Qualcosa, in fondo, ci piace

La pittura che vale a Palermo

di Alessio Mirante
Commenti
Arte
N.22 del 19.3.2014
Share to Facebook Share to Twitter More...

Prima che il direttore Sajeva, quel tizzone d’Inferno che mi ha strappato giù dalla mia tour d’ivoire, mi coinvolgesse in questa rivista, non conoscevo il mondo degli artisti palermitani.
Si tratta di una nicchia molto autoreferenziale, che mal sopportano l’immischiarsi di esterni alla loro ridicola comfort zone. Vi sono presenti alcune personalità rilevanti, di cui parleremo più avanti, ma è soprattutto un lebbrosario di ragazzi invecchiati, abbastanza ignoranti per quanto passino molto tempo a trascrivere passi di Baudrillard, Bataille, Lacan, eccetera su facebook. Senz’arte né parte, o peggio sprecatori di talento.

Sale sulle macerie

Nei suoi palazzi saliranno le spine,
ortiche e cardi sulle sue fortezze;
diventerà una tana di sciacalli,
un recinto per gli struzzi.
Isaia 34, 13

A Natale scorso, Sajeva mi mandò a vedere la nuova edizione di “Macerie”: una mostra collettiva allestita dentro uno dei tanti palazzi nobiliari diroccati del centro storico palermitano, con lo scopo di promuovere e vendere le opere degli artisti, dentro la solita cornice del rivalutare, riscoprire, rielaborare eccetera eccetera eccetera.

Silvia Di Blasi aveva già trattato per noi della precedente, dando un giudizio positivo e molto spazio agli sproloqui dell’organizzatore, un tipo che mi ha assai intenerito per il rozzo linguaggio formulare con cui prova ad esprimersi. Un campionario esemplare della bassa retorica artistoide, pieno di termini inflazionati ed equivocati per poetici come inconscio, onirico ed energia, roba da sottocultura New Age, accompagnate da formulazioni democristiane come soluzione partecipata o esercizio di evoluzione, per non parlar poi di atroci ossimori anemici come immagine sonora.DSC_0045

Appena entrato venni accolto da una ragazza, che poi scoprii essere una degli artisti, con in mano una scatola di scarpe ed un sorriso che diceva “fermo lì! Ti ho preso!”. Temevo fosse una raccolta fondi, ma era molto peggio. Voleva impaccarmi dei portamonete da lei fatti con stoffaccia e zip scadenti. Scadenti portamonete in stoffaccia ma d’autore. Peccato perché, scoprii dopo, come pittrice non sarebbe male.

Tutta la retorica teoretica di “Macerie” era copertura per un mercatino natalizio. Per il peggior mercatino natalizio di Palermo. L’ennesimo esempio del bovarysmo che usa l’arte per nobilitare lo status sociale di persone che si crogiolano fra l’inutile, il velleitario e l’inoccupazione.

È mai possibile che a Palermo se sei studente di antropologia devi essere anche documentarista, se sei un tecnico del suono devi essere anche un produttore discografico, se hai un hobby creativo devi parlarne come se in esso si fosse incarnato lo Spirito del Tempo, se sei ciabattino non puoi essere umilmente ciabattino ma shoes designer e così via? Da cosa viene tutto questo angosciato senso di inadeguatezza? Quale accidiosa, impotente arroganza può creare tanta miseria?
Il dramma poi è che spesso questa gente riesce a coinvolgere anche buon materiale, e qui oltre al loro spreco di tempo, che alla fine son fatti loro, si aggiunge anche lo spreco del lavoro e del bello, un danno al panorama culturale.

Scudi umani

Deh, per tua vita
ama sempre un amico di te degno.
Sì ti farai nella città buon nome.

Teocrito, Idillio XXIX

In guerra, fra le macerie, si trovano spesso anche degli scudi umani…
Capisco che persone come De Grandi, altri guru, o magari insegnanti dell’Accademia, sentendosi in qualche modo responsabili per quella covata di disorientati, provino a dare autorevolezza ai loro progetti portando loro il proprio nome, che ha invece un significato.

