La grassa famiglia bianca

Da un pub per pensionati di Brixton a Nme

di Carlo Miles Prestia
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Musica
N.11 del 2.1.2014
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8 Arprile 2013. Muore Margaret Tatcher. 9 Aprile. Piccola orda festaiola si riversa sulla piazza del cinema Ritzy a Brixton. 14 Aprile. “Ding Dong The Witch Is Dead” scala le classifiche di Radio 1 in UK, ma la censura insabbia tutto. È in questo contesto che la nazione inizia a sentir parlare della Grassa Famiglia Bianca. I Fat Whites posano per la stampa nazionale alla manifestazione di Brixton, sfoggiando in alto uno stendardo con su scritto “The Bitch Is Dead“.dh_thatcher3-20130409062116781947-620x349I Fat Whites sono quanto di più lontano ci possa essere dal prototipo di Rock & Roller britannico. Non sono certo degli adoni, sono sgraziati, non seguono le regole del business, sono perfino dichiaratamente “Comunisti”, una cosa  che in UK più “out of trend” non potrebbe essere. Non solo! Sono pure di South London, che forse, almeno quando avevano iniziato, era ancora più demodé di essere Comunisti. Fanno di base fra Peckham e Brixton, il nuovo baluardo della gentrificazione – o “yuppieficazione” come pace a loro – di Londra. http://www.flickr.com/photos/bitchcakes/3357622697/Questo autunno hanno organizzato un happening anti-champagne&formage nel cuore di Brixtonia, e hanno anche creato casini agli avvoltoi della rapace agenzia immobiliare Foxtons. Peraltro la filiale di Brixton della stessa agenzia, questa estate era stata coperta dall’infame scritta “Yuppies Go Home!“. Il Sud di Londra un giorno morirà, ma al contrario dell’Est e di molti altri quartieri, sta creando non poche rogne ai diabolici gentrificatori delle Corporazioni Del Male. I Fat Whites nascono da tutto questo.

Non suonano nei locali trendy. Per lungo tempo hanno suonato solo ed esclusivamente al Queens Head, un vecchio pub della working-class fra Brixton e Stockwell. E sempre qui si esibiscono regolarmente, anche oggi che sono ultra-richiesti. Di recente hanno fatto il sold-out al leggendario 100 Club nel centro di Londra. Nonostante abbiano praticato il peggiore “business” musicale possibile, più o meno volutamente, sono finiti in copertina su NME e il loro disco, dopo essere stato in streaming gratis per quasi un anno e dai più ignorato, oggi è finito nelle classifiche di fine anno di gran parte della stampa musicale Britannica. Il video del loro primo singolo, “Cream Of The Young” è stato girato dall’artista Robert Rubbish, insieme al giovane director Lou Smith.

Quest’anno è uscito un articolo sul Guardian che divideva la società Britannica in qualcosa come sei nuove e vecchie classi sociali. In questa suddivisione la classe operaia è praticamente composta solo da pensionati. Emerge una nuova classe, quella di ragazzi fra i 20 e i 30 anni, dotati di un notevole capitale culturale, ma di zero capitale economico. Il titolo del loro disco d’esordio, “Champagne Holocaust”, indica proprio l’olocausto operato dalle classi dirigenti su queste due sotto-classi, che ha già trasformato molti quartieri della città e che è da poco incominciato nel Sud di Londra. Lo stesso naturalmente accade da tempo in tutte le grandi capitali del mondo. Tempo fa avevo scritto un editoriale che parlava di Kill Surf City come “strenua resistenza”. I Fat Whites ce l’hanno sempre messa tutta per sembrare dei cazzoni e questa intervista ne è testimonianza. Tuttavia sono nostri compagni di resistenza!

Questa intervista è stata fatta quando ancora se li filavano davvero in pochi ed è un ottimo reperto ed una bellissima testimonianza di passione e umiltà da parte di due (su cinque di loro) ragazzi Inglesi che hanno preso la cosciente decisione di fare musica senza scendere a patti con nessuno, in un’Inghilterra dove nella Top 10 della BBC ci sono soltanto due band contro otto X-Factor, e dove nonostante quello che si pensi in Italia, vige lo stesso stallo culturale e lo stesso cinismo che permea a casa nostra, con la differenza – non da poco – che qui c’è un mercato in evoluzione.

artworks-000043426358-ws842u-t500x500All’alba dell’uscita del loro LP di esordio, lo splendido “Champagne Holocaust”, in una fredda Domenica di Novembre nel 2012, rispondono Saul Adamczewski e Lias Saudi. I loro nomi la dicono lunga sulla storia della classe lavoratrice emigrata nel sud di Londra nella prima metà del secolo appena trascorso. A quel tempo i Fat Whites non immaginavano neanche il successo che avrebbero avuto nei mesi a seguire.

