Poco mossi gli altri mari

Intervista agli Altre di B

di Fabiano Farina
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Musica
N.5 del 20.11.2013
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In questi giorni ho avuto il piacere di ascoltare una band davvero interessante. Sono un quintetto di Bologna, si chiamano Altre di B e ho deciso di intervistarli.

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Prima di iniziare l’intervista, ho chiarito con loro che non avremo affrontato nessun tema che si possa iscrivere nell’alveo del gossip o quant’altro. Ce ne sono troppe (e futili) in giro.

Innanzitutto, leggendo la vostra bio dalle informazioni della vostra pagina Facebook, ho letto che non ritenete importante né il motivo che vi ha spinto a suonare insieme dal 2006 (eravate compagni di classe) né la scelta del nome, Altre di B. Una domandina però a tal proposito ce l’avrei, ma sempre di carattere esistenziale. Ho scritto una recensione su i Brothers in Law: gruppo italiano che suona un genere d’oltremanica degli anni ’80. Voi siete tutti e cinque italiani, avete scelto un nome tipicamente italo-calcistico, ma cantate in inglese e suonate inglese. Perché? Le radici sono forti ma la musica anglo-indie che vi proponete di scalfire con un vostro segno è molto più interessante?

Non preoccuparti, possiamo parlare di tutto senza problemi – anche se sul gossip non siamo molto ferrati.

Innanzitutto ci siamo conosciuti per caso perché eravamo in classe insieme, ma non abbiamo iniziato a suonare per caso. Abbiamo sempre avuto un approccio molto ludico alla musica, nel senso che fare quello che facevamo, comunque questo venisse chiamato, ci faceva stare bene e ci divertiva moltissimo.

Il nome è il nostro marchio di fabbrica più vecchio: l’abbiamo scelto perché, come le altre partite di serie B sulla schedina, non abbiamo la pretesa di giocare ai massimi livelli, ma ci piace farlo qualsiasi sia la direzione verso cui questo ci porti e ovunque sia il punto di arrivo.

Per quanto riguarda la scelta dell’inglese, è semplicemente capitato così. Non sai in quanti ci hanno consigliato di cantare in italiano, e da molto tempo pensiamo che ci piacerebbe almeno provarci per vedere cosa ne viene fuori. Ma per adesso la scrittura dei testi è sempre scorsa fluidamente in inglese, da sola, e va bene così.

Le nostre contraddizioni sono semplicemente il frutto della nostra storia che, andando avanti da sette anni ormai, ha visto una serie di cambiamenti e di approssimazioni successive e che ci ha portato fino a qui.

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Non ho potuto fare a meno di notare la frase finale del video di “Sherpa”, una citazione del famoso esploratore Edmund Hillary, che proprio con il supporto di uno sherpa nel ’53 scalò l’Everest. La frase dice: “Non è la montagna che abbiamo conquistato, ma noi stessi”. E’ una condizione che vi sta appartenendo in questo periodo di tour in giro per l’Italia? O vi piaceva soltanto? Tra l’altro nel video il vostro cantante prega davanti a un santino proprio di Hillary. E’ un altro vostro idolo, oltre Haruki Murakami?

 

Sì, in realtà non è una citazione che ci appartiene in maniera particolare. Semplicemente ci sembrava stesse bene con il video e il suo significato, senza pretese filosofiche. Volevamo semplicemente sottolineare come il testo della canzone parli di quelle situazioni in cui ci si sente sminuiti, ignorati, nelle quali i nostri meriti vengono presi da altri. In situazioni di questo tipo l’unico atteggiamento dignitoso è rendersi conto di quale sia il proprio valore, indipendentemente dal fatto che questo sia riconosciuto dall’esterno o meno – un focus sull’individuo.

Lo stesso vale per Mr. Hillary e per Murakami: sono persone che in qualche modo stimiamo o ammiriamo, ma che nel caso specifico delle nostre canzoni servono come pretesto per raccontare una storia, una parabola, un momento che abbiamo vissuto in prima persona.

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A Murakami avete dedicato addirittura una vostra canzone. Uno di voi, nel video di “Sherpa”, viene ripreso mentre in un bar sta leggendo 1Q84. Mi è sfuggito qualche altro riferimento letterario? E’ così importante la letteratura per voi? Quale altro autore vi sentite di consigliare? O è solo la moda di Murakami…

 

No, le citazioni nei video sono finite! E sono anche abbastanza…sì, a tutti noi piace leggere, in modi e in tempi diversi, e come per la musica che ascoltiamo sono cose che non possono non influenzare la scrittura dei nostri pezzi. Ma anche qui, come ho detto prima, Giacomo (il cantante) ha intitolato la canzone “Haruki Murakami” perché i suoi romanzi gli facevano venire in mente uno stato d’animo ben preciso, pigro e svogliato, di quelli che ti fanno venire voglia di restare in casa in felpa e calzini a leggere un bel libro. Non c’è un legame preciso nel testo con lo scrittore giapponese.

Per quel che mi riguarda, uno dei miei autori preferiti di sempre è Jonathan Coe, soprattutto “La casa del sonno”. A livello cittadino, invece, mi piace lo scrittore bolognese Gianluca Morozzi, mi identifico molto in quello che scrive.

 

Completiamo l’intervista passando alla musica vera e propria. Ascoltando alcuni fra i vostri pezzi, come i già citati “Sherpa” e “Haruki Murakami”, o come “Milky Moustache” e “Pillow Fight”, si sentono alcune influenze precise. Ad esempio di Arctic Monkeys e Kaiser Chief. E’ così o sono io ad essere limitato musicalmente?

 

No no, ci hai preso in pieno! Siamo cresciuti musicalmente con il punk-rock adolescenziale, e infatti ci consideriamo ancora un gruppo essenzialmente punk, se non altro nello spirito. Poi abbiamo cominciato a suonare insieme quando sono esplosi gli Arctic Monkeys, e questo ci ha segnato indelebilmente: per un po’ ci siamo portati dietro la nomea di “Arctic Monkeys bolognesi”, che al di là dell’indubbio piacere che ci fa essere associati a un gruppo del genere alla lunga è risultata un po’ pesante. I nostri riferimenti di partenza sono quelli, anche i Kaiser Chiefs, come hai detto tu. Adesso però ci stiamo ampliando e stiamo cercando di trovare un nostro suono, come penso che il nuovo disco (di cui “Sherpa” è una buona anticipazione) dimostrerà tra qualche mese.

Tra l’altro stiamo ascoltando in questi giorni AM degli Arctic Monkeys, e a malincuore dobbiamo ammettere che quei quattro bastardi hanno tirato fuori un’altra bomba di disco!

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Insomma, avete pubblicato un album di dieci pezzi dal titolo “There’s a million better bands”, siete in procinto di far uscire un album, state facendo un tour in giro per l’Italia (ho letto che andrete anche negli States) e avete suonato ai prestigiosi Ypsigrock e Sziget festival. Complimentandovi con voi, vi chiedo: quali sono i prossimi obiettivi?

 

Ti ringraziamo per i complimenti! Sì, in effetti in quest’ultimo paio di anni le cose stanno andando pian piano sempre meglio. Adesso in realtà aspettiamo di vedere cosa succederà una volta uscito il secondo disco, non abbiamo progetti particolari se non continuare a suonare finché i locali continuano a chiamarci!

Se “Sport” (titolo del nuovo disco, ndr) dovesse andare bene, come speriamo, si potrebbero aprire possibilità interessanti. Se così non fosse continueremo a fare come abbiamo sempre fatto, sperando nel disco successivo…

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