Ho visto anche prodotti interessanti firmati Randazzo, Balsamo, Burgio, Palazzo…solo che tutto quel materiale perdeva valore nel contesto.

Bisogna fare attenzione a con che cosa ci si mischia e non è mai molto intelligente fare una collettiva di fotografie, pitture, sculture, arredi e…portamonete.

Basta, non voglio fare un intero articolo acido su Macerie, agli altri disfattisti come me basti lo sdegno di questi due paragrafi, solo introduttivi. Ora vorrei parlare invece di quello che mi piace. Parlare di ciò che mi piace è un consiglio sano che mi ha dato Nike Pirrone, altra valida personalità incanalata in qualche modo in Macerie.

Qui mi limiterò a parlare dei pittori, prossimamente vedrò di produrre qualcosa su fotografi, designer e magari performer. Categorie molto più delicate.
Voglio parlare dei due artisti palermitani più importanti, sulla scena nazionale e internazionale: Bazan e Beninati. Visto che non ci sono solo i titani voglio anche presentarvi il Laboratorio Saccardi, già consacrati e consumati talentuosi e di successo, che sono fondamentali nell’identità di questa rivista stessa. Quindi Linda Randazzo, una emersa promessa locale, ultima staffetta della scuola siciliana. Infine, dulcis in fundo, Vito Stassi, personalità solidissima e di gusto continentale.

Alessandro Bazan

Il Jazz non è “forma”
ma etichette e trucchi.
Ernest Newman

La cifra di Alessandro Bazan è l’onestà. Innanzitutto l’onestà verso sé stesso, figlia di un personale senso dell’ordine dovuto alla sua estrazione disdicevolmente normale e non traumatica. L’idea che tutto abbia un suo posto lo porta ad affrontare questioni apparentemente ovvie, come il fatto che la contemporaneità non definisca un’identità. C’è poi la questione dell’onestà verso gli altri, che muove i suoi passi proprio dall’esigenza di strappar via ogni equivoco sul proprio lavoro.

Elemento carismatico di quel gruppo di amici che viene chiamato Scuola di Palermo.

La pittura di Bazan è jazz, nel senso proprio di spirito e di musica. Come nel jazz il suo lavoro si basa su di un repertorio classico e moderno, degli standard che usa poi per giochi di progressioni armoniche, soprattutto tonali e questo lo si nota in alcuni suoi rari esperimenti di quadri monocromatici. Generalmente gioca sui colori accesi e luminosi, la sua indagine va però sempre più in una direzione, forse, reazionaria, ostile all’egemonia contemporanea dei colori puri e dei contrasti. In questo ha sicuramente fatto scuola, applicando alla modernità siciliana lo studio del Settecento veneziano.03lorecchio

Pittura jazz anche in tutte le suggestioni sensuali con cui questa musica si impone. Al di là del precedentemente detto, che indicava una sua vocazione e direzione più che il suo risultato, la pittura di Bazan resta comunque molto onesta e materica, quindi sensuale. Forme elastiche come i ritmi del jazz, ma soprattutto la visuale che è quella dell’ottica umana. Non c’è illusione fotografica, non c’è taglio né inquadratura. Quel che è escluso è escluso per limiti fisiologici più che per scelta. Questo non c’entra ovviamente con realismi pedanti a lui estranei, è proprio questione di occhio interiore sulla scena designata. Questo senso del limite umano, che non è il limite arrogante di una regia, fa della sua pittura arte della coda dell’occhio. Occhio che diventa canale per la sbornia e quindi paesaggi sempre vertiginosi, disorientanti, senza la serenità di uno scatto fatto da un aereo, senza la violenza del suolo che corre incontro ad un paracadutista, ma come l’ebbrezza di chi si sporge da un sicuro cornicione.

La sensualità è viva nell’eccitazione cromatica della maggior parte delle sue opere, soprattutto per un colore che sorprende nel lavoro di un pittore siciliano: il verde.
I paesaggi di Bazan hanno qualcosa di celtico, è una natura lussureggiante e familiare, poche esotiche quanto banali palme e pale di ficodindia. Querceti (?) e 77665persino sottobosco, ambienti buoni per Oberon e per le sue corti fatate. Tutto questo rivela un ottimismo ristoratore, evidente a maggior ragione nei suoi paesaggi urbani dove raramente è assente l’elemento vegetale.

