che annaspa nel degrado, il party cittadino dedicato alla santina Rosalia (dea mediterranea che può tutto, anche far sentire allegroni -invece che morti- i palermitani per un giorno) è uno spettacolo abusivo e stucchevolmente barocco, uno slancio di vitalismo posticcio privo di qualsiasi verosimiglianza con quello che è il vero volto della città, un volto deformato dall’arraffo, povero, arretrato, visibilmente provato da una qualità della vita tra le più basse d’Italia. Non è strano allora coltivare perplessità nell’udire le esplosioni dei fuochi d’artificio che, svettando nel cielo, hanno paura di cadere: anche loro sono indignati all’idea di rovesciarsi al suolo se il suolo è la terra palermitana, luogo dove crimini, delitti e misfatti si moltiplicano al rintocco delle campane della cattedrale.

Gli scommettitori sanno che il cavallo chiamato ‘Moralità’

raramente va oltre il palo,

laddove il ronzino chiamato ‘Proprio Interesse’

corre sempre una buona gara.

(W. Whitman)

Profanare o parodiare il sacro è un’attività caldeggiata dai cultori della provocazione; ossequiarlo è il vezzo dei soldati del buongusto; rivalutarlo, l’ultima moda degli opportunisti per approssimazione. I cittadini palermitani hanno per compagna la noia e per suocera il politically correct arcivescovile: da queste mostruosi accoppiamenti nascono le peggiori figliate. Ecco spiegato il movente e l’alibi che ha condotto trecentomila persone a seguire la micidiale sfilata del carretto in partenza dalla Cattedrale. Pensare di farlo trainare da sessanta donne, poi, è l’idea un po’ ruffiana che ha reso ancor più disperata l’impresa di introdurre, anno dopo anno, delle “chicche” di presunta innovazione; sempre per questa compulsione di rinverdire questa parata folkloristica per giustificare, nella sacralità della tradizione da perpetrare, lo scandaloso spreco di denaro e annientare i sensi di colpa. Speculare sulla santissima santa è la marcia in più, l’eureka! vincente per ogni degno protagonista della scena culturale palermitana. Così che, declinare la santità in un corredo di varianti funzionali all’occasione, è un coup de théâtre molto praticato nel nostro tempo e di sicuro effetto per quanti volessero un autentico miracolo rosaliesco last minute: far parlare di sé. Non è difficile comprendere che si tratta della più classica corsa a chi la spara più grossa. Trasfigurare la Signora Sinibaldi non si può, si deve: prima in ragazza della porta accanto, poi in gadget-mascotte proto femminista tascabile, ora in dea pagana, ora in un’icona pop. Tante sintomatologie diverse quanti sono i mali di questa città: la mancanza di (reali) stimoli, la latitanza di una vera (credibile) leadership artistica e culturale, l’estinzione di una sorgente prolifica di idee. Questa volta, nel festino al femminile 2014, il carro trionfale si fa trainare da 60 donne palermitane (“operaie, casalinghe, psicologhe, stiliste, scrittrici, artiste, musiciste esponenti del mondo politico e sindacale”): didascalica e ingegnosa folgorazione (quasi etnoantropologica) per nobilitare, con istanze d’impegno femminista, un evento che dovrebbe rimanere coraggiosamente ancorato alla sua originariamente popolana e de-intellettualizzata vocazione religiosa di stampo folkloristico. Invece no, deve violentemente intervenire il fattore di emancipazione coatta: deve, retoricamente, “divenir momento per innescare riflessioni altre.”

La povertà non è un vizio; ma la miseria, la miseria è vizio..

Nella povertà voi conservate ancora la nobiltà dei vostri sentimenti innati;

nella miseria, invece, nessuno mai la conserva. 

(F. Dostoevskij, Delitto e castigo)dottore-peste-prokulus-museo-naturno

Il fistinu dovrebbe abbandonare le ipocrisie e abbracciare una stagione più sincera, coraggiosamente understatement. Esser soltanto più ‘vero’, spogliato di quella patinata falsità con cui s’ammanta. Dunque più povero, e così più vicino all’identità della città che lo celebra. Il Panem et circenses giovenaliano è una locuzione strategica che Palermo non può concedersi: troppo povera e degradata persino per stordirsi e troppo ignorante per prendersi gioco di sé. Vedere un mendicante travestito da Re di Francia non è romantico, è incommensurabilmente triste. Qual è infatti lo spettacolo più imbarazzante che un Comune può offrire? Uno show-sperpero di denaro pubblico, in periodo di apocalittica crisi economica. Obiettivo? Finanziare le superstiziose parate dei santi. La consuetudine del temibile “Fistinu”, fregiato col bollino d’oro di patrimonio immateriale d’Italia, si è avverata anche questa volta: festaccia indecente che piace tanto alla mafia, carrozzone di mangiamangia e soldarelli sospinto orgogliosamente mentre la città è sotterrata dall’inquinamento, ribolle d’immondizia, s’annaffia di percolato, va costantemente a fuoco per ignota mano dolosa e ammorba i suoi abitanti a colpi di macro-illegalità, disoccupazione, soprusi e inciviltà. Gli abitanti del centro storico, già soverchiati in tempo di pace da ogni sorta di degrado, sperimentano, in tempo di guerra-festina, il parcheggio impossibile, il caos totale delle strade, l’impatto con “persone” del vicinato (alias avanzi di galera) che improvvisano gigantesche tavolate di massa (“ornate” con pentolame di pasta con le sarde e agliosamente graveolenti lumache bollite) sul suolo pubblico: il tutto, ca va sans dire, rigorosamente non autorizzato). Dormiremo sonni teneri e tranquilli: il melenso esercizio di spacciare il degrado per folkore è riuscito anche questa volta.

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