Intervista a Ernesto Tomasini

Artiste Extraordinaire Prima Parte

di Carlo Miles Prestia
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Arte
N.13 del 15.1.2014
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Dal 19 Febbraio 2014 andrà in scena al Teatro Biondo di Palermo l’Aida di Roberta Torre, una rilettura fantastica dell’opera verdiana che vedrà il ritorno, dopo tanti anni, nella sua città, di un Artiste Extraordinaire, uno dei performer italiani più eclettici  – e in un certo senso dei più grandi esiliati!  – degli ultimi vent’anni: Ernesto Tomasini. Dal West End (Chicago) al teatro d’avanguardia (The Other Woman e True or Falsetto? A Secret History Of Castrati), dalla musica (nel duo Othon e Tomasini) alle performing arts, ha collaborato con nomi del calibro di Duilio Del Prete, Marc Almond, Lindsay Kemp, Ron Athey, David Tibet e Anthony & The Johnsons. Il suo lavoro è a oggi oggetto di studi accademici e nel 2013 è stato incluso nel libro dell’Eccellenza Italiana dal Presidente Della Repubblica. Siamo andati a intervistarlo a casa sua, a Earls Court, un tempo il quartiere artistico e anticonformista di Londra e oggi anch’esso vittima del vorace processo di gentrificazione cittadino. Tuttavia questo affascinante tratto dell’Ovest della captale conserva ancora oggi alcuni segni del suo glorioso passato bohemian, al tempo in cui Ernesto, ventenne, vi si trasferì dalla sua città d’origine, Palermo. Su questo sfondo e senza troppi preamboli, lasciamo la parola proprio all’artista che così si racconta a Kill Surf City…

Parlaci dei tuoi primi passi nel mondo del Cabaret e del teatro nazionale, che ricordi hai di quel periodo?
Quando avevo quindici anni vinsi una borsa di studio per andare negli USA. A quei tempi disegnavo e le Multinazionali, se sponsorizzavano uno studente straniero all’estero, si scaricavano un sacco di tasse. Quindi fui praticamente strumentalizzato dalla Coca Cola come “scarica-tasse”. Andai a Los Angeles, dai miei 15 ai miei 18 anni e frequentai il California Institute Of The Arts, fondato da Walt Disney in persona! Ogni anno dovevo tornare a Palermo per fare l”anno integrativo” presentandomi da esterno. Praticamente “m’accattavu u diploma” (“mi sono comprato il diploma” ndr.). Fra le altre cose al Cal Arts studiavo animazione e bisognava fare dei corsi di clowning per imparare le espressioni dei cartoni animati. Questi corsi mi divertivano molto. Alla fine mettemmo su una review a Los Angeles, nell’Orange County. Fu il mio primo lavoro. Tornato a Palermo avevo voglia di mettere su qualcosa, ma non avevo idea di cosa. Spesso cantavo per le strade con amici. Un giorno arriva questo tizio che aveva un locale vicino al porto e dice: “Oh ma tu peccheeè non lo veni affare da me?! Sei cioppo bravo! ” (“perché non lo vieni a fare da me, sei troppo bravo!” ndr.). E ci andai. Così cominciai a fare Cabaret nei locali molto saltuariamente. Arrivato a ventidue anni diventai cabarettista professionista mentre frequentavo l’università. Ho fatto di tutto nel Cabaret, anche cose orrende! Ho fatto “Scuola Di Cabaret”, uno show televisivo che facevano a Palermo. Era una situazione della serie: “TOMASIIIINI !!! UNNI SO I PAROLAZZI … ‘NCHIA MANCU ‘NA PAROLAZZA CI MITTISTI ‘NI ‘STU TESTO … TU CI HA DIRI ‘MINCHIAAAA’, NO ‘CHE COSA HAI DETTO? … CHI MINCHIA HAI DETTO?’ … “ (“Tomasini, dove sono le parolacce? Minchia manco una parolaccia ci hai messo in questo testo, tu devi dire ‘minchia’, non devi dire ‘che cosa hai detto?’, tu devi dire ‘che minchia hai detto?’” ndr). Questo era il clima. Allora io mi inventai degli sketch in cui dicevo solo parolacce… “minchia, cazzo, culu, sticchiu, puttan’i’to madre”, come provocazione a questo mondo. Come cabarettista ho fatto tourné in tutta la Sicilia e a Palermo ho lavorato con tutti, da Lollo Franco a Bibi Bianca. Un giorno fui chiamato per uno spettacolo al Teatro Libero, che stava producendo una prima nazionale di Franz Xavier Kroetz, un autore della generazione di Fassbinder. Lavorai insieme a Duilio Del Prete, che era un grande attore degli anni 70/80 italiani – fra le altre cose fece Amici Miei – un numero uno! Per me fu una grossa apertura, perché mi aprì il mondo del teatro nazionale.