La sua identità è forte ma non provinciale, vede anche in Palermo i germogli di una foresta incantata, senza traviarne comunque il contesto reale. E allora guardando i lavori di Bazan ci si accorge che la città ha, effettivamente, più verde di quanto il narcisismo disfattista dei suoi abitanti non lasci loro vedere.

È questo ottimismo visionario segno più di un leader che di un maestro, per questo è diventato, non senza alcune colpe difficili da perdonare, il concertatore della scena artistica palermitana, per questo il suo lavoro di formatore tende più a educare (cavar fuori le vere identità) che a insegnare (segnare dentro).

 

Laboratorio Saccardi

Tutto ciò che viene fischiato
non è necessariamente bello o buono.
F. T. Marinetti, Guerra sola igiene del mondo

L’avanguardia colta degli artisti visivi siciliani è tutta in questo collettivo, soprattutto pittorico, che definisce il proprio ambito di lavoro nell’arte sacra. Aspettatevi pure pale d’altare e icone ma dimenticatevi ogni tono solenne, ogni zelo evangelizzatore.

vPur riconoscendo valore e nobiltà al culto, perno del sacro, il Laboratorio Saccardi nella battaglia tra cultura e culturale non sceglie di appoggiare la prima…ma di osteggiare la seconda.
Il culturale era un sostantivo che si è annacquato in aggettivo, quindi è perdita delle formo autonome nel conformismo, la dissipazione del patrimonio, la perdita del valore.

Vengono definiti (e a volte si definiscono loro stessi) dissacranti. Sono sicuramente molto ironici e sarcastici (ed effettivamente dietro queste due tendenze si nasconde sempre un po’ di nichilismo) ma, come detto all’inizio, fanno arte sacra e la loro opera iconoclastica è rivolta alla demolizione, con vis futurista, di tutti i fenomeni culturali della contemporaneità: il jet set artistico, il provinciale show buisness italiano, gli indignados della politica, gli idoli di carta pesta e pop (Madre Teresa, Picasso, assassinati vari, eccetera).

A questo s’affianca poi un impegno più sinceramente civile, sebbene mai pedante, come la loro controversa antimafia che li ha visti protagonisti di una collettiva a Cinisi nella casa del Boss Badalamenti prima e, poi, di una collaborazione con il killer pittore Gaspare Mutolo. Antimafia rappresentata al suo meglio nell’intelligente carretto siciliano in bianco e nero dove, al posto dei cicli epici dei Paladini di Francia, sono raffigurate le stragi di mafia da Portella della Ginestra a Via D’Amelio.
Ha fatto epoca la loro mostra Compro Oro, riflessione sul valore del denaro, sulla Crisi scoppiata nel 2008 con tutte le ipocrisie della finanza sulla produzione, del 1233317386.60-1161nominale sul reale.

Il loro linguaggio è fisiologicamente quello dell’art brut, del naif, ovvero raffigurazioni spontanee e non studiate, in contrasto con tutto il mondo dell’arte contemporanea generalmente tanto lezioso e sofisticato quanto incolto e goffo.
Non sono infatti amatissimi da molti loro colleghi: raccolgono, oltre alle invidie da parte degli arrancanti con scarso talento e scarsa cultura, anche una forte idiosincrasia per il loro carattere guascone e irrisorio. I più ideologizzati e zelanti (e quindi i più scarsi) si azzardano a chiamarli qualunquisti per il loro blando nichilismo, fascisti per il disprezzo che non nascondono mai verso i santini delle sinistre, nonché per il grande riconoscimento verso il made in Italy non solo artistico ma anche industriale.

