Kunst über alles

dialogo tra Luca Rossi e Roberto Ago

di Luca Rossi
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Arte
N.5 del 20.11.2013
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Roberto Ago: Caro Luca, molto tempo è passato dalla nostra ultima chiacchierata…

 

In questi ultimi mesi mi sono appassionato al grande René Girard, di cui ho letto praticamente tutto tanto da essere già passato ai suoi allievi. Quando su Flash Art scrissi il pezzo su di te non conoscevo ancora il suo pensiero, ma oggi che il concetto di “capro espiatorio” mi è ben chiaro nelle sue motivazioni e dinamiche devo dire di averci visto giusto già allora, e anzi di essere stato “girardiano” senza saperlo. La mia lettura del fenomeno “Luca Rossi” può però essere oggi più precisa e completa.

 

Tu sei la personificazione a un tempo concreta e simbolica dell’anonimato in cui versa la nostra critica, la maschera tragica che si piglia ogni ingiuria da parte della folla indifferenziata e periferica per il solo fatto di essere voce autorevole ma soprattutto riconoscibile che si è collocata al “centro”. Non che io sia sempre d’accordo con te, per esempio non capisco come fai a perdere tutto quel tempo sui commentari, resta il fatto che col tuo anonimato sei l’unico critico d’arte di serie A che possa dire la verità, anche se preferirei ascoltarla sul tuo blog e non in coda agli articoli (dove tra l’altro hai fatto proseliti).

Comunque ti hanno linciato senza sapere quello che stavano facendo e per questo, come Cristo, dovresti perdonarli. Nel pieno delle mie facoltà mentali mi sento tranquillamente di sentenziare che la critica italiana più giovane si è comportata con te non tanto come Pilato e Barabba che se ne lavarono le mani, ma come i soldati romani che diedero vita alla Passione, certo nel tuo caso tutta metaforica e inflitta con le armi silenziose dell’indifferenza e diniego. E’ vero che almeno gli operatori più autorevoli hanno dialogato con te, ma senza mai entrare davvero nel vivo delle questioni. In buona sostanza, io credo che “nemo propheta in patria” sia massima che descrive perfettamente te e il tuo uditorio, e che la critica italiana si sia da tempo semplicemente convertita in curatela ovvero in venditrice ambulante di prodotti più o meno scaduti. Che ne pensi, che bilancio fai dopo tanti anni di trincea online?

Luca Rossi: Li perdono perchè non sanno quello che fanno. A parte gli scherzi, il mio lavoro prosegue quotidianamente e gratuitamente da cinque anni e mezzo, ed è sopratutto un atto d’amore. E come tale non si può razionalizzare del tutto. Credo che molti non l’abbiano capito perchè profondamente immaturi o perchè in malafede. Ogni mia mossa viene vista come una forma di narcisismo, come una forma di invidia che nasce dalla frustrazione, come un modo per emergere e distruggere gli altri. Quando invece non ho mai offeso nessuno e non ho mai preteso di imporre verità assolute, ma ho fatto di peggio: ho cercato di argomentare e mettere in discussione le opere d’arte, e quindi i dispositivi retorici che servono a legittimare una classe di addetti ai lavori che è allo stesso tempo l’unico pubblico del sistema. Non posso che diventare un vittima. Questo è un male tipicamente italiano. Tutti cercano di mantenere un livello di mediocrità e omertà generale. Oggi vale profondamente la pena di occuparsi di arte, e cercherò di spiegare il perchè in un articolo che presto uscirà (non posso dire dove).

