Intervista a Ernesto Tomasini

Artiste Extraordinaire Seconda Parte

di Carlo Miles Prestia
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N.15 del 29.1.2014
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Come preannunciato, continuiamo il nostro viaggio attraverso l’affascinante mondo di Ernesto Tomasini. In questa fase abbiamo tentato di approfondire i molteplici aspetti della sua arte, ma anche della sua carriera musicale che, in Italia, non è ancora ben nota a tutti. Ritualità, trucco e performance, Cabaret e “Quarta Parete”, evoluzione della Macchina Attoriale. In attesa dell’Aida di Roberta Torre, in scena dal 19 Febbraio, ecco a voi la seconda parte dell’intervista all’Artiste Extraordinaire Palermitano.

Ho visto una tua performance con il progetto Almagest! e la tua interpretazione mi ha fatto pensare a una sorta di Cabaret d’avanguardia, in cui fra l’altro combini stili cabarettistici di diversa provenienza geografica e in lingue diverse…
In camerino, Teatro Lara, Madrid, 2010 (foto Gabriel Toso)
Assolutamente, perché io fra le altre cose sono uno studioso di Cabaret, quindi aldilà di quello che faccio, c’è anche quello che so ma che ancora non ho mai fatto. Come appassionato di questo mondo cerco di stillare quà e là cose che ho appreso. C’è il Cabaret dell’Est Europa per esempio, che è un mondo stupendo e sconosciutissimo, anche per via della lingua che non ne rende facile la comprensione. Ho CD su CD di comici ungheresi degli anni 40. Non capisco assolutamente niente di quel che dicono, però prendo quell’atmosfera, la sento e la traspongo. Sono un collezionista e un appassionato del genere, un vero cabarettomane! Difficile per un italiano farsi un’idea totale di Cabaret poiché da noi è una cosa ben precisa ma per esempio in Egitto il cabaret è solo danzato, in America solo cantato, in Germania, oggi, ha molto a che fare con i piccoli numeri circensi, e così via. Per cui senza dubbio metto tutti questi elementi nei miei spettacoli. Il bello del Cabaret è che si rompe continaumente la Quarta Parete, “The Fourth Wall”, cioè quella che ci divide dallo spettatore. Puoi romperla, parlare col publico e coinvolgerlo.  Ci sono miei colleghi attori, ballerini, musicisti che hanno paura del pubblico, l’idea di guardare ogni spettatore negli occhi li terrorizza. Io, invece, per quanto mi riguarda, non farei altro!

Hai detto che ti piace intrattenere e divertire il pubblico per poi, quando è completamente a suo agio, dargli un pugno in faccia, mettendoli a confronto con una verità scomoda. Tutto questo ha un che di Pirandelliano e di Futurista, ma in modo assolutamente peculiare. Perché questa scelta?
In scena a Copenhagen, 2010 (foto Peter Harton)
Questo riguarda soprattutto le ultime due commedie che ho scritto. Quello che ho volute fare è ingraziarmi il pubblico prima di tutto. Cerco di portarli al punto in cui li tengo in pugno. Possono ridere o piangere come voglio io, quindi si crea questa intimità in cui siamo tutti grandi amici, siamo tutti insieme e alla fine c’è una rottura, un cambiamento immediato al culmine di un climax in cui loro stanno ridendo come i pazzi. Da lì pian piano si rendono conto del fatto che stanno ridendo di qualcosa di orribile di cui loro stessi sono colpevoli. Nel caso dei Castrati ho creato una metafora. Loro applaudono e ridono di me che faccio il clown e alla fine io mi strappo tutto di dosso e li accuso di stare ridendo di me. A quel punto arriva il senso di colpa. Stanno ridendo del “freak” che loro hanno additato come tale ma, prima che io glielo facessi notare, non si erano resi conto che di fatto stavano ridendo di qualcosa di disdicevole.