Come ė nata questa follia?
Saul: La band è nata tre anni fa. Eravamo “compagni di bevute” e ne avevamo le scatole piene dei nostri lavori. Prima io e Lias suonavamo nei Saudis, poi ci siamo appassionati alla musica Country e a Charles Manson. La Manson Family Band sai… una sorta di Folk psichedelico completamente folle. Ci piacevano anche i Gun Club e abbiamo provato a metterci la stessa energia selvaggia. Ci siamo concentrati sull’attitudine di quello che facevamo, perché nessuno di noi in verità sa suonare.

E cosa mi dite di questo disco, “Champagne Holocaust” … il vostro batterista una sera mi ha detto che è una specie di parodia della storia Rock & Roll…
S: Noi non siamo mai daccordo con niente di quello che dice lui, per presa di posizione!
L: Semmai ė un omaggio!
S:
È un disco sulle piccole e grandi miserie quotidiane.
L:
È un disco altamente politico. Mi piacerebbe pensarlo in questo modo. E poi c’è anche un sacco di violenza sui minori.
S:
Violenza e abusi.
L:
Non è che ci vogliamo discostare dalla mischia o fare qualche tipo di denuncia… vorrei pensarmi come a uno stupratore io stesso, voglio dire… è più un tentativo di far luce sulla natura delle cose. Non mi interessa quella musica in cui sei obbligato a prendere una parte o l’altra. È noiosa, come se fosse scontato che tu la debba pensare in un determinato modo. Quello che faccio ha a che fare con il mio costante mettermi in discussione, allo stesso modo in cui posso mettermi in discussione con chiunque. Ho le mie idee e una certa logica riguardo a come va il mondo. So che il mondo è la fuori ma non riesco a venirne a capo e l’unica cosa che posso fare è darmi piacere e soddisfarmi il più possibile.

Cosa contiene questo disco, di cosa volete parlarci?
S: È una dichiarazione di intenti.
L: È una dichiarazione di intenti ma anche una confessione di assoluta mancanza di volontà.
L: Parliamo di lotta, di stupri, non solo nel senso di violenza su un minore…
S: La lotta di classe, dei proletari…

Questa cosa mi fa pensare a una parolaccia …
L: Si, siamo Comunisti.
S: Siamo tutti Comunisti.

Cioè Comunismo vecchio stampo?
L: Non esattamente.
S: Crediamo nella liberazione della classe lavoratrice.
L: Roba semplice, cose logiche.
S: Non siamo degli accademici o degli intellettuali.
L: Voglio dire, naturalmente ci sono tutti i grandi esperimenti scientifici del Ventesimo Secolo, tutte quelle cose orribili che sono successe, i Comunisti che per primi cercano di mandare l’uomo nello spazio, la Comune di Parigi, i missili Sovietici, la Cina, tutto questo dove va a parare? Da questa parte del mondo il Comunismo ha raggiunto un punto critico e la maggior parte delle persone lo percepisce come l’insieme di tutte queste cose.
S: A livello lirico questa è una delle tante cose di cui parliamo.
L: Ci sono anche tantissimo sesso e tantissima violenza.
S: E odio.
L: L’odio, that’s a big one.
S:
Lo diceva anche Johnny Rotten, l’odio è una forma di energia (da “Rise” dei PIL, ndr).
L:
Si, l’odio allo stato puro è una cosa buona. La gente dice che i nostri testi sono cinici e misantropici.

E quindi dove volete arrivare? La vostra musica è una sorta di rituale di liberazione?
L: Assolutamente sì, noi facciamo rituali. Non c’è dubbio su questo.
S: Ci piace pensare a rituali sciamanici.
L: Si in molti definiscono le nostre performance come rituali sciamanici. Ma abbiamo dovuto lavorare. Siamo stati un anno senza fare concerti. Ci siamo trasferiti in un piccolo appartamento. Vivere insieme in un piccolo spazio è stato cruciale, è lì che abbiamo scritto il disco. Riesci veramente a concentrarti e a focalizzarti bene su quello che fai nello spazio giusto.