 

Mi sento un po’ Fantozzi e un po’ Gesù sulla croce. Negli anni 70 il personaggio di Fantozzi ha psicanalizzato e risolto la classe media italiana, che assomigliava veramente al ragioniere tragicomico. Il sistema dell’arte italiano non sta cogliendo a pieno questa opportunità, perchè immaturo e spesso incapace. Le menti giovani più brillanti fuggono verso ambiti diversi da quello dell’arte. Sarà un caso ma gli “addetti ai lavori” più avanti con gli anni, sono quelli che seguono e “capiscono” maggiormente il mio lavoro. Perchè non hanno niente da perdere e possono analizzare più lucidamente le cose. Gli operatori più giovani, i “curators” (perchè gli artisti sono debolissimi e totalmente in balia degli altri) assomigliano molto ai politici democristiani, attentissimi nel non legittimare “Luca Rossi”, come fosse un complesso edipico da nascondere sotto al tappeto. Questi scimmiottano il mainstream internazionale, perchè è rassicurante verso il loro essere italiani. Luca Rossi esce dal branco, è scomodo, cerca di scardinare un deserto dove non è possibile alcun confronto vero rispetto ai contenuti. Ma qualcuno doveva farlo, qualcuno deve farlo. In un contesto più maturo la mia operazione sarebbe apparsa normale, forse avrebbe contribuito al nascere di più punti di vista.

 

RA: Mah, mi viene da dire meno male che ci hai pensato tu… A me ultimamente l’arte annoia abbastanza, tanto da dedicarmi anche ad altro. In generale, come te sento che dopo l’11/9 le arti visive tradizionali sono invecchiate all’improvviso, come la religione un secolo prima. E in ciò l’Italia è prima in classifica. Ma proviamo ad essere costruttivi (cioè distruttivi) come se il problema fosse la scarsa incisività della critica (per non parlare dell’arte) italiana, e non un presunto statuto anacronistico dell’arte tutta in confronto ad altri mezzi visivi molto più efficaci e contemporanei quali cinema, televisione e web. Rimandiamo cioè l’amato tema della “crisi della rappresentazione” ad altri appuntamenti.

 

 

LR: L’arte vive uno stato anacronistico perchè non sa rinnovarsi. Siamo ancora negli anni 90, e anche se qualcuno dice che il Re è nudo, al mercato e al curatore di turno vengono chieste sempre le stesse cose. Mentre si potrebbe innovare, e l’Italia potrebbe giocare da “late comers”. Ma io da solo posso poco nulla. Temo che in Italia ci sia un deserto, mancano le persone attendibili e di buona volontà con cui collaborare seriamente. Lo dico per esperienze dirette ed indirette, potrei portare esempi e prove inconfutabili.

 

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New York 2012
Family Business

 

Il critico si è trasformato in “curatore-artista”. Quelli che sarebbero i giovani critici hanno ispirazioni da autori e registi, vogliono essere tutti Stanley Kubrick. Gli artisti sono sfumature a cui dare pacche sulle spalle e da invitare come comparse nel loro film, nella loro opera-mostra-progetto. Per esempio Antonio Grulli, giustamente, non nasconde questa sana propensione artistica. Questo ancora di più se l’istituzione ingaggia il curatore che quindi può selezionare e ha il coltello dalla parte del manico. Le file di artisti e sedicenti tali da cui pescare sono gonfie, e mi sembrano quei lavoratori a cottimo, che aspettano la mattina presto di essere ingaggiati dal camion del padrone. Aggiungi a questo l’anacronismo dell’arte e capisci come il sistema richieda sempre di più curatori-star, super registi, che devono rivitalizzare un insieme di opere che prese singolarmente non potrebbero competere con la contemporaneità. E’ chiaro che se il centro si sposta sul curatore e gli artisti propongo standard debolissimi, omologati e rassicuranti (proprio per essere selezionati e salire sul camion giusto), il risultato è un vuoto, perchè è come se nessuno faccia l’artista e quindi la teca è vuota (vedi progetto di questo blog recentemente in Francia).

