Justine Fayèr

Ci vogliono le palle per diventare una drag queen

di Marco Sciarrino
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N.18 del 19.2.2014
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Prima di me e Lorenzo, una pioggia così, l’ha vista solo Noè. E non abitiamo ai tropici, sulle coste indonesiane o nelle foreste del Guatemala. Ma a Palermo. La stessa Palermo su cui incombe il codice rosso diramato dalla Protezione Civile: saremmo dovuti rimanere barricati dentro casa, con i piedi incollati al termosifone, all’asciutto, come consigliato. Dove andranno mai un redattore e un fotografo, nella sera del codice rosso? Si deve attraversare la città per andare dove dobbiamo andare. Anzi, dobbiamo lasciarcela alle spalle: direzione Messina, qualche chilometro verso est. “Per che ora arrivate?” mi chiede Justine, al telefono. “Siamo in strada, una decina di minuti” secondo Google Maps. La pioggia, a Palermo, prima li moltiplica per tre, i minuti di Google, e poi li eleva al quadrato. Lascio la signorina del navigatore a navigare per conto suo sul sedile posteriore: non riesco a seguirla, la mia vista deve occuparsi di scavalcare i tergicristalli. Lorenzo, del resto, si rivela un ottimo copilota. Le gocce sono mattoni, fanno a gara per chi prima s’infrange sul parabrezza. Penso che abbiamo, dalla nostra, una Mercedes collaudata in Baviera e duemila euro tra telefonini e apparecchiature varie che potremmo barattare per un gommone, in caso di necessità. Dentro è sicuro, perlomeno. Ma non possiamo fumare una sigaretta, abbassare di un centimetro i finestrini: siamo assediati dall’acqua.

justine-1Salve Justine, sono Marco. Scrivo per una rivista di Palermo che si occupa di arti visive, cultura e musica: Kill Surf City. Avrei il piacere d’intervistarti per parlare del tuo percorso artistico…
“Ciao Marco. Sono interessato. Puoi chiamarmi al numero […], baci glossati!”

Ho creduto subito a Justine quando mi ha rivelato di essere un uomo omosessuale. Per quel poco che ho imparato dalla tivù spazzatura, le drag queen sono uomini omosessuali che si travestono. Ma, giuro, avrei scommesso il contrario: la foto del suo profilo Facebook ritrae una donna seducente, con il volto lineare, le labbra carnose, simmetrica. Una donna che si traveste da donna? Forse mi sarò addormentato quando lo trasmettevano. Il panormitanus maschio è difettato esteticamente per genetica, non può farci nulla.

Chi è la drag queen, Justine?
“La drag queen è l’uomo che si trasforma in donna esagerandone i tratti. Non è la classica donna d’ufficio, bella. Ma una donna che accentua le sue forme, il suo modo di parlare, il suo contatto fisico e verbale. La drag queen riesce a trasmettere emozioni con la sua performance, così come un cantautore con le sue canzoni. Ciò che davvero sorprende è, appunto, la capacità di trasformare l’uomo peloso, muscoloso, virile in uno degli esseri più delicati della Terra: la donna. Però, la drag queen non dimentica di essere un uomo. E non dimentica di essere un’artista.”

justine-2Non basterebbe essere una semplice donna?
“La drag queen non è un travestito, né un transessuale. Essere drag è una cosa, Essere omosessuale è un’altra. Il travestito e il transessuale accentuano il lato prettamente sessuale del proprio corpo: loro vogliono essere delle donne, sempre. La drag queen, invece, vuole fare la donna. Ma solo per due ore a serata. Anche mio padre potrebbe essere una drag queen.”