Quando lo avete registrato?
S: Ci abbiamo messo secoli. Trash Mouth Records, la nostra etichetta, ha il suo studio a New Malden, a West London. Fra l’altro si occupano principalmente di musica Dance e di remix, ma ora hanno deciso di lavorare anche con un po’ di band. Siccome hanno il loro studio, abbiamo avuto la libertà di registrare per quanto ci pareva. Non c’erano pressioni ne limiti di tempo, che poi sono i due ostacoli principali di quando registri un disco, perchè devi sbrigarti e finire e lo stress compromette il tuo lavoro. Non c’è stato nessuno stress. Abbiamo registrato ogni singola canzone almeno dieci volte. E alla fine ne avevamo undici.

Siete una band di Londra, come vivete il vostro rapporto con la città?
L: È sicuramente troppo costosa e a volte anche abbastanza deprimente.
S: East London è deprimente.

Questo è quello volevo sentirvi dire ragazzi! Allora, cosa c’è di sbagliato in East London?
L: Cosa c’è di sbagliato? Voglio dire… cosa c’è di giusto… credo che essenzialmente East London sia il fulcro della passività della nostra specie. Dovrebbe essere il centro culturale pulsante della città, per cui in questo senso East London è tutta sbagliata, perchè il luogo in cui dovresti trovare rumore e creatività in realtà è un buco tedioso e completamente fossilizzato.
L: Abbiamo cominciato a suonarci da poco. A quanto pare abbiamo un po’ di fan da quelle parti.
S: Abbiamo provato a resistere a lungo, ma non facevamo che suonare in un “easy-come” club a Nunhead, al Queen’s Head e al Windmill di Brixton. Facevamo sempre gli stessi tre concerti ancora e ancora e ancora e avevamo sempre gli stessi tre o quattro ubriaconi di mezza età come pubblico.

Cosa c’è di così speciale qui a Sud?
S: Il sud non è più quello di una volta, ma almeno non è stato ancora violentato da complete teste di cazzo!
L:South London è il futuro però, in quel senso…
S: Ma il Sud è ancora legato alle sue vecchie radici “working class” e non è ancora stato yuppieficato… ma lentamente se lo stanno prendendo, come il Nord, l’Est, si stanno estendendo a macchia d’olio.
L: Si, voglio dire, non è che siamo minatori, mio nonno era un minatore, ma io di certo non sono un minatore! Non muoio di fame, ma ecco, anche questo in un certo senso fa parte di quella miserabile lotta quotidiana!

Vi sentite in qualche modo legati alla scena di frustrati Garage-Rocker londinesi?
S: Di sicuro ci sentiamo completamente fuori dalla cosiddetta “scena”. Ci sono un sacco di band di Londra che ci piacciono. Abbiamo la nostra serata qui al Queens Head dove facciamo esibire gli artisti che vogliamo, ma sono tutti diversi fra loro. Quello che non capisco è quella roba tipo “la scena Garage Rock”. Di fatto una scena è qualcosa tipo… un gruppo più o meno folto di persone che fanno la stessa cosa e parlano delle stesse stronzate tutto il tempo. Ora stiamo mettendo su uno show con questo cantante folk della Mongolia che essenzialmente è un suonatore di strada. Ed è uno dei nostri idoli. Sai quel tipo di persone comunemente etichettate come “reietti”, “esiliati”, quella è la roba che ci interessa. È così che anche noi ci sentiamo e ci classifichiamo. La scena è soltanto una futile storia di moda, è più che altro mettersi in posa e prendere droghe perchè fa fico.Fat White Family