Tao
(letteralmente la Via o il Sentiero)

(literally the Way or the Path)

 Abbaye Notre-Dame de Sénanque
(Gordes, FR)

http://whlr.blogspot.it/2013/08/tao-letteralmente-la-via-o-il-sentiero_31.html

 RA: Condivido il giudizio durissimo di Vettese espresso già un paio d’anni fa, che è anche il tuo primo cavallo di battaglia: a parte le dovute eccezioni, l’arte giovane italiana oggi è fiacca, anche quella che ha ottenuto una qualche visibilità, con buona pace di chi a tale verdetto non ci sta. Che la critica si sia convertita in curatela è un fenomeno internazionale dovuto al mercato, ma in Italia fa sì che tale inconfessabile verità venga ulteriormente dissimulata in un mercato nostrano pressoché nullo, e anzi contribuendo a una bolla speculativa auto-inflitta, mentre le tue tante denunce pur se meritevoli non hanno certo cambiato lo status quo. Tu stesso sembri aver esaurito la verve critica per una maggiore propensione artistica. Hai perso lo smalto? E sì che avrei sperato in una evoluzione “critica” e non “artistica” del tuo blog, un appuntamento fisso inciso sulla barra dei preferiti dove finalmente poter leggere giudizi veri e dettagliati sulle principali manifestazioni artistiche. Avresti un sacco di pubblico in più.

LR: Hai ragione. Ma la mia verve critica non è svanita: potevi leggere un parallelo Documenta-Biennale di Berlino su Flash Art Estate 2012, poi su questo blog un pezzo sulla Biennale di Gioni e su Arte Fiera 2013. Per non parlare dei commenti e di altri piccoli approfondimenti sempre su questo blog.

Sono fermamente convinto che lo sviluppo progettuale, la definizione di un linguaggio, sia un ottimo strumento critico. Per esempio, il progetto in Francia, già citato (Tao – letteralmente la Via o il Sentiero) è un’operazione anche critica, forse più indiretta e sofisticata.

Quest’anno Angela Vettese ha dichiarato su Facebook che dopo la lettura del mio blog ha deciso tristemente di non dedicarsi più all’arte pratica ma solo alla teoria. Mentre Giacinto Di Pietrantonio pensa che Luca Rossi sia la nuova Vanessa Beecroft. In quelli che tu consideri giustamente i padrini della critica italiana degli ultimi anni, c’è un po’ di confusione. Perchè credi che la critica possa migliorare le cose?

RA: Non sono affatto certo che un ritorno critico possa migliorare la situazione italiana, ma solo che andrebbe a colmare un vuoto, attirando grande favore. Del resto tu stesso ti sei imposto all’attenzione così. Soffermiamoci sulla critica che altrimenti si finisce per essere troppo generici. Hai citato Antonio Grulli, che assieme a Davide Ferri è amico stimato perché hanno quantomeno tentato una risposta alla crisi generalizzata della critica italiana (che avvertono anche loro). Si tratta del progetto Sentimiento Nuevo, costituito da una serie di tavole rotonde confluite in una bella pubblicazione edita dal MAMbo. Ci sono dentro anch’io ma come artista, non come critico, forse perché reputano impossibile che uno possa fare entrambi i mestieri (quando di casi ce ne sarebbero). Ma ho ben chiara la distinzione dei ruoli ed è in quella veste che ho partecipato al seminario, lasciando a casa l’artista. Il volume in questione è documento storico di prim’ordine non tanto perché ospiti interventi degni di futura memoria, ma perché fotografa uno stato confusionale della critica e curatela nostrane. Data l’inevitabile parzialità dei due selezionatori, la media dei nomi e degli interventi lascia nondimeno intendere che è sondaggio attendibile. Gli artisti invitati, curiosamente, non hanno nulla da invidiare ai loro colleghi dell’altra sponda, anzi. Spicca particolarmente il testo chirurgico di Favelli sulla Favaretto, che avrebbe dovuto essere stato scritto da un critico e non da un artista (a proposito di latitanza), perché si pone come faro imprescindibile alla comprensione del suo lavoro. I testi dei curatori/critici invece sono spesso onesti ma tutt’altro che analitici, interviste soprattutto. Colpisce quella giovanile di Gioni a Cingolani: l’uno è schizzato in alto, ma l’altro, un errore di gioventù? Ci sta, può capitare. E però le sue scelte italiane fatte per la biennale di Bonami e quindi per la sua? Fior di professionista, Gioni sembrerebbe avere un fiuto quantomeno discutibile per gli artisti italiani, ma chi ha osato rilevarlo o quantomeno porre il dubbio? Per non parlare delle scelte italiane del Padiglione Italia, al contrario giustamente criticate da più parti, e prima ancora di quelle di Sindrome Italiana, Documenta, Manifesta: autolesionismo allo stato puro. I nostri curatori sembrerebbero non saper scegliere gli artisti italiani migliori perché non sono dei veri critici, c’è poco altro da aggiungere.

