La dark lady dell’elettronica

Due parole sulla psico-discografia di Laurel Halo

di Marco Sciarrino
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Musica
N.7 del 4.12.2013
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Non è misoginia. Nella mia collezione musicale non c’è traccia del gentil sesso. MTV ha lavorato duro per tracciare nel subconscio del ragazzo che ero una lunga linea a dividere il pop frizzantino dal rock depressivo. Al primo ho quindi da sempre associato il tacco a spillo, mentre al secondo il più figo chiodo. E una voce mista a tabacco e alcool da tre soldi, mi capirete, si addice malvolentieri all’immaginario adolescenziale di “donna”. Nel frattempo quella linea è diventata un muro, tirato su in concomitanza a una più matura discesa nelle tenebre dell’elettronica. Imbattersi in una “produttrice”, anche per sentito dire, la reputo tuttora una provocazione. E a chi pensa a Björk, dico che ha mancato il colpo. Per dirla tutta i produttori dell’altra sponda iniziano da queste parti con un secco quattro in pagella. Non che siano delle incapaci, per carità, ma il mio subconscio deve pur essere assecondato. Motivo per cui non leggerete la prima stesura di quest’articolo, parzialmente rinnegato perché fondato su una consapevole e immatura convinzione, screditata da me stesso. Mea culpa. E una volta eliminata la convinzione, quella boreale Light + Space a firma Laurel Halo ha assunto il suo perché, e tutto è diventato più “politico”. Il vibe ricorda Born Slippy degli Underworld, ma è più a quattr’occhi e meno psichedelica. È uno sfavillio quieto di drone e voce angolati alla perfezione, che rimanda alla stessa malinconia da isolamento contenuta in Ladies & Gentlemen We Are Floating In Space degli Spiritualized. Col senno di poi dico un’ecologica sensazione di pace. E quattro voti in più da cui ripartire.

Credit Allsongs - internaEppure, non è una retromarcia. Le quattro tracce presenti in King Felix (Hippos In Tanks, 2010) – in verità cinque, l’ultima è corretta da Daniel Lopatin – al primo ascolto le avevo definite delle narcisistiche espressioni d’arte di una ventiquattrenne sotto contratto. L’impressione, al secondo ascolto, è rimasta pressappoco la stessa. Sequencer e synthetizer strappano qualche applauso per come sono abilmente utilizzati, ma la loro pomposa esibizione profila una Laurel fin troppo accademica, quasi robotica, sennonché a mantenerla in carne e ossa sono il vocalismo pop agrodolce e quei sedici minuti che bastano a etichettarla produttrice, nulla di più. Narcisista, pomposo e accademico sono aggettivi assolutamente accettabili nella misura in cui non nascondono una ricerca ansimante e forzosa della combinazione adatta a esprimere l’artista attraverso un suono. Bene, King Felix è una ricerca simile, senza soluzione. Se però giro la frittata, e ascolto King Felix da un punto di vista più politico, mi accorgo di un potenziale non ancora realizzato, ottimo per gli appassionati di pop elettronico subacqueo.

Credit Nick Torsell - internaUn paio di note biografiche. Laurel Halo nasce Ina Cube in una cittadina americana zona Detroit. Da qualche parte ho letto che nel giradischi tiene il compositore Steve Reich, sul comodino lo scrittore sci-fi Phillip Dick – non è la prima volta che incappo in questo nome, un giorno ne parleremo – e ha iniziato a comporre a diciannove anni mescolando la sua formazione classica – Laurel è una pianista/violinista – con gli idiomi del genere elettronica. Le interviste rilasciate da Laurel potrebbero somigliare a quelle concesse da un qualunque consulente pagato dalla Korg. Nelle risposte che ho avuto occasione di leggere, Laurel intrattiene i giornalisti con spiegazioni sulla manipolazione degli equalizzatori e sui metodi di compressione e filtraggio, chiacchierando di apparecchiature appena comprate di cui non ricordo neanche i nomi. Accenna di manuali ammonticchiati un po’ ovunque in casa, collezionati dal primo giorno in cui inizia a produrre musica elettronica, e di laboratori del suono allestiti a Londra, Berlino e New York diventati fin da subito i suoi focolai domestici. Laurel invece stenta a parlare quando le domandano di citare influenze d’autore, perché è intuitivo, ascoltandone i dischi, che il suo è un cammino da percorrere in disparte, senza guardare attorno. E la sua è una musica che sì, segue i riflessi pressoché comuni a tutti quei produttori che si divertono di più come diggeiBehind The Green Door (Hyperdub, 2013) – ma si rivela un’esperienza altrettanto originale, e parallela alla persona.