Cosa hai imparato da questa esperienza con Duilio?

"Morte nella notte di Natale", Metateatro, Roma 1987, con Dely De Mayo e Duilio Del Prete Ph. Giancarlo Biscardi

Duilio era una sorta di Jaques Brel Italiano. Faceva un repertorio di canzoni scritte da lui, fra canzone anni ’60 e ’70, canzone della Mala, e faceva anche le canzone di Brel in Italiano. Duilio è stato un padre artistico. Mi faceva lezioni vere e proprie, siamo stati insieme diversi mesi. Io ero molto grezzo, avevo l’istinto ma non avevo mai pensato che per fare un personaggio dovevo studiare e fare ricerche. Mi ha insegnato a essere un professionista, a essere organizzato, preciso e puntuale. Lui era estremamente puntuale, non solo come orario, era uno che studiava e lavorava. Per lui era fondamentale l’economia e la pulizia nel dire le battute, anche perché in un certo tipo di teatro non puoi semplicemente essere sincero, dire le cose bene, con cuore, devi anche avere stile. Lui mi ha insegnato a impostare lo stile e che la stessa cosa la posso dire in mille modi diversi …

… Ernesto, in sei secondi recita tre versioni completamente diverse della battuta “ANDATE FUORI!” …

Quei giorni furono memorabili, eravamo insieme giorno e notte, c’era anche Deli DeMaio e alla nostra prima a Roma vennero tutti, Pupella Maggio, Mario Scaccia, alcuni dei più grandi nomi del cinema. Fu un’opportunità straordinaria.

Hai citato piu volte “The Celluloid Closet” come una sorta di piccola Bibbia che ti sei portato via dall’America. Cosa ha cambiato nella tua vita?
The Celluloid Closet (Ernesto mi porge una copia del libro in edizione aggiornata), è uno dei primi testi che parla di come si possa raccontare la storia umana in un certo modo piuttosto che in un altro. E di come in quell’epoca, fine ’70 inizio ’80 – ma anche oggi in realtà – la storia degli omosessuali, al cinema nel caso specifico, sia stata raccontata per metterli in chiave negativa. Quindi il potere di raccontare una storia in cui, anche quando non sembra, in realtà la morale è “ammazzateli ma non baciateli” come dice l’autore. Questo libro mi fece capire che spesso quando vedi delle immagini negative non sono necessariamente per come vengono mostrate, ma sono raccontate negativamente da qualcuno che ha un interesse nel mostrarti quella deteminata cosa o comunque ha un limite o una sua forma di disprezzo o di fastidio. Negli anni ’70 e ’80 per un omosessuale non c’era pietà minima da nessuna parte. Oggi è difficile da immaginare.

