La capitale delle scimmie

Baudelaire, Palermo e le donne

di Rubina Mendola
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N.17 del 12.2.2014
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“Qui ci sono femmine. Non ci sono donne.”

C. Baudelaire, La capitale delle Scimmie

Le ciabatte sono comode orribili a vedersi, nella loro sciatta intimità casereccia:  una donna in ciabatte abdica definitivamente alla sua femminilità.  O si è donne, o si indossano le ciabatte:  tertium non datur. Tanto tempo fa affermavo, durante una conversazione su ciò che distingue una donna da una ciabatta, che l’esser donna è un’attitudine innata non acquisibile tramite esperienza.  Mi fu detto che avevo torto, perché “donne si diventa e non si nasce”: e chi poteva dir questo se non una donna spaventata, nel fondo segreto di sé, di appartenere alla specie calzaturiera?  Sarebbe interessante conoscere l’opinione di Baudelaire in merito. Se avesse progettato un viaggio a Palermo oggi, che cosa avrebbe pensato delle donne di queste parti? Forse ne avrebbe viste ben poche: al tempo in cui scrisse Pauvre Belgique! (meglio noto come la Capitale delle Scimmie) non risparmiò imbarazzo e raccapriccio nei confronti delle dames di Bruxelles (“galline, arpie, smorfiose”).  A Bruxelles, diceva, “la stupidità minacciosa è sovrana”, “un’ idiozia universale che sgomenta come un pericolo indefinito e permanente”.  La capitale delle Scimmie è sicuramente il testo più crudele che Charles Baudelaire abbia scritto. In Belgio è interessato a incontrare editori a cui vendere le sue opere complete; desidera anche visitare qualche collezione privata, e scrivere alcuni articoli (la permanenza si apre con tre conferenze che gli avrebbero dovuto far intascare 500 franchi: alla fine ne guadagnò 100 a malapena) . Capitale delle Scimmie è uno scritto frammentario, apodittico, una raccolta di flash improvvisi, un nervoso periodare breve e sconnesso: questo componimento di che natura è?  Diario intimo, invettiva, studio antropologico?  Sicuramente e’ una feroce reprimenda contro il Belgio. Il suo odio per i belgi non ha limiti. Scrive Baudelaire: «Si diventa Belga per aver peccato. Un Belga è a se stesso il proprio inferno», oppure: «I Belgi non sanno camminare». Questo quaderno è un concentrato di ferocia inaudita: gli sprovveduti direbbero che si tratta della bibbia sacra del cinismo misto a misantropia, del risentimento eletto a sentimento originario. Il lettore illuminato meno impressionabile sa bene che si tratta di una prova di lucidità raggelante, fulminea, di uno scatto in avanti presso la demenza della modernità. Baudelaire è, pagina dopo pagina, osservatore sdegnato, fisionomista eccelso, fine psicologo, detective dei vezzi, delle pose mondane, delle misere finzioni del mondo. Capitale delle Scimmie è il testamento commosso di un uomo attaccato alla Bellezza più che alla vita, di un uomo con le idee chiare che aveva in mente un’ideale di Bellezza e di Donna molto definito. E se oggi passeggiasse a Palermo, cosa vedrebbe?  Gli appunti sul suo taccuino non sarebbero distanti da quelli trascritti durante il suo lungo soggiorno belga: e temo che le sue osservazioni sulle donne sarebbero le medesime, passeggiando per la città-simbolo della cospirazione contro la grazia, degradata e graveolente, che odia la Bellezza.  Ho scritto queste fantasie, sregolate e deliranti, immaginando la mia fiaba preferita: Baudelaire che osserva e prende appunti camminando per la mia città,  in un viaggio nella bruttezza spacciata per bellezza, nella sciatteria venduta per sprezzatura, nella civetteria spacciata per sensualità. Chi è stato lettore della Capitale delle Scimmie non si scandalizzerà: per gli altri, potrebbe essere molto urticante. Adesso lascio la parola a Charles: ogni cosa scritta a seguire è pronunciata da lui, non dalla sottoscritta. Per critiche e rimostranze è a lui che dovrete rivolgervi: vi risponderà direttamente dall’aldilà. Dunque, è Baudelaire , da questo momento in poi, che parla, scrive, pensa. Fate buon viaggio.