Sono riusciti a scandalizzare persino le coorti sataniste, con una mostra all’Abbazia di Thelema, diroccato tempio magico di Crowley a Cefalù in confezione villetta vacanze, dividendo gli adoratori tra entusiasti per l’omaggio artistico al loro maestro e disgustati per la profanazione.
Qui poterono sfogare anche il loro interesse, estetico etico ed estatico(?), verso il pensiero analogico dell’occultismo e dell’esoterismo di mano sinistra. Un po’ ovunque troverete nella loro opera riccioluti simboli alchemici, riferimenti (spesso inopportuni) alla massoneria e compagnia cantante.

Linda Randazzo

Ho seguito malgrado me queste lugubri grida,
non so quali rimorsi agitavano i miei spiriti
P.J. De Crebillon, Electre

La personalità di quest’artista trentenne ci costringe, volentieri, a parlare di lei attraverso le critiche che le vengono mosse.

Linda Randazzo, ritratto della scrittrice Vittoria Alliata Di Villafranca, olio su telaSono due i principali rimproveri. Innanzitutto l’evidenza dei suoi debiti verso la Scuola di Palermo. Secondariamente il suo concentrarsi sulla ritrattistica, genere considerato anacronistico.

La prima è ridicola, ma figlia di questi tempi in cui per essere originali, qualsiasi cosa ciò voglia dire, bisognerebbe non avere padri. Come un’ape che vola nervosa da un fiore all’altro, la Randazzo coglie gli utili pollini di chi riconosce come maestro e sintetizza poi il suo miele.

Ha adottato la pennellata sfrangiata ed il realismo espressionista che da Guttuso in poi sono stati egemoni in Sicilia. La sua costante è infatti il rifiuto di ogni nettezza. La differenza coi suoi maestri sta soprattutto nell’approccio al ruolo dell’artista.
La Randazzo, ancora in crisalide, pretenderebbe già (questa altra critica sovente sollevata) la storicizzazione del suo ruolo nel suo contesto. Non è questione di arroganza quanto di disagio e di fame di senso. Vuol sapere se la sua vocazione deve avere un posto riconosciuto nel mondo.
Vive una generazione formatasi nella palude di un mondo fermo che cerca di bastarsi da solo, nel quale si assiste al fenomeno dell’adolescenza lunga, orrore che tende le sue dita fino ai quarant’anni. Da qui la sua devozione alla contro-culutra deleuziana, tutta la logica della sensazione in Bacon.

Da qui anche l’ancorarsi ad una Tradizione, il cercarsi dei cardini. Da qui lo studio di come gli altri operino, ma soprattutto da qui lo studio degli altri in quanto tali e quindi la ritrattistica. Il suo studio è invaso da facce, soprattutto di persone vicine a lei. Sfida reazionaria.

In un suo recente autoritratto si raffigura in luce ma assediata dall’Erebo, da un buio sostanziato, tenebre bituminose. La luce ambientale e le geometrie sono Linda Randazzo, self-portrait as the sound of the sea, olio su telaantieuclidee, come nei racconti di Lovecraft.
Con una conchiglia portata all’orecchio ascolta gli abissi marini ma anche lei è ascoltata da quel grembo maestoso e insondabile.
Davanti ai quadri di De Chirico i surrealisti si interrogavano su dove fosse il mare. Eluard rispondeva nelle arcate, Breton dietro le statue. Qui assolutamente marine sono le tenebre, lei si trova nel fondale fondoanima in cui il buio la cova come uovo cosmico.

Pittrice è l’identità che stringe a sé con vigore, con tutto il carico filosofico e sociale che possiamo immaginare, ma decine di foglietti con schizzi contornano spesso la presentazione dei suoi lavori, soprattutto ritratti ma anche animali. Di recente ha applicato le sue intelligenti intuizioni grafiche alla decorazione, portando avanti uno studio su alcune icone come Franca Florio o la dame aux camélias. Delle sue recenti sperimentazioni vanno ricordate alcune tendenze ben incardinate nel presente come la tecnica del riuso (rischiosa perché più ideologica che pratica) o altre trovate reazionarie come la decorazione di ventagli.

