Marzafronte

Marzamemi, nel cuore del Mediterraneo, non è un quartiere di Roma.

di Marco Deserto
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Arte
N.27 del 7.5.2014
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Chiara Fronterré è un genius loci.

Non è una Primula Rossa, Chiara è un’entità sostanziale, con un suo individualismo ben spiccato, pur essendo parte integrante di una società compressa in individui operosi, gente luminosa. Non è sola, il suo passo è ben piantato su un terreno solido, libri di famiglia e discussioni accese. A volte solo poche parole, piccole immagini che sbucano da una cornice di resti di porta e ti fiarano. Jack Nicholson è uscito da una porta in Shining, lo fanno anche le opere di Chiara Fronterré.

Se Tim Burton non avesse piegato il suo genio visionario di disegnatore e modellatore di sculture di pongo al Cinema, figlio scemo della fotografia, a sua volta creatura storpia e semimeccanica del dipinto ad olio, bhé, probabilmente riuscirebbe a vivere a Marzamemi, dove rare volte si presenta il sole anche a mezzanotte.front

A guardia di questo gioiello c’è Margot, Margot viene da lontano, prima di diventare il cane pastore della piazza di Marzamemi, ha vissuto un’esperienza che ora tenterò di narrare:

Eran due giorni che Margot avanzava in quel tubo arancione zigrinato. Dopo esser stata catapultata lì da forze che l’inseguivano da tempo, non aveva potuto far altro che camminare.

Un posto ameno e senza interruzioni, tutto uguale. Non un alito di vento anche se evidentemente da qualche parte arrivava aria respirabile. Doveva uscire da lì. A casa aveva lasciato una situazione non proprio tranquilla, la sua presenza era necessaria al normale svolgimento delle cose.

Passo dopo passo il terreno non cambiava, intervallato solo da canali dove non scorreva nulla. Il materiale di cui era costituito il grande tubo arancio era sicuramente PVC, aveva provato a scalfire senza successo la superficie, gli aveva avvicinato la fiamma dell’accendino senza risultato, l’unico effetto era un ribollire nero e puzzolente che però non sfociava da nessuna parte.

Margot piedi a punta, non appena si ritrovò in quest’ambiente glabro e plasticoso, non si perse d’animo e si mise subito in cammino. La direzione presa a caso, non vi erano punti di riferimento, nessun senso.

Neanche per un minuto si sentì sconfitta, prese e partì. Dopo due giorni però sembrava che fosse ancora lì, al punto di partenza. Sapeva che non era così, perché durante il tragitto lasciava delle tracce che andava a ricontrollare ogni volta prima di riprendere il cammino. Gli stracci, le ciocche di capelli che buttava, rimanevano lungo la sezione di tubo percorso. Un avanzamento c’era.

Non c’erano altri ospiti in quel tubo. I rumori fermi come una piazzola di sosta. La luce non cambiava mai. L’arancione era perpetuo e omogeneo. Il giorno e la notte Margot li scandiva con il suo orologio da polso rosa.

Il cibo e l’acqua li trovava ogni mattina appesi al soffitto insaccati in una strana ragnatela color sabbia. Chi l’aveva intrappolata non voleva farla morire di stenti, per ora. La ragnatela era di un materiale misconosciuto, non era tessuto organico, non era in filo di nylon sintetico. Non si strappava e non bruciava, non era una sostanza elastica né metallica.

Due volte aveva preso sonno, due volte aveva trovato sopra di sé un contenitore d’acqua (che una volta vuoto lasciava come traccia), strane barrette gialle commestibili al vago sapore di noccioline, e tre sigarette senza alcuna scritta sulla cartina. Conoscevano i suoi vizi e non glieli estirpavano.

Margot non sapeva da dove era controllata, ma evidentemente qualcuno la guardava, altrimenti non avrebbero posto i rifornimenti proprio sopra la sua testa.

Non vi erano variazioni di temperatura, né caldo né freddo.fronterre (1)

-..e se fossi morta?- pensava a volte, lo scalpiccio dei suoi passi come unico compagno, il movimento stesso di lei non provocava correnti di sorta. Se si metteva a correre la cosa non cambiava, era come essere su una barca a vela, viaggiava con il vento, era vento, quindi il vento non esisteva.

La sensazione persistente che in realtà non ci fosse neppure gravità. Se provava a scalare repentinamente le pareti circolari, margot non riusciva a camminare con i piedi sul “soffitto”, ma se avanzava con molta lentezza in un movimento a spirale, riusciva a poco a poco a cambiare l’alto con il basso. Non era una sensazione fastidiosa, niente di strano, tanto l’orizzonte o le condizioni del viaggio, ovunque lei camminasse, non subivano cambiamenti.

-..son due mesi che Grazer mi minaccia.. che sia questa la sua vendetta?..-

I sospetti le si ammassavano in testa, i piedi a punta l’aiutavano a non camminare nelle canalicole, che se fissate con insistenza diventavano ipnotiche. Linee parallele e circolari che si ripetevano a perdita d’occhio, l’arancio inodore ormai era diventato il suo suolo d’estrazione.

