L’art de s’habiller

Orrori e tragedie della moda femminile

di Rubina Mendola
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N.28 del 14.5.2014
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Nessun gagà ammette di essere tale,
un gagà si beffa dell’altro e
con il pretesto di estirpare il gagarismo
 si commettono sempre nuove gagarie;
 il gagà moderno o, più semplicemente,
il gagà in generale, non è che la sottospecie
di una famiglia dalle molte ramificazioni.
 A.  Loos

 

Caro lettore, 

scommetto che, sottoposto alle più sadiche torture,  ammetteresti ogni cosa fuorchè di esser affetto da un’inguaribile attitudine al ridicolo nell’abbigliarti. Non preoccuparti: l’autore si assume personalmente la responsabilità di rendertelo noto; è plausibile, infatti, che sia proprio tu una di quelle persone che solleticano il mio disgusto, o la mia risata, al loro passaggio. Perché è fin troppo ovvio che a fronte di una maggioranza di malvestiti, sia una ristretta minoranza a possedere la squisita e oscura arte del fenomeno vestimentario, come Barthes usava chiamarlo. Un libello satirico e polemico sulla moda femminile è pericoloso, perché conduce il pubblico lettore a domandarsi se chi lo ha scritto abbia il diritto di dettar legge su come vestire: non è questo il caso. Infatti non intendo rivelare i più profondi segreti di un prestigio che farebbe gola a troppi inesperti sciacalli; né indicare, moralisticamente,  dei rigidi comandamenti in materia. Mi piacerà solamente ragionare, tra il serio e il faceto, su quegli elementi del vestiario che mescolati erroneamente generano il più puro ribrezzo o, semplicemente, la noia. Se ci si azzarda a prendersi un tale incarico, non occorre che siano gli altri a decretarci arbiter elegantiarum: questo non avverrà mai, poiché, per invidia o per sano spirito di competizione, neppure il più acuto osservatore (specie se appartenente al nostro stesso sesso) sarebbe disposto ad attribuirci un simile merito. E’ sufficiente assumersi l’onere della carica, magari ad interim, in attesa che il destino dimostri che siamo veri e propri titolari del distintivo che da soli ci siamo appuntati sul petto. Nulla di quanto viene scritto qui può essere anche solo vagamente accostato alle dissertazioni frivole di un qualunque ripugnante fashion blogger, categoria mediatica davvero superflua. Qui non si parla di moda, qui si parla di καλός: se permettete è tutta un’altra faccenda.

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Mettere un piede fuori casa è sempre stata un’impresa difficile per dandys, gentiluomini e  conturbanti e aristocratiche dame, indexperché questo implicava l’infinito  orrore  di imbattersi nell’abbigliarsi altrui, nel conciarsi del cittadino medio volgarotto,  sbilenco cacciatore d’ astuzie e penosi trucchetti per emulare la bellezza del sopraffino, eccitante, bell’apparire. Il gentil sesso si presta più di quello maschile, per ragioni ovvie, a questa dissertazione; fin troppo evidente infatti che le donne hanno più e più pretesti per sbagliare i conti dinnanzi allo specchio. Il numero elevato di elementi (di unità) che compongono il vestire di una donna permette una ricca combinatoria e di conseguenza una esposizione all’errore percentualmente elevata.

Eccesso di zelo sarebbe elencare in maniera completa tutti gli errori, gli abominii e le ridicolaggini che le donne disseminano intorno a loro compiendo un piccolo, semplice gesto quotidiano: vestirsi. Qualche imbecille ha diffuso il falso mito de “l’importante è piacersi”, ideologica falsificazione dell’autocritica e stratagemma per giustificare il proprio imbarazzante aspetto: questa leggenda metropolitana -il cui pericoloso ideatore fu certamente uno psicoterapeuta che intendeva migliorare l’autostima dei suoi pazienti-  ha determinato un sovraffollamento di anarchie estetiche davvero sconcertanti. Balzac pensava, nel Trattato della vita elegante, che la trascuratezza nel vestire è un suicidio morale. E aveva ragione, perché vestirsi non è soltanto coprirsi; e osservare il vestito significa evidenziare il suo carattere al contempo sociale e storico, ma soprattutto strutturale e significante. Vestir bene vuol dire non sembrare ridicoli: dunque, nulla a che vedere con boriosi e burocratici moniti legati al buon gusto inteso come piatta aderenza a un bon ton. Se si preferisce, è sapiente ars combinatoria che ha per obiettivo il gusto di essere corretti, il sottile piacere di essere adeguati a se stessi, ai contesti, all’ambiente, alla folla o alla compagnia in cui ci si imbatte, per gioia o per dovere.