È l’ora di abbandonare il porto a quattro ruote, non smetterà di piovere. Rassegnazione e coraggio. Questo è il piano: troviamo il civico in fretta, infiliamoci a casa di Justine, fumiamoci una sigaretta. Inutile dire che solo la seconda fase è andata presto a buon fine. Da queste parti, due strade poste ad angolo retto hanno lo stesso nome. E gli stessi numeri civici. “Justine, non riusciamo a trovare la lettera E. Pensavamo che venisse subito dopo la D, ma non c’è, abbiamo già posteggiato” Almeno lei riesce ad ascoltarmi nonostante il riverbero della pioggia sull’asfalto. “Tornate indietro” mi risponde. Ovvero verso la lettera A. “Dove siete?” Il mio pensiero non è al civico E, ma all’ordine delle lettere dell’alfabeto appese sulle pareti di tutti gli asili nido d’Italia. Justine cerca, dall’alto del suo balcone di casa, due pulcini bagnati. Lorenzo la vede “segnalare” dal fondo di una via perpendicolare a quella in cui ci troviamo. Justine cattura l’attenzione di Lorenzo. “Eccola, è lei, lassù!” Come ha fatto? Esamina i dati, Panda: almeno trecento metri di distanza, nessuna luce, gocce impazzite dritte negli occhi.

Cosa pensi di Povia, Justine?
“Mi chiedo perché la SIAE gli abbia concesso d’incidere canzoni in Italia.”

justine-3E cosa pensa il pubblico di te?
“La missione della drag queen è quella di portarti in una fiaba, di farti dimenticare i problemi quotidiani. Quello che pensa il pubblico sulle drag queen non ha molta importanza. Se il pubblico viene agli spettacoli drag solo per ridere di un uomo che si traveste da donna, non è un problema. Anzi, il pubblico deve ridere. Deve divertirsi!”

Justine Fayèr sta a Fabio come la pelle sta al corpo. E la mamma e il papà di Fabio stanno al figlio come Mufasa e Sarabi stanno a Simba. Una modesta famiglia di provincia, protettiva e orgogliosa del figlio che ha deciso di seguire la propria strada, giusta o sbagliata che sia, per gli altri, non ha importanza. Una famiglia che evita di cadere nel facile cliché del “tollero ma non accetto” Tolleranza, che parola! Mufasa e Sarabi non concedono permessi a ore, non chiudono le tende per nascondere. D’altronde, è facile odiare senza dare nell’occhio. È difficile, invece, amare alla luce del sole, con il mento rivolto in sù. “Giacomo s’è impiccato” mi dice Mufasa “meglio un figlio omosessuale che morto” “State vicini ai vostri figli” segue Sarabi, rivolgendosi a tutte le mamme “non sono una vergogna, li abbiamo portati in grembo per nove mesi” Lei, Sarabi, segue passo passo la carriera di Justine Fayèr, non la molla un minuto. È cresciuta e pasciuta nel teatro palermitano, è fiera di suo figlio. Conduce me e Lorenzo nella tana della diva, perché è qui che un redattore e un fotografo, nella sera del codice rosso, devono finalmente giungere.

Il novanta per cento degli omosessuali non è drag
“Ci vogliono le palle per essere drag. Ci vogliono le unghia, la forza e, soprattutto, l’appoggio di una famiglia. Devo ringraziare Dio di avere due genitori intelligenti che mi hanno appoggiato in questo percorso artistico e personale.”

Se loro non ti avessero appoggiato?
“Sarei diventato ugualmente una drag queen. Ma avrei finito con il distruggere la mia vita e me stesso.”

justine-4Cosa c’è lì fuori, Justine?
“Mio padre mi dice continuamente che là fuori è una gabbia di leoni. Mi protegge, è un vecchio lupo. Anche se non viene ai miei spettacoli mi chiama sempre per sapere se tutto va bene. A Palermo gli omosessuali sono delle piccole isole, non siamo davvero coesi. A Roma tutti si proteggono e si tutelano a vicenda. Qui no. A volte mi chiamano frocio o finocchio. Qualche anno fa mi faceva male sentirlo, oggi mi metto a ridere.”

Cosa rispondi quando ti chiamano così?
“Rispondo: Grazie! Se non me l’avessi ricordato tu, l’avrei dimenticato!”

