P’IO & GINO

lo sbaglio lo spazio il tempo

di Marco Deserto
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Arte
N.16 del 5.2.2014
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on an an extremely hot Summer afternoon, I went to find pio monti at macerata; no one was at home. while waiting… I entered into the vast property on the hillside, and among the trees, the rows of grapevines, there was a pool.

circling slowly around the pool was a tall, solemn, silent, aloof, and standoffish gentleman. he was wearing a classic white shirt, a white, entirely buttoned-up suit, and long black shoes. he seemed bored and at the same time impatient, himself waiting as well; he was a figure totally detached from this rustic context. he was holding pebbles in his hand, and from time to time  he threw one into the water. I thought that if I were perhaps to enter the pool later, I who enjoyed walking along the bottom much more than swimming, how annoyed I would be! and so I asked him why he was doing that. with condescension, in a somewhat unfriendly and impassive manner, he replied, “to try to make squares”. I thougt that he recognized me and wanted

… to make fun of me.

a little later, I knew that it was gino de dominicis

getulio alviani

ritratto di Pio Monti di ginoin un caldissimo pomeriggio d’Estate andai a trovare Pio monti, a Macerata, in casa non c’era nessuno; aspettando… mi addentrai nella vasta proprietà sul fianco della collina e tra gli alberi, i filari delle viti, c’era una piscina.

Intorno alla piscina girava lentamente un signore alto, ieratico, impettito, silenzioso, distaccato, scostante aveva un cappello classico bianco con banda nera, occhiali avvolgenti scuri, farfalla nera su camicia bianca e abito chiuso totalmente bianco e lunghe scarpe nere sembrava annoiato e nello stesso tempo impaziente anche lui in “attesa”: era un personaggio totalmente avulso da quel contesto campagnolo. Teneva in mano dei sassolini ed ogni tanto ne gettava uno nell’acqua. Pensai che se magari più tardi avessi fatto il bagno in piscina, a me che piace tanto più che nuotare camminare sul fondo, che fastidio avrei avuto!

e così gli domandai perché stesse facendo questo.   lui con sufficienza, un po’ scostante, impassibile mi rispose:

“per cercare di fare dei quadrati”.

dopo poco seppi che era Gino De Dominicis…

Getulio Alviani

 Mostra a palazzo esposizioni sugni Anni ’70. 

Un’ammucchiata. Ci sono tutti, all’ingresso, spazio aperto anche se chiuso da alti soffitti (ne crollò uno non molti anni fa..), al centro del vasto androne, quasi fosse il cadavere di una prostituta, datata 1978, l’opera stesa a terra: “lo sbaglio lo spazio il tempo”, di Gino de Dominicis.

lo Sbaglio lo Spazio il Tempo è un’opera che non si sputtana così.

WP_20140106_030Il suo primo collezionista, xxx, la teneva in una cassapanca, chiusa in attesa di fare lo scherzo a qualcuno, tirar fuori le ossa e terrorizzare un po’ tutti.

Non si cura così una mostra, la moglie di Gianni Dessì della scuola di San Lorenzo ne è la responsabile.
Ci sono tutti, anche internazionali come Gilbert and George ecc, molti italiani, due opere di Ceccobelli appese al contrario..
I commenti in sala sottolineati coi tacchi a spillo sono del tipo: “wow non sembra neanche di stare a Roma, wow”.
Ero col mio amico di Venezia Gino Blanc, pittore elevato quanto il suo conterraneo Virgilio Guidi, marine adriatiche. Siamo andati via all’istante.

Non mostrerò le foto della mostra, le immagini che seguono sono rubate da un libro di xxx xxxxx, le parole già scritte e che seguono, apparte poche personali intrusioni, anche:

Nel 1969 ho incontrato Gino De Dominicis, anche lui marchigiano, di Ancona, e si è creata subito una complicità che ci ha fatto fare insieme tante cose nell’arte  e nella vita (del resto, che differenza c’è tra le due?).