Mi capita di parlare con o di intervistare un sacco di band emergenti di Londra e sembrano tutti molto frustrati dal fatto di doversi sbattere al limite per ottenere un pò di attenzione.
S: Ma il loro problema è proprio quello. A noi non ce ne frega niente. Non ci importra un cazzo di venderci come prodotto. Vogliamo solo suonare musica al Queens Head. E se buttiamo fuori un disco o dei singoli e alla gente piacciono, benissimo. È tutto quello che devi fare per promuoverti, nient’altro. Liberatevi di tutta quella merda e di tutte quelle stronzate …. se possiamo fare più dischi che ascolteranno duecento persone a cui piaceranno, saremo soddisfatti, quello è il piano, finchè non ci rompiamo e decidiamo di fare qualcos’altro. Quando pensi costantemente a fare le cose in grande e a come fare successo è sempre una delusione, perchè ti stai stressando troppo. Mentre se suoni per quattro persone, te ne freghi e pensi solo a divertirti, tutto fila liscio. La nostra musica è fondamentalmente stupida ed è fantastico suonarla alla gente. Non voglio cadere nello stereotipo “oh si noi lo facciamo per la musica”, ma capisci cosa intendo…
L: Fare musica è un piacere indescrivibile, è la cosa piu bella e puoi trarne tanta soddisfazione.
S: Voglio dire, il disco è on-line da un sacco di tempo, lo so che è cattivo business e pessimo management, ma chissenefrega…
L: È pessimo management, ma c’è un piccolo gruppo di persone a cui piace…
S: Le persone a cui piace lo compreranno comunque quando uscirà in vinile. Non è che non ce ne frega niente di fare i tour e suonare ai festival, ma vogliamo che accada solo grazie al nostro merito, non perchè abbiamo leccato il culo a qualcuno a cui avremmo dovuto leccarlo perchè i suoi genitori sono famosi. Significa svendersi, nient’altro. Non voglio farcela in quel modo, per cui continueremo a fare musica fino a quando la gente ci noterà oppure ci ignorerà totalmente.
L: Ha perfettamente senso, non puoi mentire a te stesso in quella situazione, accettalo e basta. Noi stiamo facendo dischi, iniziamo a fare show più grossi e i promoter ci chiedono di suonare, fino ad ora ha funzionato per cui non c’è motivo di diventare improvvisamente strategici e stare al gioco.
S: Ci sono persone che suonano in band con cui abbiamo diviso il palco e hanno tenuto il gioco nel migliore dei modi, ma alla fine si è rivelato per quello che era, una grossa fregatura, merda pianificata. Oggi i gruppi si vendono per niente, la gente suona perchè vuole scoparsi le modelle e andare a party super-esclusivi. Ok forse è sempre stato così, ma a me sembra che stia degenerando sempre di più.

Molti gruppi si lamentano del fatto che ci sono meno soldi da investire nella Music Industry, e che la mancanza di soldi sta uccidendo le band, perché gli artisti non possono più sostentarsi con la musica…
S: No, sono completamente in disaccordo. Un sacco di musicisti avevano il privilegio di non dover fare i loro merdosi “day-jobs”, ma è proprio questo il punto, devi sporcarti le mani, devi fare quella merda, devi andare in sussidio se sei in una piccola band. E questo è il vero motivo per cui l’intera Music Industry è collassata. Perchè era tutta falsa economia, davano via soldi, spendevano palate di quattrini che neanche avevano.

Pensate che la carenza di risorse possa essere uno stimolo per la creatività?
S: Yeah totally man! È così che funziona l’Underground. L’Underground ci sarà sempre, con o senza soldi. Filtra via la merda e possibilmente filtrerà via le persone che stanno lì per puro business, perchè puoi andare avanti solo a condizione che tu voglia veramente farlo!
L: A un certo punto la questione è semplice: “voglio veramente prendermi sul serio o forse è meglio che mi occupi di altro?”. Potrei facilmente prendere un lavoro che paghi abbastanza bene e dedicarmici anima e corpo, ma non è così che va per me. E il momento in cui ti rispondi a questa domanda è il momento in cui incominci a produrre roba buona, perchè cazzo, a quel punto devi farlo per forza, non hai scelta!
S: Lo fai e basta. E le persone  a cui non importa veramente non continueranno a farlo all’infinito perchè non riescono a spillarci un centesimo. Ma le persone che lo fanno perchè hanno veramente voglia di farlo, lo faranno comunque. E il fatto che la musica oggi sia cosi accessibile è una cosa buona per quest’ultima categoria.

Questa intervista è stata realizzata a Brixton il 18 Novembre 2012.

Immagine di copertina: Al Folo
Immagini interne all'articolo di: AFP, Bitch Cakes (http://www.flickr.com/photos/bitchcakes/), Louise Haywood-Schiefer,
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