Al terzo giorno si svegliò di soprassalto, le sembrava avesse sentito dei rumori vicino a lei. Una volta aperti gli occhi però il paesaggio era sempre lo stesso. Nella zona che in quel momento era il soffitto trovò la solita ragnatela di scorte, dietro di sé solo tracce lasciate da lei, davanti un tragitto da percorrere senza ansie.

Se Margot si fosse fatta prendere dall’angoscia, in un tubo senza uscite, sarebbe impazzita dopo poco, cosicché si era imposta una freddezza e una lucidità che le permettevano di continuare a camminare. Neanche per un attimo aveva pensato di fermarsi e attendere che accadesse qualcosa.

Raccolse le barrette, ne mangiò subito una, prese un sorso d’acqua dalla boccia e si rimise in cammino. Al terzo giorno la noia la venne a trovare. I rumori che aveva sentito nel dormiveglia forse erano proprio frutto della noia, che non arriva mai silenziosa, lascia una bava viscida sul terreno tipo lumaca gigante e  accompagna ad ogni passo l’errante dentro al tubo.

Margot stava per avere le sue cose, lo sentiva nella pancia, questo la fece innervosire ulteriormente, accelerò il passo. Quel “giorno” camminò fino a non sentire più le gambe, poi, senza preparar giacigli, crollò sdraiata in un sonno profondo, forse dovuto alle sostanze che componevano quelle barrette alimentari giallognole.

La mattina dopo, nella ragnatela, oltre alle solite provviste, trovò anche un paio di assorbenti esterni. Chi la controllava la stava osservando dall’interno di se stessa. Per un attimo la sua ragione vacillò.

-..non è che in questo tubo mi ci sono ficcata da sola?-

Tal pensiero la fece sobbalzare. Il nervosismo alle stelle quella mattina non la fece mangiare, mise le barrette nella borsetta, l’unico oggetto che aveva trovato con sé in quel luogo, e fece scorta.

Camminare su un tracciato segmentato e arancione. Il pensiero che si inserisce nei tuoi passi, lacci di scarpe larghe che infangano la memoria. Odori zero, sentimenti zero. Era una pausa dalla vita quella, un ordine altro che andava ad inserirsi nel grasso del tempo come fa un lombrico nella terra umida.

Margot, presa dalle elucubrazioni, non era neanche così vogliosa di uscire ormai, non c’erano più pensieri nella testa, non pesava più il cuore dentro al petto. le unghie avevano smesso di crescere, se ne era accorta dallo smalto che non cedeva, rosso come un fuoco di plastica.

Il tubo era come un’estensione fisica della vista. Non aveva senso e non era né in discesa né in salita, non cambiava il suo modo di approcciarsi alle cose eppure avanzava stabile.

L’orrore di non vedere più conduceva Margot sempre più in là.

Le sacche che ogni “mattina” pendevano sulla sua testa erano inevitabili e bene accolte, una presenza altra che non la faceva confondere, le sigarette non permettevano la fusione con il substrato arancione. Il cibo consumato era sempre di meno, Margot stava imparando a nutrirsi dei suoi stessi passi.

Ogni piede malmesso era un dessert dal sapore inaspettato, ogni volta che si metteva a correre era come se si ricaricasse del tutto, il fiatone non era incluso in quel tubo ben arieggiato.

I pensieri assenti camminavano tre metri avanti a lei, iniziava a sentirli, una voce fuori da lei.

“Che ci fai qui? Niente, passeggio. Hai visto ieri che volta stellata? sembrava di stare rinchiusi in una di quelle boccette piene di liquido dove il cielo viene smosso a tratti.

La vita precedente, il mondo come un souvenir poggiato sul davanzale di una finestra. Gli occhi sempre ben aperti, la ricerca del nulla, l’analisi di spazi sempre uguali, l’assenza di angoli o curve, solo quelle righe che segmentavano leggere il pavimento le pareti e il soffitto circolare. Niente di più. Perché non ti accorgi?”

La monotonia è un cane che abbaia rabbioso in distanza. Un’ombra che non si vede, che per resistere non si pone mai di fronte ad una luce diretta.

Le chiavi di casa ancora tintinnavano nella borsa sballottata.

“Chissà come sta il cane?”, facevano le voci davanti a lei, riferendosi al bastardello lasciato solo nell’appartamento ad Adelaide.

“Speriamo che la mamma sia passata e gli abbia dato da mangiare.. Speriamo che il gas sia chiuso e che le zanzariere alle finestre tengano a bada gli enormi ragni bui che ultimamente tentavano di entrare.. Speriamo che il mondo non sia ancora finito..”

Margot, nella sua vita normale, accudiva coccodrilli. Il parco naturale dove lavorava era per espansione il secondo di tutta l’Oceania. Fondato da quel mito australiano morto per una spina di razza nel cuore, Leamington park era un’attrazione che ogni anno richiamava milioni di turisti, centinaia di specialisti e studiosi, tutti amanti dei rettili giganti.

Margot ogni mattina alle nove e mezzo doveva portare il pasto a quelle enormi bestie da salotto, ormai abituate a ricevere il cibo da mani benigne, orari scanditi e tavole fangose apparecchiate.

I denti limati dalla routine, le mandibole indebolite dalla carne tenera, prede facili, non vive.

Se tutto si svolgeva senza imprevisti (non rari), Margot alle undici e mezza era già libera di andare a bere a casa di Ben, il suo amico prediletto, studioso di serpenti. Birra e chiacchere australiane. Luce e pietra calda, territori piatti, natura selvaggia. L’uomo lì era ancora un ospite educato, spaventato dalla forza della natura che si divideva in miriadi di forme, striscianti e colorate, volanti e dalle grandi orecchie, silenziose come il mistero più antico, sederi enormi e denti della consistenza di una fragola.

Le pareti delle abitazioni portavano i segni di quella natura non sottomessa. Non vi era angolo che non fosse segnato dal sangue di qualche esseraccio schiacciato con veemenza. Gli schizzi andavano dal piccolo della mosca al grosso e spesso del geco con le ali, ghiotto di apparati venosi umani e di mani infantili (le mangiava intere).

Pericoli più o meno nascosti, paure rintanate nell’alcool e in miriadi di risate e sguardi lucidi.

Alcune varietà di rospi, grossi quanto un comodino, avevano imparato a citofonare e gracchiare -Posta!-, una volta aperto il portone, il rischio non era tanto per l’uomo, quanto per le dispense e le cucine che venivano prese d’assalto e vuotate ad una velocità inimmaginabile. L’intelligenza era un mezzo come un altro in Australia, niente di strano se alla mattina i canguri salissero in macchina per percorrere chilometri e raggiungere la steppa di riferimento dove balzare a 5 metri d’altezza.

Il sole stesso a volte s’impersonificava in un piccolo essere vivente, una formica azzurra della grandezza di una penna bic, e camminava lasciando tracce incandescenti per foreste e sterpaglie in cerca non si sa di che.

Essere unico e solo,

Sole errante e sofferente

il corpo come illuminato dall’interno,

chi lo vedeva subito si schermava gli occhi e scappava..fronterre (2)

gli incendi divampavano con una facilità pazzesca.

La solitudine infuocata di chi non accetta l’amore che ha dentro, gli occhi ciechi e i muscoli tirati, chilometri fatti alla svelta. Erano giornate estremamente nuvolose quelle, il sole in cielo non si intravvedeva neppure. La luce però rimaneva, stabile e ordinata, come un cassetto di biancheria illibata, accecante. Comunicazioni standard si vestivano d’oltreoceano e giungevano sulle coste australiane in preda ad una frenesia unica, le ansie lasciavano scie nell’acqua tipo scorie di sentina, inquinamenti sentimentali e mal di testa millenari. I mostri marini soltanto riuscivano a biodegradare quella roba, risalivano dalle profondità con le loro mille zampe/pinne, gli occhi gialli che dopo millenni tornavano a vedere, fauci grosse quanto il più grande hangar, ingurgitavano acque salate e pregne di sostanze emozionali.

“Fatti rompere il culo Sheeza, e portami un’altra birra”, dialoghi gradevoli australiani, Margot e Ben assieme si scialavano.

“!troia insaponata perché non vieni un po’ qui?”

Fidanzati una settimana sì e una no, le timberland beige giganti sbattute forte sul tavolo appena ripulito dall’oste, progetti e viaggi che mai sarebbero avvenuti.

La musica? Non era il forte di quell’ambiente, i suoni di fuori bastavano e avanzavano. Le tarme giganti con il loro rosicchiare perpetuo accompagnavano sonni e premonizioni, i ruggiti di qualche bestia strana creavano ruvide sinfonie, i gorgheggi degli uccelli erano un’ottima sveglia, impossibile da spegnere. La tecnologia c’era ma non invadeva mai il cervello di una persona, ad Adelaide l’intelligenza artificiale che dominava il resto del mondo era stata rinchiusa in uno zoo marino pieno di bimbi incazzati con mamme e popcorn transgenici al seguito.

Sheeza! Posso avere una delle tue fottutissime sigarette?!”, faceva Margot dopo mezzogiorno, i vizi tenuti a bada coscienziosamente. Mai fumare prima di mezzodì, prima di due tre litri di birra calda nella panza che ribolliva felice.

Margot ora era sola. Meglio così, sembrava dire il tubo arancione che la ospitava.

“Resta con me e non morirai mai”, parole volatili, Margot si immaginava una signora in blu che non la guardava mai in faccia, jeans a zampa anni settanta, scarpa con la zeppa e occhiali da sole esagerati. Camminava con lei nel tubo, ma era solo frutto della sua immaginazione, al risveglio c’era solo una ragnatela di provviste sulla testa d Margot.

La signora in blu non mangiava e non beveva mai, la gola però non le si seccava, una logorrea instancabile stava riempiendo il tubo, con il rischio di un occlusione, troppe chiacchere.

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