In quel periodo si viveva una sorta di contiguità esistenziale, un po’ per il fervore creativo ed un po’ per la cronica assenza di denaro. La memoria è la cassaforte del pensiero, ma la chiave per aprirla dopo circa quarantanni si è arrugginita e tanti avvenimenti svaniscono e poi riappaiono come fantasmi…

Le Privé“, “l’Hemingway”, “la Pace“(che sta chiudendo in questi giorni, i proprietari delle mura -chiesa cattolica tedesca-, affianco al chiostro del bramante, si riappropriano dei locali per integrarli nel progetto di un super hotel a 7 stelle 2014), locali notturni nei quali tutte le sere si incontravano artisti: xxxx xxxx, xxxxx xxxxxxxxx, xxxxx xxxxxx, critici: xxxxxxx xxxxxx xxxxx, xxxxx xxxxxxxxx, gente di spettacolo e mercanti: xxxxx xxxx xx xxxxx, xxxx xxxxxxxx, xxxxx xxxxxxxx, xxxxxxxxx xxxxxx, xxxx xxxxxxxx, xxxx xxxxxx, xxxx xxxxxxx, che con le loro ripetitive paranoie tentavano di creare nuove situazioni nel sistema dell’arte.

Locali come laboratori creativi con alto tasso alcolico e polemico. E Gino con il suo comportamento da istrione era il protagonista “invisibile”, un dandy d’altri tempi capace di magnetizzare l’attenzione di tutti senza sforzo.

Alle ore piccole ci incamminavamo verso casa di xxxxxxx xxxxxxx per continuare le discussioni iniziate, cercando di acchiappare le intuizioni vaganti nella notte.

Il gallerista e l’artista vivevano in simbiosi: le opere venivano ideate nei bar, nelle stanze d’albergo, nei locali notturni, con una nuova ricerca i materiali di cui si occupava il gallerista.

Bisognava procurare tutte le cose più strane: grandi calamite, una carrozza dell’ottocento, un vero scheletro umano (anche di cane), calchi di madonne (Madonna che ride) e palle varie… per Gino. Il GALLERISTA ERA ALLORA PER I SUOI ARTISTI MARTIRE, CONFESSORE, ASSISTENTE, FINANZIATORE, WATSON E FIGARO!

lotto triplice ritratto orefice3Si tratta di pochi decenni, ma era una situazione difficile da raccontare oggi, che sembra lontanissima, dopo il ritorno alla Pittura con la transavanguardia con la maggior parte degli artisti rinchiusa neggli studi, circondata da schiere di assistenti e pennelli.

Gino era amico di un singolare personaggio con un mantello enorme ed un cappello nero, il fisico Franco Rustichelli. Si aggiravano insieme per Roma di notte, parlando di immortalità, di entropia, del secondo principio della termodinamica, della natura del tempo e della materia… Gino ha poi precipitato nelle sue opere quei concetti: la sospensione del movimento, la Palla caduta da due metri…, oppure che la Mozzarella in carrozza è una tautologia (la tautologia blocca i concetti e dunque ferma il tempo), mentre la metafora è la mozzarella in carrozza da mangiare che noi compravamo al bar Rosati in Piazza del Popolo.

Era un po’ difficile spiegare le opere a questi personaggi amanti dell’arte che attenti mi ascoltavano e mi guardavano con occhi da cervi impagliati o come idoli di legno; non mi credevano tanto, però qualche volta li convincevo.

Il lavoro era questo: far comprare un cartellino con su scritto “Cubo Invisibile” e dimostrare che uello non era un quadrato disegnato per terra ma un cubo invisibile.

Era una situazione un po’ surreale, metafisica. Fortunatamente qualche persona mi ha creduto e ha acquistato le opere, facendo un grande investimento emotivo ed economico.

In una cena a Saint Gallen, in Svizzera, nel 1969 mi piaceva scherzare con un piccolo tedesco paffuto, un gigante interrotto, dagli occhi acuti; io sapevo ben poco di tedesco e lui ancor meno di italiano. Anche lui sembrava incuriosito dalla mia altezza a dal mio fare disinvolto.

Alla fine dedicò a me e mia moglie Anna il libro “L’Arte e lo Spazio“: si trattava di Martin Heidegger.