Poco tempo fa mi è capitato fra le mani un testo dal titolo “The Gentrification Of The Mind”, fatto da una storica attivista Americana (Sarah Schulman), in cui si parla di come la storia dell’emancipazione degli omosessuali fino ai primi anni 90 sia stata insabbiata ed ora sembra che tutto sia sempre stato più o meno “normale”. Sei daccordo?
Di gruppi organizzati ce ne sono di tantissimi tipi quindi non voglio stereotiparli. Io però credo che molti siano caduti vittima innocente di questa trappola. Questa richiesta di matrimonio insistente per fare un esempio, non è altro che un modo per inglobarti in una normalità che ti appiattisce. Io sono d’accordo che siamo tutti uguali e che dobbiamo essere considerati legalmente uguali, perché ovviamente tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti. Ma il tentativo di “normalizzare” chi… non dico non sia normale… ma ha le sue peculiarità, la sua libertà, è un volergli togliere quella stessa libertà, la sua quirkyness! (“quirky” in Inglese significa in questo caso “diverso”, nel senso di “strano e peculiare” ma con un’accezione positiva e con una punta di orgoglio per chi si dichiara tale). Quando lessi Celluloid Closet ero un teenager, ma avevo capito di essere gay già quando avevo 10 o 11 anni. Sapevo di avere ragione, sapevo di essere normale, nonostante nel mondo esterno attorno a me ci fosse questo “no, no, no, no, no!” da tutte le parti. A quell’epoca non c’era computer ed eri totalmente solo, quindi dovevi cercare di vernire a termini con questa cosa per conto tuo. Nessuno ti diceva niente se non “sbagliato, non si fa!”. Quando lessi questo libro mi arrivò la prima conferma che le mie supposizioni erano giuste, è stato il primo “si” in un coro di “no”.

La tua carriera in Italia era lanciata, cosa ti ha spinto ad andare a Londra per studiare?
Ero tornato a Palermo per laurearmi ma il mio sogno era tornare negli Stati Uniti. Ci ho anche provato ma purtroppo non ero più studente e quindi addio Green Card. Ho provato la via del lavoro in nero, ho provato la moglie finta, quella che la paghi e poi ti ricatta a vita, ho tentato con l’aiuto di amici americani che mi aiutavano a fare il pizzaiolo, insomma strade assurde e troppo complicate, per cui ho ripiegato su Londra. L’idea di andare via c’era da sempre e io ho sempre vissuto giorno per giorno. A ventiquattro anni facevo una vita da pazzo. Mi stavo laureando, facevo il servizio civile al Centro Diaconale Valdese alla Noce. Insegnavo ai minorenni carcerati, lavavo i piatti, facevo il supplente, “i pigghiavo a lignite” (“li prendevo a legnate” dice ridendo, ndr). E in più facevo il cabarettista e l’attore a tempo pieno. Non ricordo nemmeno se dormivo. In quel periodo mi sono laureato, ho fatto l’ultima tourné con Pippo Spicuzza e poi sono andato a Londra. Ho fatto diverse audizioni e alla fine mi hanno preso, con mia grande meraviglia, alla Arts Educational a Chiswick. La migliore scuola di teatro musicale, da là sono usciti tutti. Non pensavo assolutamente che ce l’avrei fatta. In camerino con Lindsay Kemp, Empire, London, 1996  Ph. Gideon MendelHo fatto il corso per un anno, one year post-grad. Poi sarei dovuto tornare in Italia col diploma ma uno dei miei insegnanti aveva una compagnia di teatro e mi ingaggiò. Abbiamo fatto La Tempesta di Shakespeare e da lì, fui notato da Lindsay Kemp e andai con lui per un altro anno. Insomma da quel momento in poi un lavoro dopo l’altro. Divenni un “jobbing actor”. Ho fatto un anno nel musical Chicago e altri lavori nel West End, dovevo pagare la pagnotta!

Hai lavorato sia nel “mainstream” che nel teatro d’avanguardia. Cosa ti sei protato dietro da questi due mondi diversi?
Kemp operava come operavo io prima, lui con i miliardi e io con molto di meno. Da questa esperienza con lui mi è venuta la voglia di lavorare ai miei progetti. Ho fatto Chicago dopo avere cominciato a fare le mie cose.  Il mio primo spettacolo, The Other Woman, lo abbiamo portato in tourné per la Gran Bretagnia, poi è arrivato il West End. A me piacciono sia il mainstream che l’underground. Il mainstream ha due cose fondamentali. Ha i soldi che ti mettono in condizioni di lavorare in un certo modo, e poi ha il talento, cosa che nell’underground – ahimé! – spesso non c’ è e l’artista poco dotato si nasconde dietro un’idea. Nel West End invece c’è grande professionalità, c’è grande talento, gente che sa fare veramente il suo lavoro ed è meraviglioso. Come diceva anche Peter Brook: “il teatro commerciale spesso ha un’energia e una vitalità che le sperimentazioni non hanno”. Al mainstream però manca proprio l’”idea”, perché il West End è tutto entertainment, tutto divertimento. Poi non si può generalizzare. Ci sono persone nell’underground che sono straordinarie, penso a Ron Athey e altra gente che ha una vita interiore straordinaria e che non ha bisogno di ballare il tip tap alla Fred Astaire per ipnotizzarti.