R. M.

Palermitanità-Caratteri generali:

chiara_ridPalermo è la capitale dei morti, delle scimmie, dei travestimenti. Il popolo palermitano odia la bellezza. Ama il degrado, se ne compiace, lo idealizza. Romantici del degrado. Sporca se può sporcare, urla e strepita al mercato, ai funerali, nei matrimoni. Negozianti quasi sempre scortesi, sciatti, svogliati. Commesse inacidite nei negozi, camerieri e cameriere sgarbati nei ristoranti, nei bar. Nessun senso dell’igiene pubblica: immondizia da tutte le parti, panettieri e baristi che prelevano gli alimenti a mani nude. Buongiorno, grazie e arrivederci sono visti col sospetto della formalità, della maniera ipocrita. Così si aboliscono. Ex mercati rionali trasformati in luoghi di raduno mondano: sporcizia, fetori e lezzi inconcepibili, strade lerce come latrine. Odiano i borghesi, gli antiborghesi, i comunisti, i democristiani. Odiano gli intellettuali, odiano gli analfabeti. Invasione di pseudo-artisti ovunque: pittori, pittori, altri pittori, attorucoli, teatranti e musicanti. Uomini incredibilmente bassi, panciuti, magri come vermi, informi come piccoli insetti. Invasione di grasso muliebre. Grasso dappertutto. Le donne anziane sono quasi tutte in allarmante sovrappeso, le donne di mezza età (60 -70 anni) sono trascurate, si trascinano come torte mariage sgonfiate. Le giovani hanno deretani sfiancati, cedevoli. I fianchi sono sbracati come tendoni circensi.

Fisionomia generale

Aspetto:

Zoocrazia. Le palermitane sono più simili ad animali che a donne: fisiognomicamente affini alle bestie da allevamento. Hanno piedi orrendi, spesso deformi, irregolari: sono molto grassocci o troppo ossuti e non di rado tendono a esser piatti: abominevoli alluci. In ogni caso sono sgraziati e talvolta mostruosi. I coloriti sono spenti: in inverno sono pallide, giallastre,  come i morti,  in estate marroni come il caffè. Il volto più comune della giovane donna palermitana è quello da topo. Segue il suino, la rana, il formichiere.  La donna-topo ha capelli e occhi scuri come la pece. Il prognato è rientrato o a balcone. Sono particolarmente pelose. Orecchie piccole ma pronunciate, con padiglione auricolare tondeggiante (il topolino). Ha un naso piccolo ma appuntito. Gli occhi non sono grandi ma allungati e un po’ stretti (come quelli del ratto) e il prognato è acuto verso l’esterno. Hanno mani piccole e vagamente ossute, la forma delle unghie è tondeggiante e tozza. Di solito il pollice è molto corto. La dentatura è da roditore: il gruppo degli incisivi superiori è ampio e quadriangolare. Non di rado si riscontrano dentature eccessive, invadenti. La tipologia di labbra femminili più frequenti è quella equina o anche detta a mulo (bocca dell’ asino).  Nel riso, restituisce il tipico suono del ragliare. La palermitana suina/scrofa ha un caratteristico labbro carnoso, un grugno mobile adatto a grufolare nel terreno. Poi c’è la vacca da allevamento: guancioni, culoni, senoni. 

Il portamento delle donne- caratteristiche generali

mariaeugenia_ridPrécieuse sans salon: dimenano corpo e labbra in pose da Cleopatre senza il trono. Poi: il passo della contadinella (al posto della borsetta, sembrano tener i mano il cesto per la verdura). Alcune camminano col naso all’insù (per tenersi su il morale a pezzi). Passo frettoloso (l’insetto) e passo del cadavere (tacchino). Camminare come insetti: passo svelto, saltellano come pulci. Incedere passivo: lasciarsi camminare, senza sforzo né desiderio.  Spallucce incurvate, scapole discendenti. Le donne camminano come tacchini, sono ciabattanti.  Il modo di camminare più frequente è quello del piccione e o del facchino carico di pesi. Molte di loro trascinano i piedi anche quando indossano scarpe col tacco (come fossero ciabatte). Se indossano scarpe basse, le trascinano. Altre ostentano senza alcuna grazia la presenza del tacco. Ma i tacchini e i piccioni sono i più frequenti. Spalle ricurve, mani molli, braccia penzoloni. Quelle che camminano a gambe divaricate (come le femmine dei gorilla). Nei locali di ristorazione mangiano come contadine (immancabile braccio nascosto sotto il tavolo durante i pasti, mentre con l’altro agitano la posata).

Abiti

Donne attaccapanni. Non sono loro a indossare gli abiti ma il contrario. Donne-gruccia. Straccione o vestite da cerimonia (ovunque, solo grucce). Il nero è il colore delle donne di Palermo. Più nero c’è meglio è:  forse convinte che questo conferisca un’aura di mistero, forse sicure che questo le renda eleganti o simili alle femme fatale di una volta. Sembrano pesciolini morti a galla, con la pancia all’insù. Vi sono quelle spaventate dall’idea di sembrare comuni e quelle terrorizzate di non sembrarlo. Vi sono donne abbruttite dal desiderio di apparire desiderabili e ve ne sono di mortificate dal bisogno di apparire garbatamente anonime. Vi sono pure quelle che temono l’aspetto romantico, rassicurante, aggraziato (rifuggono la cosiddetta aria perbene? Temono di sembrare delle signore? Timore di rassomigliare alle loro mamme, alle loro zie?)  e conducono ogni loro sforzo in direzione di una esibizione ripetitiva di feticci anticonformisti (tatuaggi, piercing, dilatazioni dei lobi , delle narici e magari di altri orifizi). Le straccione. Vittime dello stile easy-chic da grandi magazzini o da mercatini vintage, esse deambulano con vesti non dissimili ai panni da spolvero: accostamenti casuali, svogliati, insensati; orrorifici temi optical.  Le cerimoniose sembrano confezionate da una ditta di surgelati: accostamenti studiati a tavolino; borse coordinate a scarpe, scarpe coordinate a gonne. Esse temono di apparire volgari, di apparire sconvenienti, così scelgono la surgelazione.

