Bianconi lo intervisto io

Intervista a Francesco Bianconi

di Vincenzo Profeta
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Musica
N.1 del 23.10.2013
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Illustrazione di Ste Tirasso

Premetto che io intervisto soltanto chi mi piace, chi odio e disprezzo finisce spezzettato in qualche mio vigliaccamente studiatoarticolo canaglia. Francesco è a metà tra un poeta maledetto ed il ragazzo figo del gruppetto avvinazzato del paese accanto, per questo può solo starmi simpatico uno così, umorismo nero, sguardo stralunato e sorrisetto timido e furbo.
Taormina, teatro greco, assisto al concerto dei Baustelle, il tour come l’album si chiama Fantasma, il delirio di fan non manca, Bianconi è assaltato e strabuzza gli occhi sorpreso dagli abbracci dei fan passionali di Terronia, accanto a me giovani gay hipster (parola odiosa ma descrittiva) recitano a memoria le sue canzoni, qualche signore di mezza età si fa coinvolgere, qualche mamma canticchia, due ragazzini si baciano, il concerto è godibile, Bianconi ormai canta benissimo come nel disco, come si suol dire, i Baustelle sfiorano la perfezione compositiva, sono in empatia totale almeno musicalmente, i testi ovviamente sono poetici, ad un certo punto tra una pausa e l’altra si sente un grido, Bianconi scrivi da Dio! e Bianconi arrossisce e scrive veramente da Dio e legge, legge tantissimo e poi scrive belle canzoni, è uno dei pochi veri autori di musica leggera italiana, il pop non c’entra più, l’indie neanche, si trascende il genere, anche se segue il fenomeno di cui vuoi o non vuoi i Baustelle rappresentano l’apice italiano compositivo e musicale inconscio. Le collaborazioni intellettualoidi con lo scrittore Giuseppe Genna non gli hanno montato la testa, Fantasma è il classico disco di qualità, meno canzonettistico, meno di grido, suonato bene con una Rachele sempre dolce e potente ma forse molto più compositrice, il disco sa molto di colonna sonora ma dal vivo è un altra storia, il resto possiamo chiederlo a lui direttamente.

 

Allora Francesco, verrai ucciso da un fan?
Credo di no. I fan sono cambiati, sono più vicini agli artisti, nell’era dei social network. C’è più comunicazione e meno lontananza. La lontananza era funzionale alla costruzione del mito. John Lennon è stato ucciso perché mito. O meglio, perché nell’idea folle dell’assassino, la componente storica aveva tradito quella mitica.

Ti definiresti un maledetto o un benedetto?
Né l’uno, né l’altro. Non mi definisco mai.

Credo veramente che i Baustelle siano una sorta di miracolo nel panorama desolante della musica italiana, come è avvenuto questo miracolo?
Con l’impegno, il sacrificio, la ricerca continua. Per fare questo mestiere bisogna avere qualcosa di molto simile alla fede. Avere le idee chiare, e lavorare duro per schiarirle nei momenti di foschia. Non abbiamo mai pensato “dobbiamo avere successo”, questo atteggiamento secondo me è sbagliato, anche se molto comune, ahimè, fra i ragazzi che cominciano a fare musica oggi. Non l’abbiamo mai pensato, ma in compenso abbiamo fin dall’inizio avuto un’idea molto precisa di ciò che volevamo essere, di quello che volevamo comunicare al mondo e del modo in cui volevamo farlo. Facevamo molta attenzione al suono e scrivevamo tonnellate di canzoni.

