La nostra guerra ora

Intervista a Loredana Longo

di Vincenzo Profeta
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Arte
N.23 del 26.3.2014
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Loredana Longo alla GAM, in una mostra sulla dittatura, iniziamo col dire che Loredana non è la solita artista brutta, sfigata, pseudo femminista e lesbicheggiante che puoi trovare in giro per le mostre, Loredana Longo è un bel donnone catanese, dallo spirito battagliero che sa il fatto suo, carattere deciso , in un lavoro artistico che finalmente non fa trasparire il sesso del caro estinto degli ultimi anni, ovvero l’artista, si perchè più che una artista Loredana è una performer e tutto in lei va documentato, venuta fuori sulla scena alla fine degli anni novanta, famosa per le sue esplosioni, ha fatto saltare in aria di tutto, tavole borghesi e schemi precostituiti, è l’unica artista-performer siciliana presente ormai sulla scena del crimine artistico da anni, questo rivela un carattere coriaceo ed una verve che raramente si trova nelle sue colleghe donnine impegnate, Loredana ho scoperto recentemente che ama sparare, ecco un bel numero mitragliato di domande sulla sua recente mostra.

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Partiamo dal titolo perchè “My Own War”?

E’ la “mia guerra personale”, quello in cui credo, quello per cui mi impegno a lottare. Negli ultimi anni ho realizzato molte opere in cui sono presenti degli elementi di denuncia, ma alla fine credo che all’origine del mio pensiero ci sia una costante ricerca del concetto di Libertà, contrapposto a quello dell’abuso di potere.

La dittatura nella tua mostra oltre che affrontata formalmente è finalmente affrontata concettualmente e senza moralismi, mi hai detto che infondo siamo tutti dittatori, potresti spiegarmi questo concetto?

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Ti riferisci al lavoro THE CIRCLE, il cerchio. Riflettevo che nella storia dell’umanità ci sono delle costanti che si ripetono, come in un cerchio. Il paradosso è che spesso la vittima diventa carnefice, le dittature sono sempre finite ed i dittatori sono stati estromessi dalla loro carica, ammazzati, incarcerati, al loro posto sono salite altre figure, spesso ripresentandosi come altre dittature. Nella performance alla GAM e nel video girato al Politeama di Palermo, una figura dittatoriale sale sul palco, incarnando diversi dittatori: Milosevich, Stalin, Hitler, Mao, Saddam Hussein, Franco e un  breve accenno a Mussolini. La maschera che indossa è un morphing, in pratica 11 volti di dittatori sovrapposti. Il dittatore fa il suo ingresso fra un piccolo esercito che invece indossa una maschera di pecora, in verità il morphing fra il mio viso e quello di una pecora. Durante lo sproloquio del dittatore, frasi di celebri discorsi in lingua originale, l’esercito di pecore che inizialmente belava in senso di assenso inizia ad ululare, il dissenso raggiunge il suo apice alla fine, quando infatti il dittatore capisce di non avere più alcun potere, toglie la maschera e mostra tutta la sua umanità, un viso affranto, il piccolo esercito pure cambia la maschera trasformandosi in un esercito di dittatori, si volta e rinnega il dittatore. In tutto questo la performance è un musical che comincia con una musica originale interpretata da Francesco Maria Gallo, l’Aida di Verdi e il Dies Irae di Verdi, non a caso.

 

 

La questione femminile come la questione omosessuale sono ormai un prodotto mediatico, come ti poni in merito a tutto questo?

Ti direi volgarmente che io sono nata così, non è un problema che mi pongo, perché per me le scelte sessuali sono assolutamente personali.

Odio le mostre per sole donne, credo che siano dei veri e propri ghetti, tu hai recentemente partecipato alla biennale donne, non credi che sia orribile questa auto-ghettizzazione?

Ti dirò che anche io non amo questo tipo di ghettizzazione, quando ho ricevuto l’invito non potevo credere che la chiamassero proprio Biennale Donne. Poi ho guardato le edizioni passate, le notevoli artiste invitate a questa edizione dal titolo VIOLENCE,( io sono stata invitata come artista italiana, ma c’erano anche  Valie Export, Yoko Ono, Regina Galindo…), la qualità dei lavori ed ho pensato che non fosse importante se le partecipanti fossero tutte donne, ma che il lavoro fosse forte, che rappresentasse uno spaccato della violenza sulla donna. Io poi come sai non faccio un lavoro tipicamente femminile, o come dire riconoscibile come un lavoro di una donna. A volte anche pensare che le categorie siano categorie e che non debbano esistere categorie diventa far parte di un’altra categoria, ti ripeto non mi interessa entrare in sterili polemiche su donne, gay, maschi e femmine, io sono oltre.

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Il tuo lavoro sulle suffraggette è molto retorico ma formalmente mi è piaciuto molto, quanto il contenuto concettuale di quello che produci influisce poi sulla forma?