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LR: Il progetto Sentimiento Nuevo ha totalmente lasciato fuori il mio lavoro che per quanto grezzo, è stato certamente seminale. Non perchè io sia un genio, ma perchè ho fatto una cosa dettata semplicemente dal buon senso. Questo atteggiamento di esclusione, un po’ bulgaro, mina alla base Sentimiento Nuevo. Inoltre pensiamo alla platea di Sentimiento Nuevo: agli incontri i relatori coincidevano con il pubblico, al limite c’era qualche amico (sempre addetto ai lavori) dei relatori. Questa autoreferenzialità pone la seconda mina (fatale) al progetto. A chi è destinata la critica? Sentimiento Nuevo sembra una debole autocritica (anche perchè la nave sta affondando per tutti)…che mi sembra una sorta di psicanalisi collettiva. Ma per queste cose esistono i dottori.

RA: Torniamo a Sentimiento Nuevo, perché ho preso parte ad un incontro assai rivelatore. Essendo i due organizzatori e gli operatori invitati a partecipare soprattutto dei curatori (anche bravi), mi è subito apparso chiaro come NON fossero disposti a valutare reciprocamente i limiti delle loro scelte curatoriali, misurabili nelle loro selezioni artistiche prima ancora che nelle loro capacità analitico-promozionali. Promuovendo ognuno un novero di artisti di cui dover rispondere, si sono guardati bene dall’inficiare le scelte del collega, fatto per cui nessuna voce critica in un seminario dedicato alla critica si è udita.

 

 

LR: Ma certo, si tratta di 10-20 persone tutti amici e tutti attenti a compiacersi…era impossibile una sana analisi critica. Ma poi tale analisi verso chi??? Questa è psicanalisi, perchè NON esiste alcun pubblico, e il passo verso la “sega mentale” è brevissimo. Anzi ci siamo già.

 

 

RA: Eppure cosa si dovrebbe criticare se non l’operato degli artisti, data una situazione italiana che i curatori per primi riconoscono come mediocre ma che non reputano di aver avallato con il loro operato? Ergo, quantomeno in Italia il curatore (anche bravo) non è adatto a fare critica, punto e basta. Non a caso l’intervento più brillante del libro è quello sferzante (e in parte ricreduto) di Senaldi. Si dirà che c’è anche una critica positiva, analitica e promozionale, non per forza occorre fustigare. Vero, nel libro difetta anche quella. Un episodio in tal senso esemplare è che ci sono ben due interventi errati (di Previdi e Rabottini) sull’ospedale africano di Grimaldi, ma non il mio pubblicato su Flash Art che è l’unico corretto. Grulli e Ferri ritennero più utile inserire un mio pezzo sul ready made e non quello, una scelta legittima ma allora non avrebbero dovuto selezionare degli scritti fuorvianti alternativi al mio. A meno di indicarli in quanto tali. Così invece hanno dimostrato di prenderli per buoni. In Italia nessuno ha saputo leggere correttamente quel lavoro, nemmeno la giuria del MAXXI, e stupisce vedere come l’unica lettura critica degna di questo nome e a suo modo ancora promozionale, non sia riuscita a soppiantare le altre. Essa è assente dalla bibliografia dell’artista quando un mio pezzo su Kris Martin non solo appare nell’elenco delle pubblicazioni prestigiose che lo riguardano, ma la sua galleria di riferimento ha pensato di dovermi scrivere per ringraziarmi. Il solito provincialismo italiano. Resta il fatto che il mio testo su Grimaldi e quello di Favelli su Favaretto sono due contributi critici imprescindibili. Tutto ciò mentre i curatori “curano” non si capisce cosa.