Credit Rezflicks - InternaKing Felix ha il merito di dirigere la meticolosità di Laurel Halo verso la realizzazione di lavori più completi, e umani. Nei trenta minuti di Hour Logic (Hippos In Tanks, 2011) lo sviluppo artistico di Laurel, rivolto verso una fluttuante dance elettronica, confluisce finalmente in un suono proprio. Le tracce sono sempre elaborate, ma risuonano meno oziose. E il synthetizer è più presente, ma assume frequenze meno macchinose. In un disco che ha in realtà poco di umano – i vocalismi di King Felix diventano echi, in alcuni brani spariscono – e che contiene pezzi che possono imporsi oppure no al pubblico, proprio lì Laurel Halo riesce a esprimersi nel miglior modo possibile.

Nelle interviste di cui parlavo prima, Laurel confessa di lasciare per poche ore al Credit Robocod - Internagiorno la sua casa, e di passare la maggior parte del tempo davanti al laptop. È questo stato di solitudine creativa a trasformarsi nel suo primo ellepì, Quarantine (Hyperdub, 2012). È un disco ammansito dalla bacchettata sulle manopole di King Felix. È solido, e sviluppato attorno al grigiore dell’ambient. È intriso dell’animo malinconico di Laurel, tornata a registrare sia tracce strumentali, sia vocali. Nel complesso, richiama una marmellata di suoni metallici, talmente densa che alcune parole echeggiano sinuose, e altre si accartocciano e si ramificano velocemente come se volessero penetrarla. Mettendo però da parte l’indiscutibile abilità canora di Laurel, che avrà pure diritto ad assoli virtuosi, e mettendo da parte l’accuratezza con la quale registrazioni extraterrestri riescono a catturare l’attenzione per quaranta minuti, a completare il primo passo verso un’opera umana rimane, appunto, la capacità di Quarantine di trasmettere a parole e chiaramente lo stato d’animo che accompagna il suo nome. Si tratta di ritmi tribali e ballate synth che circoscrivono uno spazio claustrofobico e inquietante. Di trame dense da trip meditativo che esaltano il lato alienante della tecnologia, a tu per tu con strutture sonore liquide giocate su pizzichi di drone e percussioni analogiche. Sorrette da un vocalismo vetroso e allo stesso tempo romantico. Il rapporto con la modernità assume tonalità oscure, come a celebrare un futuro che per quanto è fonte di curiosità, è disarmante.

Chance Of Rain (Hyperdub, 2013) è un successivo passo in avanti. La formazione classica della Quarantine Cover - Internasignorina Halo viene fuori da interludi jazz di qualche minuto. Oltretutto, il disco mantiene una costante techno spalmata su in piano elettrico che rimanda a dancefloor industriali impegnative. La quasi totale mancanza di parti vocali potrebbe rendere il lavoro impersonale, ma fino a un certo punto. In realtà è più umano di quello che si possa credere. Il trait d’union tra la ritmica ovattata di chiara tradizione minimal e la lirica ambient, traccia un paesaggio armonico spirituale che rappresenta un nuovo percorso per Laurel. Via la natura astratta, quel deep space che aveva contrassegnato Quarantine, per dedicarsi a qualcosa di più crudo, immediato ma altrettanto profondo. Certo, i synth utopici/malinconici sono ancora presenti – è il lato psicologico di Laurel, poco tattile – ma stavolta sono stagnanti in un’ossatura più quadrata e ritmica che fatica a trovare posto in un genere predefinito, sebbene a primo impatto possa sembrare IDM.

Le registrazioni firmate Halo hanno ciascuna la propria ics di maturità e la propria angolatura. Alcune Credit Szymon Zakrzewski - Internasono facilmente orecchiabili, laddove altre non lo sono per nulla. E altre ancora provengono da esperimenti tutt’altro che improvvisati, ma non sempre riusciti appieno. E sebbene certe possano addirittura risuonare simili tra loro, le registrazioni di Laurel sono in realtà assimilate a una continua ridefinizione del rapporto tra lei e la macchina. Non è un’artista convenzionale. La vedo come una sorta di dark lady dell’elettronica. La sua musica sembra mantenersi nell’aria, a mezza altezza tra le forme sacramentali del genere e un pathos sonoro tanto turbato da essere affascinante. Già, signore e signori stiamo galleggiando.

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