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“Devi dare precetti, ma non sul serio, con ironia.”

(Orazio)

Appunti e idee

10151889_10202810583919555_3895900743015088995_nO tempora, o mores! Secoli addietro c’erano tanti vestiti quante classi sociali, a ogni rango corrispondeva un abito e non c’èrano misunderstanding né travestimenti possibili: la verità regnava sovrana. Oggi è un po’ come nelle commedie di Marivaux, in cui il gioco dell’amore coincide con il quiproquo delle identità, con il mutamento di condizioni sociali e con lo scambio dei vestiti. Una grammatica del vestito  determinava necessariamente un ordine del mondo. Oggi no, perché la democratizzazione si è estesa anche alla divisa sociale, per cui la disparità di ceto è un’ingiustizia sociale talmente crudele da meritare una sovvertimento delle antiche regole di trasparenza (apparire ciò che si è). Così è arrivata la moda contemporanea, il vezzo di essere unici, irripetibili, mescolando accessori e stili secondo il proprio gusto. Il malanno è esattamente questo desiderio indotto, questa spinta all’emulazione di un modello anticonformista astratto. L’atto eminentemente volgare è, direbbe il Dandy (“eterna superiorità del Dandy!”) prender parte all’imitazione collettiva di una novità regolare. Il motto della perfezione è quindi la ricerca di una singolarità assoluta nell’essenza ma moderata nella sostanza,  poiché mai si deve cadere nell’eccentricità (facilmente imitabile).  L’ originalità è ormai standardizzata: se questo è vero (e lo è) come potrebbe non essere sciocco imporsi un’astratta linea di eccentricità da perseguire? Nulla di più patetico, appunto, che inseguire una chimera che ormai  ha perso lo statuto di qualsiasi idealità. La moda produce e diffonde un desiderio collettivo di massima individualità, illudendo che sia alla portata di tutti. Scomparsa le differenza di classe (vestito era portatore e fenomeno indiziario di un inequivocabile status) ognuno s’atteggia a recitare il ruolo che meglio crede di potere interpretare, seppur fuori dalla sua portata (estetica, caratteriale e sociale).

 

Questo sì, questo no, quello neppure

Una delle prime qualità di un abbigliamento riuscito è la sua espressività, pensava Meister Wilde:  che cosa 2014ha0203_1000pxintendeva esattamente? Non è certo un inno all’eccentricità. E soprattutto, non è detto che ogni persona sulla faccia della terra debba esprimere qualcosa: anche non aver nulla da dire può essere una nobile qualità. Significa che l’abito deve fare il monaco, deve raccontare il corpo nel modo più onesto e altrettanto deve fare con la personalità e le inclinazioni. Vestirsi serve per essere eloquenti su ciò che si è. Ma se si sbaglia tutto o quasi, i corpi sono muti e non si dice nulla. Oppure si dicono cose che non andrebbero pronunciate o, addirittura, cose false. La regola è somigliarsi, attenersi a un principio generale di trasparenza e al contempo adeguarsi con dolcezza a se stessi senza sforzarsi di essere qualcun altro, anche quando lo scambio sarebbe oggettivamente  vantaggioso. Perché? La risposta è: vi piacerebbe comprare un mazzo di tulipani per poi scoprire che sono cavolfiori travestiti da tulipani? Non credo proprio. Truffare il prossimo e se stessi alla lunga conduce al suicidio. Percorrere la strada giusta non sempre è facile e qualche volta bisogna faticare per trovare luoghi d’acquisto al riparo dal’orrido. Le catene low-cost sono il trionfo della miseria estetica: magazzini della sciatteria imbastita a festa minimal-chic, roba impilata, pezze e stracci accatastati o appesi come cadaveri a grucce di quart’ordine.  Borsette da passeggio di cartongesso e lingerie stuzzicante al pari di un potage di rape. Pseudo-sartoria di plastica, abiti, abitini, canotte e capi di cartone.  Pantaloni spacciati come di cretonne, che invece sono affini alla carta per involti del fruttivendolo. Dappertutto, gonnelline assemblate in tessuto-emulazione del georgette; il risultato è invece garza per bendaggi occlusivi. Se proprio ci si vuol vestire di stracci (anche questa è una rispettabile scelta di stile tra le tante) che almeno si abbia il coraggio di pescare direttamente dai cassonetti dell’immondizia. E se sei troppo poveri per lo shopping, meglio nudi che coperti di cotonaglia vietnamita.