Tra le tante cose che io e Gino abbiamo condiviso anche una casa: in via di Monte Giordano 36, sopra gli incontri internazionali d’arte di Graziella Lonardi. Abbiamo trascorso tante notti insonni nelle quali ho raccolto le sue confidenze. Tra queste notti, quelle insonni per motivi galanti: avevamo stabilito infatti un gioco di segni sul portone per indicare quando l’altro doveva andare a dormire altrove, e quasi sempre l’altro ero io! E poi c’erano le notti in cui, soli io e lui, si parlava d’arte, di donne, di politica, di tutto e di niente, ore preziose durante le quali ho imparato a conoscere le sue motivazioni, i suoi problemi, i legami sottili tra la sua arte e la vita. Un’esperienza che mi ha segnato. Ancora oggi mi ritrovo a dialogare con lui e questo influenza molte delle mie scelte.

Ero una sera a Roma al ristorante Bolognese con Gino e un mio collezionista di Brescia. Gino, come al solito, attirava l’attenzione di tutti con il suo fare simpatico e stravagante. Dopo cena il collezionista e sua moglie, felici per la serata trascorsa, ci invitarono a Milano per farci conoscere alcuni dei loro amici industriali appassionati d’arte. la settimana successiva partimmo da Roma a bordo della Jaguar di Gino “E Type”

WWW.GINODEDOMINICIS.COM , sito/opera ideato e costruito da Miltos Manetas, artista di geniale concettualità greca, fondatore tra le altre cose della Neen Art, tra i suoi link: WWW.MANINTHEDARK.ORG

WP_20140106_033verde inglese che io guidavo, velocità massima 240km/h. Fui molto sorpreso nel viaggio poiché, nonostante la sicurezza che dimostrava sempre, Gino aveva una grande paura della velocità. Infatti, quando superavo i 120kmh, lui minacciava di tirare il freno a mano provocando un probabile incidente. Arrivammo verso le 21, dopo un viaggio estenuante, all’appuntamento in Piazza Duomo al Ristorante Biffi. Dopo i consueti convenevoli di presentazione ci sedemmo in una sala appositamente riservata per noi. eravamo circa una decina di coppie dall’aspetto molto danaroso e borghese. Iniziò una conversazione sull’arte con tante domande e inquietudini  rivolte al “Maestro” mentre io facevo da tramite fra Gino e gli interlocutori per rendere il discorso più comprensibile. Gino, grande istrione, si comportava da attore con quei capelli lunghissimi e con il suo sguardo intenso che contemplava egli stesso in uno specchietto che estraeva spesso dalla tasca creando anche negli altri un grande ricatto visivo. Mentre salivano gli umori fra di noi, grazie anche ai meravigliosi vini, Gino che si trovava alla mia destra, mi fece capire che dovevo comunicargli, senza farmi scoprire, il numero esatto delle bottiglie che erano nello scaffale della stanza. Io, dopo vari conteggi svagati, ho appurato che le bottiglie erano 76 e l’ho comunicato a Gino incidendo il numero sulla tovaglia con la forchetta senza farmi notare dagli altri. Dopo alcuni minuti Gino, col suo fare teatrale, domandò a una delle signore presenti: “Signora Giulia, secondo lei quante bottiglie di vino ci sono in questa stanza? Secondo me sono… 76”. la signora tipicamente sessantottina nel vestiario e nel comportamento, investita di questa autorità, si alzò dal tavolo scalza e con il suo dito indice artritico si mise a contare le bottiglie, mentre noi tutti continuavamo la nostra cena. La signora Giulia continuava il suo conteggio anche nel senso inverso, creando una simpatica teatralità. A un certo punto esclamò a gran voce: “Settantasei!” e, fra il grande stupore generale rivolgendosi a suo marito: “Alfredo, le bottiglie sono 76, il Maestro è un veggente, un mago, compriamo subito le sue opere!”. Dopo cena, infatti, vendetti alla coppia le due opere che avevo messo nel portabagagli della Jaguar.

Mostra identica

A ribadire l’intenzione di Gino di forzare/avvolgere e violare il tempo, la mostra -una pietra enorme, un’asta in bilico, due vasetti che rappresentano l’ubiquità, una palla, un quadrato delineato per terra raffigurante la base della piramide invisibile- fu ripetuta nello stesso spazio a distanza di un anno: 14 gennaio 1977 e 14 gennaio 1978.

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