I Castrati è uno dei tuoi lavori migliori. Come ti sei appassionato all’argomento?
"The Other Woman", Festival di Edimburgo 1998 Ph. James SellersThe Other Woman era stato un pò un terreno di lancio. Ho incominciato a imparare a muovermi in Inghilterra, perché fare teatro non è soltanto scrivere un testo e performarlo, è anche trovare i fondi, trovare le persone, i tecnici, i musicisti. Al 90%  è un lavoro di organizzazione. Il perché era semplice. Dovevo sfruttare il mio falsetto e quella de I Castrati era la storia che meglio si prestava da questo punto di vista. All’inizio abbiamo provato di tutto. Abbiamo provato a fare una commedia vera e propria in cui c’era Garrick, il celebre attore di teatro inglese, che dava lezioni di recitazione a uno dei grandi marchesi castrati della storia. Alla fine abbiamo preferito un’altra via che fa molto “Cabaret”, giusto perché io voglio sempre mettere il Cabaret in tutto! Ed è venuto fuori un viaggio picaresco della voce del castrato che attraversa cinque secoli dalla sua nascita alla sua morte, nel ventesimo secolo. Naturalmente è anche una grossa satira alla Chiesa e alla percezione della sessualità.

Nel tuo lavoro mescoli e curi al dettaglio diversi elementi: Cabaret, canto, mimica, trucco, danza, trasformismo. Fra i tuoi maestri ci sono Duilio Del Prete, Arturo Brachetti e Lindsay Kemp. Guardando indietro al tuo lungo percorso, sei in grado di scandagliare la tua arte?
Intanto diciamo che molte delle cose le faccio perché posso farle. In pratica cerco di sfruttare al meglio le mie capacità. E poi il mio obiettivo da sempre é stato quello di utilizzare il Cabaret all’interno del teatro. Cabaret significa un miliardo di cose. Paese che vai cabaret che trovi. Per esempio in Siclia è una cosa molto specifica, molto diversa dal Cabaret del Nord Italia, quello di Giorgio Gaber e di Cochi e Renato. Poi c’e il Cabaret americano, il Cabaret inglese, quello francese quello tedesco, Weimar etc… quando io parlo di Cabaret parlo di tutto questo. E il Cabaret è canto, trucco, ballo e tutti questi elementi. Io sono nato nel Cabaret, quindi per me il Cabaret è importante. Tra l’altro è un genere estremamente bistrattato oggi. Se ne parla sempre male in questi programmi televisivi tipo X-Factor. Qui in UK quando qualcosa è ridicolo qualcuno dice: “Oh no, it’s too Cabaret!”. Però ci si dimentica che le più grandi star del Ventesimo secolo erano prima di tutto star del Cabaret. Poi sono diventate anche star della canzone, del teatro, della musica. Da Maurice Chevalier a Barbara Streisend! Il Cabaret per me è la forma d’arte più sofisticata. Ovviamente c’è buon Cabaret come c’è pessimo Cabaret, ma da parte mia c’è una voglia di nobilitare questa forma d’arte. Poi magari la faccio scendere ancora più in basso! Però questo è il mio tentativo.

Nella seconda parte dell’intervista, in uscita la prossima settimana, abbiamo approfondito i molteplici aspetti dell’eclettica arte di Ernesto e abbiamo parlato della sua nuova carriera musicale. Restate sintonizzati.

Immagine di copertina di Al Folo, Colori di Marco Montironi
Immagini interne all'articolo di Giancarlo Biscardi, Gideon Mende, James Sellers
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