 

 

Vito Stassi

Ma per colui che è scientifico
non v’è nulla che sia terrifico.
Gilbert, The Mikado

tumblr_m8n0zrGaPN1rdblqto1_r2_1280Stassi meriterebbe un passaporto Nansen, uno di quei documenti che venivano rilasciati a rifugiati politici o apolidi per permettere loro di spostarsi. Stilisticamente parlando si è estraniato dal contesto isolano, ha imparato un linguaggio internazionale, fuggito le scuole locali e studiato le tendenze continentali.

Sebbene possa essere incasellato nel filone che parte da Morandi (troviamo in comune un cuore preminimalista, in cui alberga ancora un’anima per quanto discreta), Stassi viene spesso liquidato come emulo di Tuysmans, uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni. Il rapporto con il disegno e soprattutto la fotografia, la scelta della monocromaticità ed il tratto lieve del pennello sono stigmi dell’artista belga che Stassi ha integrato. Appunto: integrato, non adottato acriticamente.

Sebbene sia evidente e dichiarata e sposata la tendenza riduttiva della realtà, non me la sento di chiamare Stassi minimalista, né di vederlo così distante dalle tumblr_mm6ag6sbAU1rdblqto1_r7_1280proprie radici, come se fosse uno di quegli emigrati che si cambiano il nome da Agatino a Marco per non essere presi in giro.

Intanto, a differenza di Morandi, non sceglie necessariamente soggetti dalle forme pure. Sceglie anche spoglie archeologiche, come capitelli corinzi o bassorilievi dorici o teste decollate di statue classiche. Inoltre il fronte “riduzionista” della sua azione pittorica, per quanto scientifica (entomologica secondo alcuni) non è tanto astrattista quanto atmosferico.
Una bruma nordica avvolge i soggetti, come una miopia, e la semplificazione ne sorge come maestoso riserbo, con tutta la possanza di un siciliano e la dignità altera di un luterano. Anche le nuvole che dipinge, esercizi di pennellata morandiana fuori da ogni purezza di forma, hanno un’intima suggestione barocca, il sottofondo di un carisma bizantino.
A volte manca l’atmosfera, ma ne restano i segni perché i ritratti appaiono erosi, butterati dai vaioli del tempo. Tranne certi disegni in cui dimostra semplicemente la sua maestria, concentrandosi invece sulla nettezza.

Il linguaggio internazionalista, la delicatezza del tratto, come l’invisibile opera del vento, scarnificano tutte le sedimentazioni culturali e antropologiche comuni ai pittori siciliani. Così viene visto alieno dai suoi conterranei, votato ad un modo di dipingere da egemonia culturale straniera, ma non c’è ascarismo in Stassi. Al di là di ogni gattopardesco narcisismo antropologico, egli è un uomo, e non reputa alieno nulla di umano.

Manfredi Beninati

Siam fatti della stessa sostanza
di cui son fatti i sogni
Shakespeare, La Tempesta

È molto difficile parlarne. I suoi lavori sono innanzitutto di qualità altissima, è un virtuoso del pennello e della matita, degnissimo di far parte della tradizione italiana e già qui si rischia di sbracare.

Per quanto figurativista, non è mimetico. La realtà è sempre filtrata da lenti o riflessa da specchi, oppure ci vengono presentati i soggetti dietro coltri marmorizzate, tendaggi di colore che ricordano un po’ la tradizione turca dell’ebru, la pittura su acqua. Ogni tanto invece sono i soggetti stessi che si sciolgono in quelle stringhe e colate e chiazze, a sottolineare l’inganno tanto della composizione pittorica quanto della realtà stessa. L’occhio pittorico di Beninati ci regala un ManfrediBeninatipaintings_2006_dmondo che a volte parrebbe percepito da qualche organo di senso alieno, come gli occhi di un insetto che riesce a percepire frequenze e quindi colori estranei ai sensi umani, altre volte invece empatizzato da un proverbiale sesto senso pineale. Tutto questo ovviamente al netto di ogni equivoco esoterico, semplice rappresentazione di come l’artista vuole vedere il mondo.

Quindi soffitti che rivelano una natura hertziana, terreni che diventano aurore boreali, salotti che ci appaiono baconianamente annaffiati di colori, idilli naturalistici impudicamente denudati in un kitsch new age. