Miti e Limiti di ZAC

"Comu arrinesci si cunta"

di Rubina Mendola
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Arte
N.4 del 13.11.2013
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Agire da uomo di pensiero,
pensare da uomo d’azione.
(H. Bergson, Messaggio al congresso Descartes)

 

C’era una volta a Palermo un hangar in cui si costruivano idrovolanti: oggi si chiama ZAC, una vetrina d’arte contemporanea, punta di diamante dell’operazione re-open dei Cantieri Culturali alla Zisa. A quasi un anno dall’inaugurazione in gran soirée, è tempo di bilanci e di riflessioni. Il movente dell’iniziativa è oggettivamente stimabile: riattivare un’area dismessa della città di Palermo, dando un’opportunità di crescita professionale a molti aspiranti artisti (più o meno giovani e più o meno emergenti), coinvolgendoli in un laboratorio trasversale, all’insegna della condivisione e dello scambio di idee anche con personalità artistiche esterne alla realtà palermitana (i cosiddetti transiti). Ma per operar bene, le forti motivazioni e le passionali sinergie intersoggettive non bastano: servono criteri attuativi intelligenti e strutturati. Cosa vuole essere ZAC? Strana specie di res cogitans di cartesiana memoria, è un anti-museo d’arte contemporanea che non vuole essere una vetusta galleria né l’ennesimo stemma di rappresentanza del potere politico. Dice di essere un laboratorio culturale, un generatore aspecifico di lavori e riflessioni eterogenee sui linguaggi delle arti visive, ritenendo che la sua forza risieda esattamente nella sua ineffabilità: il suo significato è forte perchè ‘debole’ nella misura in cui vuole sfuggire a una definizione rigorosamente univoca. Ma è veramente così?  Su ZAC le riviste di settore hanno scritto praticamente di tutto e il meglio, prima ancora che questo tutto e questo meglio venissero completamente realizzati: salvifica ventata d’aria fresca, presidio di lotta collettiva al paternalismo statale, luogo di rievocazione del Maggio francese, analogo panormita delle Kunstverein, emblema della tensione ideologica tra lavoro degli aspiranti artisti e l’urbe, simbolo di riscatto per la città di Palermo che si riappropria di uno spazio altrimenti destinato al più squallido abbandono. L’amministrazione orlandiana ha investito moltissimo su questo progetto, se non altro da un punto di vista poco più che emotivo: perché di fatto i soldi non c’erano ieri e non ci sono oggi per mandare avanti un’idea così ambiziosa e proteggerne gli esiti (il problema è anche quello della mancanza di sorveglianza adeguata all’interno dello spazio espositivo). Il tutto avvalendosi di un comitato scientifico chiamato a lavorare a titolo gratuito ma costituito esclusivamente da una compagine di “soliti noti” della scena culturale palermitana (scelta a mio avviso singolare, considerando che uno degli ingredienti base della ricetta-ZAC era rompere col paradigma delle pratiche artistiche autoreferenziali e immobiliste). Il modello organizzativo è quello dell’associazionismo no-profit: pochi soldi ma tante buone idee, nella speranza di far l’occhiolino ai privati e di godere del supporto di qualche sponsor. Tutto ciò induce a pensare che questo progetto sia stato inaugurato a ogni costo, in barba a una meta chiara: ‘comu arrinesci si cunta’, usano dire i palermitani.

zisa

Nel progetto ZAC è presente, a mio modo di vedere, una curiosa contraddizione: da una parte, la sua dichiarata vocazione all’esser cosa pubblica e al voler porsi come luogo di opportunità per chi intende crescere in ambito artistico; dall’altra, il modo piuttosto chiuso con cui di fatto si è operato nella fase di ricerca dei soggetti da coinvolgere. In fase di pre-selezione, si è deciso di agire secondo logiche di reclutamento diretto da parte dei membri del comitato (ognuno di loro ha proposto la sua rosa di candidati) invece d’indire un call for artists ( non sarebbe stato un forte messaggio di svolta in una città che ha vissuto per molti anni una gestione clientelare della cultura, e non solo?). Questo orientamento ha precluso a molti la possibilità di partecipare, quantomeno di provare a farlo: il punto non era infatti selezionare il più alto numero possibile di persone, quanto creare le condizioni  per cui chiunque potesse avere notizia di quanto si andava a progettare. Il call, non c’è dubbio, avrebbe indubbiamente richiesto un investimento maggiore di tempo e energie ai membri del comitato. Ma ne sarebbe valsa la pena, perché forse avrebbe assicurato una selezione più ‘pubblica’ all’insegna di una ricerca più ampia. Inoltre, non avrebbe giovato la presenza, all’interno del comitato, di alcuni membri esterni al circuito palermitano, puntando magari su personalità nazionali e internazionali? Questo avrebbe forse determinato una selezione più oggettiva. Riguardo agli esiti artistici, dall’esperienza di ZAC è scaturita una miscellanea di opere/ricerche (la mostra in corso, Aziza) che perpetuano quel solipsismo autoriale cui l’arte contemporanea ci ha da tempo abituati. La mostra presenta il carattere di una collettiva che propone artefatti non riconducibili ad alcuna unità di intendimenti (teoria) e risultati (prassi): nessuna scuola emerge, insomma, solo personalità distinte. L’allestimento riflette questo stato di cose, e propone contributi affastellati come oggetti temporaneamente custoditi in un deposito museale. La causa di una soluzione tanto semplicistica è probabilmente l’assenza di un adeguato finanziamento: fondi meno pingui avrebbero consentito di preferire a una topografia percettivamente caotica (che pare scaturire dal confronto con un contenitore espositivo le cui dimensioni alimentano horror vacui) una più chiara presentazione delle opere che ne accentuasse l’appartenenza a questi linguaggi ‘per pochi intimi’. Così come, a titolo gratuito, ha operato il comitato scientifico, anche un’equipe di architetti volontari avrebbe potuto essere coinvolta, progettando un allestimento più adeguato in rapporto alla valorizzazione dello spazio espositivo e dei lavori in mostra.

ZAC, ossia coloro che vi hanno lavorato e creduto, ha perseguito un idea coraggiosa e coraggiosamente la difende e la difenderà da qualunque critica. Ma anche i fruitori delusi possono  difendere col medesimo coraggio l’idea che se ne sono fatti: l’auspicio è che da questa dialettica nascano stimoli per migliorare qualcosa che ha potenzialità di sviluppo notevoli a tutt’oggi praticamente invisibili. Non mancheranno i seguaci del ‘mito del fare’ (o dello ‘sporcarsi le mani’) che giudicheranno retoricamente queste riflessioni come ‘intellettualismi’, parole che non fanno i conti con gli aspetti pragmatici, considerazioni facili contrapposte alle difficoltà dell’agire. A chi non saprà resistere a questa tentazione retorica, vien voglia di dire: attenzione, perché pensare non è mero parlare. Il pensare, o meglio, l’argomentare secondo ragione, è difficile quanto il fare; perciò, volere intenderli come contrapposti sarebbe un’imperdonabile ingenuità. Che ne sarà di ZAC? Si appresta a divenire l’ennesimo fantasma architettonico italiano, un’altra opera “incompiuta” da consegnare all’usura del tempo e a gestioni discutibili?

invito ZAC DEF

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