L’isola che non c’è

Come i cartoni ci hanno influenzato

di Nicola Franco
Commenti
Hype
N.34 del 18.7.2014
Share to Facebook Share to Twitter More...

Sono un divoratore di cinema d’animazione fin da prima di potere dire “Mamma” (che do per scontato possa essere stata la mia prima parola, anche se ricordo che una di quelle iniziali era “cavallo”). Le mie visioni millenarie, riproposte ciclicamente tutt’ora con cadenza quasi giornaliera, hanno plasmato una creatura simile a quella generata dalla geniale mente del Dr. Frankenstein di Mary Shelley. Molti dei comportamenti e delle lezioni morali, educative e formative impartitemi da quei fotogrammi in movimento, hanno deviato la mia personale concezione della società e delle sue regole d’interazione con il prossimo. Credo che l’effetto, soprattutto per quelli della mia generazione (classe ’84), sia stato corale e a tratti “devastante”, dando vita a una serie di aspettative, date praticamente per scontate, concentrate sui modelli di quelle opere. La visione degli obiettivi da conseguire nella vita è stata ed è anche oggi distorta proprio a causa di quelle storie che ci hanno sempre fatto credere che con impegno, dedizione, perseveranza e passione è sempre possibile realizzare i proprio sogni. Vedere la nazionale giapponese capitanata da Holly Hutton vincere i mondiali di calcio è forse l’esempio lampante di questo ragionamento, seguito da un elenco infinito di pensieri personali che hanno fatto credere alla nostra testa di potere tranquillamente fare tutto. Non vuole essere un pensiero pessimista al massimo, ma è curioso riscontrare come nella vita reale purtroppo le cose siano diverse, sia per il compimento del proprio sogno che per altri fattori.Oliver Hutton e Mark Lenders

Un altro di questi è sicuramente l’amore, concetto idealizzato e spesso impacchettato come una raffinatissima bomboniera venduta a caro prezzo.Basta rispolverare tutte le grandi storie d’amore della Disney per catapultare la nostra mente all’interno di un mondo fatto di dolci promesse al chiaro di luna, baci rubati con impeto e duetti appassionati verso uno stereotipato “e vissero felici e contenti“. Credo che pochissimi siano riusciti a sfuggire alla morsa sentimentale Disneyana, e ancora di meno si siano ripresi e abbiano accettato la più dura e triste realtà fatta di principi azzurri arrugginiti e principesse attempate con l’orologio biologico impazzito. Anche se adesso si tende a non farlo notare, entrando in simbiosi con la grigia prospettiva amorosa della vita reale, nessuno di quella generazione (e non solo) ha smesso definitivamente di ascoltare quell’eco nella speranza di rivivere anche solo un pizzico di quei frammenti animati. Quei cartoni hanno rappresentato il primo vero impatto sociale antecedente alla conoscenza e lo scambio con altri simili, riuscendo a trasmettere gli essenziali formativi glassati con una spolverata di buonismo intelligente e non retrogrado, come invece avviene oggi con ridicole censure e adattamenti che sottovalutano la reattività dei più piccoli. Il materiale distribuito era genuino e mostrava la naturalezza di quegli anni attraverso un codice grafico e narrativo subito accattivante, anche grazie a contenitori televisivi per ragazzi come Bim Bum Bam, Solletico e Big che hanno aperto le porte alla fantasia e alla spensieratezza non trattando i bambini come degli idioti. Quei personaggi e la realizzazione dei loro obiettivi, superando svariate avversità rappresentate dal cattivo di turno o dalla vita stessa (come succede in Candy Candy), hanno fatto conoscere nel modo più diretto e congeniale le regole del grande gioco che ci avrebbe atteso là fuori, mettendoci di fronte a elementi come l’amicizia, l’amore, il percorso formativo, il male e perfino la morte. Sì perché anche quella è una tematica che oggi è comodo accantonare, preferendo rivelare invece un mondo utopico in cui tutto è per sempre e la fine non esiste.MUFASA

Una scena come quella della prematura morte di Mufasa ne Il Re leone è ormai solo un lontano ricordo annebbiato, capace però di infondere nello spettatore più piccolo tutta la drammaticità e lo strazio della dipartita, necessario a fare comprendere nella maniera più giusta il concetto. La spasmodica voglia di insabbiare tutto quello che potrebbe influenzare negativamente o turbare le menti più ingenue e innocenti, si riflette nelle ultimissime imbarazzanti produzioni prive di qualsiasi atmosfera inebriante, destinate a rimanere nei ricordi anche in età adulta. La nostra generazione è quindi cresciuta sorretta da questi pilastri, ancora presenti e ben visibili non appena si presentano discussioni che riportano alla memoria determinati frangenti del nostro passato, legati visceralmente a quel panorama per quello che ancora adesso significa. Quella dimensione ideale che rispolvera i momenti più belli dell’infanzia, mostrando terre fantastiche e personaggi inventati, rimane una costante messa in evidenza nelle normali attività giornaliere. Chiunque abbia avuto un contatto con quell’insieme di elementi viene puntualmente smascherato e si tradisce non nascondendo le sue voglie inappagate, il desiderio di affermarsi nella vita come avrebbe fatto una delle tante eroine animate e la necessità sopita di vivere una storia d’amore romantica come quella di Johnny e Sabrina, il cantante Mirko e Licia e affini. Una realtà che ha impresso e influenzato il nostro personale modo di pensare e agire, creando situazioni di scambio culturale con le persone affette dagli stessi sintomi, forse mai disposte a rinunciarvi e crescere. Un esercito di eterni Peter Pan forgiato dai cartoni animati che difficilmente abbandonerà l’idilliaca Isola che non c’è.

Chiosa di Simone Giuffrida. Ecco come rovinare un articolo denso di ricordi ed indottrinamento animato del sempre puntuale Nicola Franco.

comments powered by Disqus