FLOOR#5 triangle shirtwaist fire è stato realizzato proprio per la mostra Violence, Biennale Donne. Non esisteva tragedia più rappresentativa, l’incendio che ha devastato nel 1911 la fabbrica di camice a New York, 146 operaie morte bruciate, 146 mattonelle in cemento e camice bruciate sono per terra, calpestabili, puoi camminare su questo monumento e se da un lato ne calpesti anche la memoria dall’altro ne denunci la tragedia, l’abuso avvenuto. Il cemento è poi una costante dei miei ultimi lavori, tutta la serie dei FLOOR sono pavimenti in cemento impoverito con materiali che rappresentano una tematica a me cara, in più la denuncia sull’utilizzo incontrastato del cemento e tutto ciò che ne deriva.

Credo di essere sufficientemente brava nel far coincidere forma e contenuto, non sono un’artista concettuale e nemmeno un’artista che ricerca la forma a tutti i costi, trovo che debba esserci un giusto equilibrio fra di essi.

Il lavoro del bunker esploso mi ha colpito molto non sapevo neanche che si trovasse sotto la gam, spiegami come ci sei arrivata

Quando esposi il progetto della mostra alla direttrice della GAM e ad Ars Mediterranea, tra di essi in uno dovevo costruire un piccolo rifugio sotterraneo, come quelli che si trovano sotto le case, e presentarlo come se fosse strappato dalla terra e riproposto in forma di installazione. Viste le difficoltà del progetto mi hanno suggerito di intervenire nel rifugio antiaereo presente sotto la GAM, così ho ricostruito lì l’installazione, tutta grigia, come in assenza di colore,  come in un sogno-incubo, in cui l’unica nota di colore, ma solo per pochi istanti prima dell’esplosione, fosse l’abito rosso. Un piccolo tributo al cappottino del film Schindler’s list. Mi sono ripresa con una camera mentre costruivo il mio rifugio personale, mentre l’esplosione ha violato anche un posto che dovrebbe difenderti dall’aggressione, e dopo ho proiettato il girato sulle pareti del bunker, come in una visione, un fantasma di me stessa.

Subisci il fascino del dittatore, ti sei fatta realizzare dei vestisti apposta par la performance che ricordava un vecchio video di Marilyn Manson era una citazione?

Non subisco il fascino del dittatore, ho letto parecchi libri sulla loro vita, sulle loro manie, uomini come altri con disturbi  e manie di grandezza, hanno potuto fare quello che hanno fatto per una serie di circostanze storiche, e se ci fai caso quasi tutti nei primi anni del 900, credo che i dittatori siano solo dei fanatici che hanno una corte di altri fanatici. Il fanatismo ha delle regole, e deve essere formalizzato in simboli, divise, frasi ripetute, inni. Ho cercato una sintesi ed ho creato unsimbolo, ho chiesto a Vincent Billeci, che è un giovane e bravissimo stilista palermitano, di disegnarmi un cappotto da donna dittatrice, ed ho vestito il mio piccolo esercito. Se crei un apparato scenografico imperiale, tu diventi l’imperatore. Hitler si è scelto il migliore architetto del tempo, Albert Speer, e si è fatto realizzare delle scenografie spettacolari, ho cercato di copiare alcuni oggetti come: gli stendardi, i labari, l’anello in oro massiccio…

Tra simboli e citazioni mi ha colpito molto l’assenza totale di riferimenti al fascismo italiano come mai?  è una cosa voluta?

Questo è un lavoro sui dittatori, nulla di personale contro Mussolini, un dittatore come altri  e forse nemmeno così importante, i suoi contemporanei erano molto più potenti. infatti c’è un piccolo accenno ad un discorso di Mussolini durante la mia apparizione da dittatore sul palco, solo che si stratificano e sommano le voci di tutti gli altri.

Te l’ho detto che ogni dittatore è un fanatico con la sua corte di fanatici. Putin è forse uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo, se no credo non si potesse permettere di sfidare colossi come gli USA. Per me è un dittatore, contemporaneo, ma pur sempre un dittatore e per favore non paragonare la situazione italiana a quella russa, comunque in Italia viviamo in una democrazia di pagliacci. In Russia no.

Non voglio parlare della politica italiana, la trovo banale, ed è come sempre un riflesso sbiadito di quella internazionale che è alla fine una guerra finanziaria, in cui noi non abbiamo alcuna voce, quindi chiuderei con un accenno d un lavoro che è in mostra e che non hai citato: FREEDOM.longo2

46 frasi sulla libertà segnalate da altrettante persone, le loro voci mentre le leggono e la mia che si sovrappone alle loro leggendo i testi al contrario. Io con un gesto annullo la loro frase sulla libertà.

La libertà è qualcosa di indefinibile, inafferrabile, e chiunque ci può privare di essa, ma non del penserio e della forma che ognuno di noi sogna in se stesso.

La frase con cui  Barbara Balzerai, ex terrorista e scrittrice, contribuisce al progetto FREEDOM, tratta da un libro di Andrea Tarabbia dal titolo Il demone di Beslan, cita:  Io non sono come voi, sono migliore o peggiore, ma non sono come voi.

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