Non solo nerd: George R. R. Martin

Semi-seriamente sul fenomeno mediatico-letterario

di Roberta Caruana
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N.27 del 7.5.2014
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All’esordio della quarta stagione in USA, la celebre serie tv Game of Thrones è sulla bocca, e sui computer, di tutti. A costo di passare per nerd, mi immolerò in nome della conoscenza effimera per parlare del fenomeno George R. R. Martin, autore della saga letteraria ‘Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco‘, da cui è stata tratta una delle più amate serie degli ultimi anni. Il tema centrale su cui Martin fa ruotare avventurose e macabre vicende è la contesa da parte di grandi e potenti dinastie del Trono di Spade, poiché colui che poggerà il regale deretano sull’orrido scranno avrà la possibilità di regnare su gran parte del mondo immaginato dall’autore, un contesto dai forti echi medievali e shakespeariani. Intorno a questo nucleo si affollano innumerevoli sottotrame e altrettanti personaggi, che Martin ha simpaticamente battezzato con nomi simili tra loro per rendere ancor più semplice il lavoro del lettore, già affaticato dal dover tenere sollevati tomi dalle enciclopediche dimensioni. L’incredibile fama della saga sta nella sapiente alternanza tra violenza, sensualità, umorismo e…colpi di scena. Chi ha già dimestichezza con la storia in questione sa benissimo a cosa mi riferisco, per chi invece è ancora ”vergine”, basti anticipare che George R. R. Martin ha preso realmente sul serio il memento mori “ricordati che devi morire”.martin

Dopo questa breve panoramica, soffermiamoci sulla serie tv. Fondamentale e quasi doveroso è per me consigliare ai neofiti di non guardare la serie nella versione italiana da prima serata: le scene di violenza, sesso ed oscenità assortire sono state censurate, rendendo i blocchi pubblicitari più lunghi delle puntate stesse, ridotte da quasi un’ora a 5 minuto e mezzo circa. Infatti, la serie è diventata nota per le crude scene sanguinolente e per le frequenti nudità (quasi esclusivamente femminili, ahimè), ma il grande successo si fonda sulla capacità di far affezionare il pubblico alla caratterizzazione dei personaggi, complessi e sfaccettati, mai completamente classificabili come buoni o cattivi. Proprio questa caratteristica ha portato il sadico Martin a rendere i suoi protagonisti alla mercé del suo volubile volere di divinità-creatore, sottoponendoli a drammatiche vicissitudini che lasciano gli appassionati con il fiato sospeso e con mille invettive contro l’autore stesso sulla punta della lingua.trono

In pieno stile documentario alla Piero Angela, infatti, è possibile riconoscere subito un fan della saga dal frequente intercalare “dannato Martin”, con il quale il povero malcapitato sfoga tutta la sua ira nel comprendere quanto facilmente l’autore riesca a fare e disfare interi episodi e protagonisti in circa dieci secondi e mezzo. Sembrerà esagerato, ma per la nuova generazione di serie tv-dipendenti, lo scrittore più maledetto dei nostri tempi rappresenta una sorta di amata/odiata nemesi, scuotendo le nostre certezze da poltrona, streaming e prospettiva di serate asociali.

Il sovrapporsi di serie tv e saga letteraria, ancora non giunta alla sua conclusione e anzi nel bel mezzo dell’evolversi degli eventi, fa scaturire poi grande confusione nelle interazioni sociali a tema Martin, rendendo il rischio di spoiler talmente alto da sacrificare intere amicizie, un po’ come con secolari e agguerrite partite a Risiko, insomma. A questo proposito, infatti, si configurano altre tre sottospecie del Martin-addicted: il purista, colui che legge i libri ma rinnega la serie, salvo poi immolarsi davanti allo schermo per constatare scientificamente la corrispondenza dell’esatto numero di seni scoperti; il seriale, che spaventato dalle 4800 pagine pubblicate decide di dedicarsi soltanto ai confortevoli 50 minuti televisivi; lo stronzo, colui che ha già letto tutto e segue la serie soltanto per potersi vantare di essere già a conoscenza di colpi di scena e stravolgimenti, traendo del sadico piacere nel torturare i poveri ignari al richiamo di “e ancora non hai visto niente”.

A parte le esagerazioni per amor di ironia, Game of Thrones viene realmente considerato un vero e proprio fenomeno sociale, soprattutto negli USA dove il numero di neonati battezzati con gli strambi nomi dei protagonisti sta crescendo a vista d’occhio. Ancora ben lontana, si spera, dalle esagerazioni statunitensi, l’Europa si è buttata volentieri a capofitto nel vortice Martin, il cui interesse copre stranamente una grande forbice generazionale, dagli adolescenti alla mezza età e oltre. Si può supporre che tale successo si fondi proprio sull’estrema varietà di scenari, prospettive e personaggi che la saga propone, elevandosi dalla classica etichetta fantasy ad un livello superiore ed eterogeneo che cattura l’attenzione dei lettori più variegati. Da semplice libro per giovani adulti, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco ha assunto proporzioni imprevedibili che per fortuna mantengono ancora salda la fiducia nei confronti dell’interesse per la lettura. Esperienze personali, come la mia, dimostrano inoltre che la trasposizione televisiva non ha minato l’attrazione per la carta stampata, anzi le vendite dei libri hanno subito un’impennata straordinaria dal 2011, anno di produzione della serie, destabilizzando anche le più solide certezze in merito alla decadenza letteraria.

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