[rido]

Justine Fayèr ha diciannove anni. È alta, statuaria: un’amazzone. Sopra il metro e ottanta con il tacco dodici. Qualche chilo sui fianchi. I segni dell’adolescenza addosso. “Vorrei diventare la nuova Billy More [nota drag queen romana, ndr]” mi confida. Sul letto sono disposte, con cura, le parrucche di scena: platino, castano, nero, rosso. Una valigia professionale contiene centinaia di euro spesi in cosmetica. Fabio ha un diploma come make-up artist e, quindi, sa dove e come spendere i soldi. “Ringrazio i signori di C…..b che hanno creato un cerone che è una maschera!” Justine mi ha appena svelato il suo segreto. Lorenzo è dappertutto nella stanza, ha lo scatto facile, non gli sfugge nulla.

justine-5Com’è cominciato tutto, Justine?
“Da piccolino prendevo lezioni di ballo e di teatro. Ma le abbandonai presto: non andavo bene a scuola e mi stancavano molto. Poi decisi di dedicarmi esclusivamente alla musica: era l’unica cosa che m’interessasse davvero. Ricordo, una volta cantai al Teatro Politeama [di Palermo, ndr] My Way di Sinatra. My Way è la canzone fondamentale della mia vita, mi ha dato la forza di dichiararmi ai miei genitori.”

E poi?
“Qualche anno fa conobbi un uomo. Con lui cominciai a frequentare le serate in discoteca, a conoscere il colore della vita. Però, allo stesso tempo, m’imponeva vincoli, si lamentava del troppo fondo tinta, della troppa matita che usavo. Insomma, non voleva che fossi troppo donna, che sputtanassi la mia omosessualità davanti a tutti. Poco dopo lo lasciai. E, d’allora, ho dato libero sfogo a me stesso.”

Continua…
“Ho conosciuto il mondo drag per caso. Ero in un locale a mangiare un panino e lì vidi, dal vivo, lo show de Les Paillettes [gruppo palermitano di artiste drag, ndr]. Ne rimasi impressionato. Non erano i personaggi in sé, il tacco dodici o i lustrini. M’impressionò l’intesa, il gioco di colori, l’arte.”

Quindi, esiste anche a Palermo l’arte drag.
“Sì, da sedici anni! Les Paillettes mi hanno istruito, mi hanno mostrato questo magnifico mondo. Con loro ho fatto le mie prime esibizioni, mi hanno sostenuto artisticamente. Erano le mie mamme, insomma. Poi, un giorno, decisero che era giunto il momento di lasciarmi andare da solo per la mia strada. È allora che incontrai La Santa drag queen di Palermo, a.k.a. La regina delle piume, ndr. Lei ha preso le sue ali piumate e me le ha avvolte attorno. È la mia coscienza, m’insegna i trucchi del mestiere. Mi ha battezzato dragprincess perché sono la più giovane drag queen di Palermo.”

justine-6Stacchiamo, per adesso. Un’ora di registrazione è andata e Fabio ha uno spettacolo più tardi. Il tempo d’infilare Justin Fayèr in valigia e via, si va al Malaluna. È la sua quinta esibizione nel locale, deve prepararsi al meglio. Lorenzo e io la seguiremo. Vogliamo coglierla nella trasformazione. Ma non prima di aver gustato il binomio per eccellenza: caffè e sigaretta.

La tua più grande soddisfazione, Justine?
“Una volta, durante un’esibizione, un signore sulla cinquantina commentò il mio personaggio, dicendo: ‘Ma che bello, pure i finocchi dobbiamo tenerci?’ Cantai A Modo Mio [versione italiana di My Way, ndr], subito dopo. Poi dissi due parole a tutti su che cosa significasse, per me, essere omosessuale e drag. A fine spettacolo, il signore venne in camerino e mi sorprese dicendo: ‘Grazie per avermi dato questa lezione di vita’ Sai, però, qual è stata la cosa migliore di quella serata? Non le scuse di quel signore, ma sentire mia sorella, dall’altra parte del locale, gridare: ‘Abbasso l’omofobia!’”