Perchè Fantasma?
Abbiamo deciso di scrivere un disco a tema, e il tema scelto è stato “il tempo”. Non so neanche bene perché, forse perché è il più banale, forse perché è il tema dei temi, forse perché quando si arriva “nel mezzo del cammin di nostra vita” è il concetto più immediato su cui riflettere. Scelto il tema e scritti gran parte dei testi delle canzoni, abbiamo pensato che “Fantasma” potesse essere un buon titolo: da tradizione gotica, il fantasma è un qualcosa del passato che appare nel presente, un simbolo che mette in relazione due declinazioni temporali. Inoltre, nel 2013, qui, in questa parte di Occidente, il simbolo è oramai anche una connotazione del futuro. Perché il futuro che un ragazzo di vent’anni vede, a differenza di quello che vedeva mio padre all’inizio degli anni Sessanta, ha contorni assai sfumati. Nei periodi di crisi economica e culturale sogni e speranze scompaiono e l’idea del futuro diventa fantasmatica.

Per me sei una specie di Battisti acido, la definizione calza?
Non saprei. Ti posso dire che considero Battisti un genio assoluto e che sono cresciuto ascoltando molta musica cosiddetta psichedelica, legata alla cultura dell’acido, degli anni Sessanta e Settanta.

Credo tu sia, nonostante la tua enorme complessità, una persona che tende alla semplicità ed all’equilibrio, è questo l’infinito che cerchi o sbaglio?
No, credo tu dica il giusto. La vita è caotica o semplicemente non è, quindi più o meno consciamente gli uomini cercano di attraversarla adeguandosi a questo caos, a questo non essere. La cosa difficile è non essere felicemente: perché per non essere felicemente, bisogna tendere a un qualcosa di molto simile alla pace e al silenzio. I credenti chiamano “dio” questo qualcosa.

Raccontaci una storia interessante…
Tutte le storie sono potenzialmente interessanti, dipende da come le si racconta. L’altro giorno ho visto dal balcone di casa un ragazzo di vent’anni frugare nei cestini dell’immondizia. In uno ha trovato un pezzo di sedano o di cipolla, non sono riuscito a vedere bene. L’ha annusato e poi se l’è mangiato. Questa è una storia potenzialmente interessante di per sé, ma può diventarlo ancora di più se ad esempio la si trasforma in testo di canzonetta. E la canzonetta diventa ancora più interessante se, per fare un altro esempio, le parole di questo raccontino inquietante sono associate, per contrasto, a una melodia semplice o a una sequenza di accordi di settima aumentata.

Il mercato discografico è a picco ma mi pare che voi lavoriate bene vi state creando uno zoccolo duro di fan per la pensione?
No, non pensiamo ancora alla pensione. Semplicemente scriviamo quello che abbiamo da dire al mondo.

Faresti mai il giudice di un talent? Tipo che ne so Morgan o Elio…
No.

Cosa ne pensi della moda dei talent?
Che le case discografiche moriranno. Più che coi talent, ce l’ho col fatto che in questi ultimi anni le major hanno investito soltanto sulla musica proveniente da quel tipo di format televisivo. Dimenticandosi di andare a scovare nelle strade o nelle cantine qualche nuovo De Gregori. Col risultato che i nuovi De Gregori scarseggiano e i ragazzi pensano che ormai fare musica equivalga a farla in tv, cantando delle cover.

Se Marco Mengoni ti chiedesse una canzone?
Me l’ha già chiesta, e gliel’ho scritta. Poi ha deciso di non pubblicarla. Il fatto che non mi piaccia la televisione, o i talent, o Sanremo, non significa che non rispetti chi ci lavora o chi ha dimostrato di avere delle qualità facendo quel tipo di percorso, venendo da quell’ambiente.
Domanda classica: gruppi italiani di riferimento?
Domanda troppo difficile. Ti dico quelli che ci piacevano quando abbiamo cominciato a suonare, nella seconda metà degli anni Novanta: CSI, Marlene Kuntz, Afterhours, Massimo Volume, La Crus, Prozac +, Diaframma, Ustmamò, Lula, Flor, Bluvertigo, Uzeda, Virginiana Miller…

Altro classicone: un consiglio musicale?
Pierre Boulez che conduce Stravinsky. Sei cd, Deutsche Gramophone, a prezzo speciale.

Avremo divani fondi come tombe?
Così diceva Baudelaire.

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