Pinocchio

Il mio libro horror preferito

di Antonia Cangemi
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Arte
N.2 del 30.10.2013
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Credo che poche volte l’intento pedagogico si sia espresso con tanta brutalità come in Pinocchio. Probabilmente a pari merito coi Vangeli, oltre che con molte favole.
Truce. Pinocchio è un libro truce.
Fa parte delle nostre vite ormai da centotrentadue anni ed è stato uno dei libri obbligatori per la formazione del giovane italiano a partire dal luglio del 1881 (ad appena vent’anni dall’unificazione nazionale), quando le avventure del burattino di legno bugiardo ma buono hanno cominciato a uscire a puntate sul “Giornale per i bambini”.
L’intento repressivo e quindi mortifero degli adulti nei confronti dei più piccoli ha trovato così nelle avventure del burattino un valido alleato.
Ma non posso che trovarmi d’accordo con Italo Calvino quando afferma che Pinocchio è uno dei grandi libri della letteratura italiana (nonché modello di narrazione d’avventura) e che la sua importanza sta anche nel fatto che contribuisce a colmare alcune lacune della letteratura italiana stessa, come la mancanza del romanzo picaresco e del romanticismo fantastico o “nero” (questa propria dell’Ottocento).

fataAl di là di codificate – reinterpretate – spesso edulcorate versioni del libro di Collodi, che sono ormai diventate un classico a tal punto da allontanare il lettore dalla versione originale, la lettura integrale del libro rivela quanta crudeltà possa scagliarsi contro un burattino ma anche da parte del burattino stesso.
Già durante la sua costruzione/concepimento da parte di Geppetto, Pinocchio mostra tutta la sua ingratitudine e il suo cinismo dando un calcio sulla punta del naso al suo “babbo”, quello stesso babbo che da bravo figliolo abbandona scappando non appena riesce a camminare e che fa arrestare facendo credere alla gente per strada che il padre lo maltratti.
Anche la ribellione ad una pedagogia opprimente si rivela in tutta la sua violenza quando Pinocchio scaglia un martello di legno contro il Grillo parlante.
Quindi: mortifero è l’intento educativo, mortifera però anche la sua totale assenza, come mortifero è sicuramente il momento della punizione, e mortifero, contro ogni aspettativa, è anche l’aspetto del gioco. Dunque la morte attraversa fischiettando tutti i livelli del romanzo.
Tutte le volte che Pinocchio sbaglia rischia di morire o impiccato ad una quercia per mano di assassini (“due figuracce nere, tutte imbacuccate in due sacchi da carbone”), o bruciato da Mangiafoco (“il burattinaio, un omone così brutto che metteva paura solo a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d’inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra… La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso col lume acceso dietro; e con le mani schioccava una grossa frusta fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme”) per farne legna per la sua cena, o fritto come un pesce, o sbranato dal cane Alidoro o finisce per essere arrestato.
Proprio l’aspetto del gioco tra i bambini poi, come accennavo sopra, riserva inaspettatamente un certo sadismo: in ogni sua forma esclude la condivisione armoniosa di giocattoli (la cui presenza perfino nel Paese dei Balocchi é esigua) o l’instaurazione di una qualche socialità, e si concretizza invece in episodi di violenza e scherno: il primo giorno di scuola Pinocchio viene canzonato dai suoi compagni; da un battibecco sulla spiaggia comincia una lotta a colpi di libri che porta quasi alla morte uno dei suoi compagni colpito alla tempia proprio da un libro di Pinocchio (ma non era stato lui: quindi, oltre alla violenza si vive pure il disagio di vedere arrestare Pinocchio per una cosa che non ha fatto); la stessa descrizione del Paese dei Balocchi ha più che altro a che fare con l’Inferno, dato che viene dipinto come un pandemonio con un baccano indiavolato, dove proprio i giocattoli sembrano essere in secondo piano rispetto al caos e al rumore generali.
Non esiste un gioco, esiste piuttosto, come dice Bartezzaghi, un “giocarsi di”, quindi un far morire, perché “ogni oltraggio è morte”.
E Pinocchio è a turno canzonato e canzonatore.

Rimanendo sempre in tema di morte, anche il secondo incontro di Pinocchio con la fata dai capelli turchini è un bel pezzo di romanticismo “nero”: “Vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve […]. E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arrivò alla porta di quella casina e bussò. Nessuno rispose. Tornò a bussare con maggiore violenza, perché sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso de’ suoi persecutori. Lo stesso silenzio. […].
Allora si affacciò alla finestra una bella Bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale, senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo:
– In questa casa non c’è nessuno. Sono Tutti morti.
-Aprimi almeno tu! – Gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
– Sono morta anch’io.
– Morta? E allora che cosa fai costì alla finestra?
– Aspetto la bara che venga a portarmi via”.
Il livello d’angoscia della scena di Pinocchio inseguito dagli assassini è esattamente speculare a quello di un qualunque film horror: l’inseguito sembra sempre più lento dell’inseguitore, e prima che la vittima riesca a trovare una via di fuga deve bussare almeno una seconda volta, perché suspance sia fatta. Pinocchio è pure peggio, perché la via di fuga gli è negata e lui viene impiccato. Almeno negli horror sono i personaggi secondari a morire a metà film, non il protagonista.

impiccagione

E di nuovo la morte si presenta quando Pinocchio si rifiuta di prendere la medicina amara offertagli dalla fata. Irrompono subito quattro conigli neri come l’inchiostro che portano in spalla una piccola bara da morto. E l’aggettivo “piccola” è il particolare che rende tutto più raccapricciante, chiaramente.
In un contesto macabro come questo il colore dominante non può che essere il nero: gli assassini sono figuracce nere, Mangiafoco ha una barbaccia nera, il bosco è cupo, i conigli-becchini sono neri, e così via.
Comunque, quanto a truculenza, anche la cara fatina-sorellina-mamma non scherza. Dopo non avergli aperto la porta mentre era inseguito dagli assassini, quando Pinocchio riesce a tornare alla casina bianca dopo aver rischiato di essere mangiato da un serpente, di morire alla tagliola e di essere stato legato e usato come cane da guardia, lei pensa bene di non farsi trovare e di lasciare al suo posto una piccola pietra di marmo sulla quale si poteva leggere:

QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA
DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO

Quindi, se non fai il bravo, o muori, o qualcuno muore per colpa tua. E il senso di colpa è spesso più logorante della morte stessa. E lo è ancora di più quando Pinocchio scopre che a causa sua il padre è su una barchetta in mezzo alle onde alla sua ricerca.
Il livello di atrocità però non si ferma a questo.
Deve ancora comparire l’omino di burro che stacca con due morsi l’orecchio all’asino che conduce il carro al Paese dei Balocchi, Pinocchio deve ancora trasformarsi in somaro, poi, zoppo, deve essere venduto per farci una pelle da tamburo, e per questo deve essere ucciso, ovvero gettato in mare con un macigno al collo.
L’intento pedagogico, inteso come morale, si palesa solo alla fine del romanzo, proprio perché Pinocchio viene trasformato in bambino. Ma questo finale è fuorviante: non c’è una progressione nel comportamento del burattino in senso catartico. Pinocchio invece avrebbe “sbagliato” all’infinito, come infinite sarebbero state dunque le sue avventure, se un intervento esterno, cioè quello dell’autore, non vi avesse posto fine.

 

mangiafuoco

Illustrazioni di Erika "Eki" Bertoli
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