 

 

Just (don’t) do it

“… e cioè fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi… Da questo credo io che derivi assai la grazia: perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia…”

(B. Castiglione)

 

Come indossare cosa? Adeguarsi all’umore, alle caratteristiche del meteo. Essere congrui: oscura arte del comporre, del mettere e levare, del suggerire il sé senza zelo né con divagazioni esotiche.

Autoreggenti: sono pessime, e fanno sbadigliare anche un erotomane. Da preferire la più allettante triangolazione guepiere, calza e reggicalze.

Accessori/bijoux: spesso sono pericolosi, vanno indossati con grande prudenza e calibrandoli in sintonia con acconciatura, taglio di capelli e dimensioni degli arti in cui porli (polsi per i bracciali, dimensioni e forma delle dita per gli anelli, collo per le collane, dimensioni e forma delle orecchie/lobi per gli orecchini).

Scarpe: la scarpa con il tacco vertiginoso (a spillo o con plateau che sia) impone un corpo magro. E, cosa ancor più importante, d’esser accompagnato da un portamento delicato e composto. Se la scarpa è troppo importante (stringhe, lacci, orpelli e varie), l’abito deve comportarsi da complice discreto, dunque deve essere il più possibile in sordina. Le ballerine sono severamente vietate sotto il metro e settanta di altezza perché il loro effetto finale sulla donna di bassa statura è quello della pantofola: anche per queste calzature si pone un problema di linea: è bandita ai pesi medi e massimi e papabile solo per le magre.

Esotismi: gli orientalismi sono davvero trash, ne cadono vittime le donne prive di fantasia. Quindi al bando tutte le demenzialità Batik. L’etnico è da sradicati: se non siete donne africane né indiane perché conciarvi con gioiellame di legno e pendagli da bramino?

Colori: il total white lasciamolo alle donne con carnagioni chiare. Sulle mediterranee fa troppo eroina da love-fiction sudamericana. Il total black meglio moderarlo, perché invecchia anche le dodicenni; ma esalta le forme nell’underwear quindi riservarlo alle furie erotiche del boudoir.

Cappelli: le donne col cappello (qualsiasi, anche il basco) sono sempre ridicole: soltanto in alcuni casi si possono apprezzare i tentativi di indossarlo.  I cappelli stanno bene alle bambine, alle donne over 60 (ma soltanto in alcuni contesti mondani estremamente ricercati). Sono concessi a qualunque età soltanto sulla spiaggia e ai cocktail (ma solo se si vive in Inghilterra).

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Oggi, tutti pensano di poter dire la loro su stile, eleganza, bellezza. Lapo Elkann ha scritto “Le regole del mio stile” (no comment) e i fashion bloggers imperversano in lungo e in largo tra riviste di moda da sala d’aspetto e siti internet rinomati. Anche io ho detto la mia pensando di saperne una più del diavolo e più dei miei lettori e probabilmente è così, perché ho i culto del dettaglio invisibile. I dettagli sono tutto ciò che conta in materia di Bellezza, la più diabolica e inaccessibile delle virtù: the devil is in the details, non c’è dubbio. Se mi incontrate per strada e sto sorridendo teneramente, vorrà dire che avrete commesso uno dei peccati del mio piccolo vademecum.

Buona fortuna.

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