Dai molta importanza al trucco e al travestimento, anche nelle tue performance musicali. Mi viene quasi da pensare alle tribù che si preparano alla caccia o alla guerra e ovviamente allo sciamano che si prepara al rituale. Oggi abbiamo forme rituali di ogni tipo, anche se non ci facciamo caso. La performance stessa, nasce storicamente dalla ritualità. Quanto è importante per te la ritualità nella performance, sia durante la preparazione che sulla scena.
Ritratto di Simona Dalla Valle, Waldorf Astoria, Londra, 2012
Io non potrei mai andare in scena senza trucco. Serve a concentrarsi. Ci sono miei colleghi che prima dello spettacolo devono meditare. E mentre loro meditano io mi trucco, parlo e “faccio curtigghio” (“gossip” ndr): “senti, ma l’hai vista Jennifer, che capelli orrendi che si è fatta!!!” e loro: “pleeeaaase… I need to meditate”. Quando mi trucco, pur in questo modo molto cialtronesco di farlo, entro nel personaggio. Io sono uno che pensa molto all’attore come sciamano. Non è che vado in trance, anzi, io in camerino “ho il babbìo” (“scherzo di continuo” ndr). Forse perche ho fatto gli studi che ho fatto ma sento molto la presenza dello sciamano nell’attore. Lo sciamano era un poco come il pazzo del villaggio che si truccava, spesso da donna, per entrare in contatto con l’Altro, quindi per smettere di essere uno qualunque, per diventare un’altra creatura. In molti casi cambiava sesso per essere più simile al dio ed entrare in una zona in cui non è nè maschio nè femmina, cosa che faccio anche io nei miei spettacoli. Cerco di ottenere queste figure asessuate, nè uomo nè donna, proprio per entrare in un’altra dimensione. In una sfera mistica in cui il mondo è sottosopra, un mondo alternativo. A livello più banale si vede quando entro in scena: sono un “freak”! E sono  un appassionato di trucchi sciamanici, colleziono libri e libri di trucchi. Uso molto elementi di trucco del Kabuki, dell’Opera di Pechino e delle popolazioni autoctone di diversi paesi.

Una volta hai detto che c’è bisogno di performer alienati che vogliano alienare il loro pubblico, ma che tu sei troppo “uomo di spettacolo” per volerlo fare. Andandoci per tre gradi: secondo te che ruolo ha oggi la performance nella nostra società, che ruolo dovrebbe avere e che ruolo pensi che avrà in futuro?
Ritratto di Etienne Gilfillan, 2010
La performance in generale è inestricabile e inevitabile. Finché ci saranno due esseri umani sulla faccia della terra uno si alzerà, dira una cavolata e l’altro lo guarderà! E quella è una performance. Oggi la performance ha un ruolo che non ha mai avuto prima. Spesso ci dimentichiamo degli show televisivi più beceri. Quella è una grande performance, che fra l’altro ha un potere che non ha mai avuto prima, pari proprio ai rituali sciamanici per come attira il pubblico e l’effetto che ha nella vita delle persone. Nel bene e nel male. Non entro nel merito, non giudico, non lo so. Certamente X-Factor è una performance potentissima. La Performance Art, secondo me, da un certo punto di vista, è in crisi. Si è arrivati a spingere certi confini, tanto che adesso quasi non si sa più dove andare a parare. Stiamo cercando di superare i limiti del nostro corpo o forse di punirlo proprio perché ci limita! Penso alla Body Art con i riti di scarnificazione, sospensioni umane, l’esibizione del sangue. Sono cose oramai conosciute ma non ovunque e in certi ambienti  ancora suscitano lo scandalo. Ho fatto uno spettacolo nel 2009 al Museo MADRE di Napoli con Ron Athey, una roba abbastanza forte dal punto di vista impatto visivo. Una buona parte del pubblico Napoletano era profondamente colpita perché non aveva mai visto niente del genere. Ad ogni modo la performance è inestricabile dalla natura umana. Più la tecnologia va avanti più la performance cambia. Carmelo Bene parlava di “macchina attoriale”, cioè l’attore che attraverso il supporto tecnico diventava una sorta di macchina per amplificare il suono, parlava di togliere il corpo dal palcoscenico e fare diventare l’attore suono. E più la tecnologia va avanti più aumentano le possiblità, ci sono nuovi modi di performare. Proprio in questi giorni sto mettendo insieme uno spettacolo altamente tecnologico con un accademico di Manchester: Frankie Knuckles. Riprendiamo molte cose di Carmelo Bene. Stiamo facendo un lavoro sulla strumentalizzazione del perfromer da parte del pubblico. Un’installazione in cui io sarò collegato a un device video che il pubblico potrà manovrare sul mio corpo. A secondo del modo in cui lo muove cambia il suono che io produco. In una seconda fase sarò un corpo che viene esaminato. Ci sarà di mezzo una castrazione… ma non posso rivelare di più adesso, siamo ancora in fase di sviluppo.