E così facciamo marcia indietro. Procediamo per Palermo, verso ovest. Sembra che qualcuno si sia arreso lassù o abbia, almeno, concesso una tregua. Io mi sento meno ignorante, è stata una chiacchierata costruttiva. E, se devo essere sincero, un paio di risposte mi hanno fatto riflettere.

justine-7“Il Malaluna, da quand’è aperto, non ha mai ospitato alcuna drag queen. È un posto esclusivo, dicono. Io sono la prima.”

Il meteo funesto è solo in tregua. Davanti all’entrata del Malaluna, sotto la pioggia a grappoli, Lorenzo e io aspettiamo Justine. Eccola. È alla testa dell’entourage ufficiale: mamma, impresario e amico ics. Dai, si entra. Qualche stretta di mano e un paio di presentazioni. Sì, l’impressione è che, al Malaluna, Justine sia la stella. Il programma, se ho capito bene, è questo: prima cover singer di Gianna Nannini, seguita da balli di gruppo e disco. Poi verrà il momento di Justine Fayèr e, poi, di nuovo giù con la disco.

Dove finisce Justine e comincia Fabio?
“Justine è una maschera. Certe situazioni, Fabio, non riuscirebbe ad affrontarle, è timido. Fabio non è capace di reggere un confronto con una persona simile a Justine. Justine può dare cose che Fabio non può. Quando si spengono i riflettori, però, Justine esce di scena, torna in camerino.”

E che cosa ne pensa Fabio, del Gay Pride?
“Fabio non condivide il Gay Pride. Non ne condivide lo sfarzo estremo, l’essere carnevalesco perché noi, omosessuali, vogliamo conquistare i nostri diritti come tutte le persone. Quando vediamo altri omosessuali o i transessuali girare per le strade in pose provocanti, ci chiediamo cosa sia, davvero, il Gay Pride. Justine, invece, lo condivide: finché c’è spettacolo, è bene festeggiare.”

Sono in conflitto, insomma.
“Justine blocca i sentimenti di Fabio. Fabio trabocca di amore. Vorrebbe amare. Ma quando confessa di fare spettacoli drag, gli uomini scappano. Credo che sia per gelosia. Però Fabio non può fare a meno di Justine. Capita di voler mollare tutto questo quando Justine non è richiesta, quando il telefono non squilla.”

Morirà Justine, Fabio?
“Succederà, prima o dopo. Tutte le cose belle devono finire. Tutte le cose belle devono lasciare spazio ad altre cose belle. Morirà quando lo dirò io.”

justine-8È il momento di assistere alla trasformazione. Justine c’invita nel camerino. Io ho l’occasione di registrare qualche altra risposta, Lorenzo di fotografare la magia. Il trucco è una preparazione minuziosa, ma meno maniacale di quanto credessi. Richiede quasi un’ora. Justine è in ritardo, ma tutte le dive, in fondo, si fanno attendere. In faccia ha, dipinta, la geometria: tutto è proporzionato, nulla è realistico, ma mantiene il fascino, unico, dell’imperfezione umana. “Non sono un pagliaccio” dice. Il risultato è strabiliante. Justine e Fabio, ora, sono ufficialmente due persone diverse. Si passa al vestito. Richiede cinque collant e tanta pazienza. Nasconde cose che una donna non dovrebbe avere. Il seno, quello, invece deve averlo. Alla base c’è un effetto ottico montato a regola d’arte. La prova finale: la parrucca reggerà? È quella nera. È nero anche il vestito. Sono neri anche gli stivali fetish. Puoi andare in scena, Justine. Sono già tutti ai tuoi piedi.

Riascoltando la registrazione di sabato, ho dimenticato l’ultima domanda. Sei felice, Justine?
“Felicissimo.”

Immagini di Lorenzo Sacco
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