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LR: Hai ragione. Ma mi viene sempre da pensare chi siano i lettori di questi testi critici…ritorna chiedersi quale sia oggi il ruolo dell’artista, e se non serva riscrivere questo ruolo. Ho scritto tutte queste cose su Flash Art Italia in tempi non sospetti, prima di Sentimiento Nuevo, nel 2009, e lo stesso progetto ha rimosso il mio lavoro….queste sono cose che fanno quelli che devono andare dallo psicanalista. Non lo dico con cattiveria ma con amore. Dovevano invitarmi agli incontri di Sentimiento Nuevo…sarebbe stato utile per tutti. Queste cose sono sacrosante, ma in italia appaiono subito come narcisismo e invidia. Ma mi chiedo, invidia per cosa? La situazione è drammatica da anni…

 

 

RA: Il già difficile mestiere di critico, da noi, si potrebbe esercitare solo a patto di andarci giù duro, non per cattiveria naturalmente ma per amor di verità e data la situazione non proprio esaltante della scena artistica italiana. Di materia prima ce ne sarebbe a profusione, peccato che per il guastafeste di professione non ci sia più mercato, sottrattogli dai più accomodanti “promoter” (giornalisti e curatori). Anche la semplice motivazione viene a scemare: perché osare pronunciare giudizi negativi se non si viene pagati? Non conviene due volte. Il mercato ha di fatto decretato l’estinzione della critica e non c’è nulla che si possa fare, a meno di scrivere idilli o lavorare gratis come fai tu. Una soluzione puramente ipotetica sarebbe quella per cui le riviste specializzate pagassero ai critici la loro onestà intellettuale (ammesso che questa esista ancora e sia sempre un valore), ma a quel punto perderebbero i loro clienti, un rischio irragionevole per qualunque editore e curatore da quello assoldato. I quali però, a questo punto, non possono più pretendere di commerciare l’imparzialità delle loro scale valoriali o più semplicemente il giudizio critico. Non si può avere tutto, il prezzo per un primato del mercato è l’ecatombe della capacità e possibilità di giudizio. Nessun organo specialistico d’informazione può ritenersi oggi davvero attendibile, non quando si è dedicata addirittura una copertina ad artisti letteralmente scomparsi (per non parlare del resto). Così come nessun curatore può pretendere di aver sancito la bontà delle sue ultime scelte, quando per la pagnotta ha già lavorato con gente dimostratasi di scarso valore. Il panorama delle riviste italiane più note e dei curatori che scrivono per esse è in tal senso eloquente. Mousse e Kaleidoscope semplicemente ignorano la scena italiana, e almeno in questo sono coerenti, Artribune ed Exibart al contrario trattano di tutto, anche qui per scelta ben ponderata, mentre Flash Art ha più sottilmente optato per una scissione schizofrenica: da una parte l’eccellente “Iternational”, che l’arte italiana la vede col cannocchiale, dall’altra l’edizione italiana, buona per il bar nazionale. Geniale.

LR: Condivido anche questo. E infatti l’unica soluzione (almeno in una prima fase) è il lavoro folle e gratuito del Sig. Rossi…ma quanto meno serve un sistema e un contesto minimamente maturi per cogliere questa opportunità. L’inclusione di Luca Rossi, può portare solo due effetti:

– la fine di Luca Rossi

– un vantaggio per tutti.

Ma questo il sistema italia non lo capisce. Anzi non lo capisce il non-sistema italiano, fatto di tanti operatori compiacenti ma NON collaborativi…si guarda la scena internazionale con la bava alla bocca, senza pensare che ogni luogo è potenzialmente internazionale. Si tratta di ribaltare il modo di pensare.

Se ci pensi anche lo stesso Cattelan (unico esempio di successo negli ultimi 20 anni) ha innescato dall’estero la sua carriera. Oggi il mondo è cambiato, e l’italia – meno strutturata di tanti paesi- e molto creativa, potrebbe giocare da innovatrice. Ma bisogna ribaltare il modo di pensare, partendo dall’inclusione dello scemo del villaggio (Luca Rossi)…proprio per superare un blocco e un problema psicanalitico.

 

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