Ultimamente ti sei dedicato esclusivamente alla musica collaborando con Othon, David Tibet e Marc Almond. Da dove è partita questa svolta?
Othon & Tomasini Copenhagen 2011 (foto Peter Harton)Tutto è cominciato stranamente in contemporanea tramite vie diversissime che non avevano a che vedere nulla l’una con l’altra, per poi culminare nel Febbraio del 2007, quando mi ritrovai a fare diversi concerti con queste diverse correnti che confluirono in un’unica serata. Per caso conobbi Othon quando venne a vedere un mio show. Fra l’altro su Youtube c’è anche il momento in cui Othon mi vede per la prima volta. Ormai la vita è in diretta! Questo fu quando facevo Chicago nel West End. Non potendone più di fare lo stesso show ogni sera da quasi un anno, scrivevo le mie cose e me le andavo a fare nei localini alle 2, alle 4 del mattino. Quella notte ho fatto uno spettacolo al Club Kaos, una piccola operina elettronica che mi ero scritto. Una follia semi-noise. Othon era nel pubblico e mi chiese di lavorare insieme a lui. In un altro momento fui contattato da Andrew Liles dei Nurse With Wound  e dei Current 93 ma anche dei Faust, per un suo progetto totalmente diverso. Era l’anno in cui io mi iscrissi su Myspace. Coincidenza volle che David Tibet lavorava con entrambi separatamente. Poi a Barcellona ci siamo incontrati tutti. E così ho cominciato a fare musica, senza assolutamente avere mai tentato quella strada, senza averci mai pensato. Conoscevo già David Tibet perché aveva prodotto il primo singolo di Antony & The Jonsons con la sua etichetta, la Durtro, ma non conoscevo le sue produzioni degli anni 80. Ascoltavo gli Psychic TV e i Throbbing Gristle, ma non avevo idea dei Current 93. Strano! Quindi traminte Antony (dei sopra citati Antony & The Johnsons) ero risalito a loro. Insomma una serie di coincidenze!

Cosa puoi anticiparci dello spettacolo di Roberta Torre?
Ancora c’è molto da costruire e sono sicuro che tutto verrà fuori in fase di “devising”. La storia è quella dell’Aida, chiaramente stravolta, molto più contemporanea e senza la musica di Verdi. Un pastiche. Ormai è da molto tempo che non mi dedico al teatro, il primo spettacolo, dopo la pausa musicale, l’ho fatto a Gennaio 2013 ed era di un altro palermitano a Londra, Andrea Cusumano. “Petit Cheval Blanc”, che abbiamo portato in India. Interpretavo un vecchio Casanova. E adesso sento che è arrivato il momento di continuare su quella strada, tornare sui miei vecchi passi, sono pronto e ho una gran voglia di farlo!

Immagine di copertina di Giorgia Mannavola
Immagini interne all'articolo di: Gabriel Toso, Peter Harton, Simona Dalla Valle, Etienne Gilfillan.
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