Conversazione

ninfa_ridImpotenza nella conversazione. Nihil audibile. Delirante contraffazione della realtà. Le donne di queste parti sono simulatori automatici di identità, marchingegni attoriali a scopo di truffa: finti entusiasmi e finti nichilismi. Disprezzo del riso motivato o del sorriso in generale (in entrambi i casi, per moda). Il sorriso non sembra essere un valore aggiunto al temperamento (l’accento di colore al momento giusto) ma una posa sociale di ipocrita simpaticheria per stare a genio all’interlocutore. Ridono per qualunque cosa, ridono di tutto. Ogni cosa che dici le fa ridere. Si potrebbe dire: “sono donne allegre, vitali!” No. E’ il riso isterico della volontà di apparire solari ad ogni costo (hysteria vaginalis). Ridere di tutto gracchiando: umorismo da galeotti  (il famoso “mito dell’allegra”). Oppure: scarsità di sorrisi, avarizia indomita di allegria. Compiacimento posticcio per lo spleen. Donne che ridono poco e niente, e soltanto tra i denti. Altro mito, altra posa: il mito della morte, della decomposizione. Il mito della donnina sbriciolata come un pane di segale che vuole soltanto “lasciarsi morire”. La femmina da elemosina: stereotipo della donnina in bianco e nero da banco dei pegni (“fate la carità!”). I feticci del gothic e delle tenebre. Donne buone per la cassa da morto (anche dette “le suocere del becchino.”)

Belletto

Se i corpi non ci sono, come possono esserci volti da ornare col belletto? A Palermo le donne sono prive di corpo, lo annullano con la loro civetteria burocratica (bambolette municipali: squallide figurine prestampate da parata notturna). Le più oneste praticano il nudo; nessuno segno, nessun colore: sembrano œuf à la coque (abominevole natura allo stato grezzo).  Le più codarde osano colorarsi zigomi, occhi e labbra con stile da avanzo di galera.  Il viso andrebbe decorato, non intonacato. E gli occhi non mascherati ma dipinti. Il buonsenso piccolo-borghese delle dames palermitane è non di far bella toiletta da maquillage ma di apparecchiarsi la faccia.  I loro occhi sono poveri  come corridoi ospedalieri, le loro labbra appassite da smorfie funebri. Qui le ragazze si apparecchiano d’intonaco oppure si tracciano addosso al volto segni malamente colorati. In fatto di toiletta, vige la smania dell’imitazione portata al parossismo, il conformismo come religione suprema: stessi colori, stesso di tutto.  Eloge du maquillage?  No. Qui solamente pavoni senza piume o giocattoli difettosi. La sensualità di un vegetale solletica più fantasie di questi animaletti senza corpo. Da queste parti anche il verme si presenta con un nome diverso.  Vanteria universale.  Bruttezza inconcepibile della prevedibilità, orrore del sex appeal seriale: rossetti appoggiati come nastri adesivi, matite usate come evidenziatori .  Nessuna pratica della cipria.  Sopracciglia sottili come fili di cotone o spesse come baffi maschili. Struccate hanno la stessa desolazione delle latrine pubbliche, truccate hanno l’aspetto di ciliegie sotto spirito.  Intriganti sinfonie cromatiche, orchestrate attorno a belle tonalità; contrasti con le gradazioni vibranti dei rossi e dei rosa;  uno sguardo che opta per i neri e i grigi misteriosi, per bagliori sensuali,  gote accese di impalpabili effetti radiosi, perfettamente armonizzati con le labbra vivaci: tutte cose che qui, stai fresco, non vedrai mai, neppure fossi sotto l’effetto dell’oppio più pregiato.

“Non sapranno mai,

queste bellezze da vignette,

questi prodotti avariati,

nati da un secolo cialtrone,

questi piedi da stivaletti,

queste dita da nacchere,

soddisfare un cuore come il mio.
Lascio a Gavarni, poeta di versi clorosi,

il suo gregge mormorante di bellezze da ospedale:

non posso trovare fra queste pallide rose,

un fiore che assomigli al mio rosso ideale.
Quel che ci vuole per questo cuore profondo come un abisso sei tu,

Lady Macbeth, anima forte nel delitto,

sogno eschileo schiusosi in climi iperborei;
o sei tu, grande Notte,

nata da Michelangelo,

che torci quetamente, in una strana posa,

le tue forme fatte per la bocca dei Titani!”

Ph AliSe Blandini
Photo assistant and post-produzione Ramona Fernandez
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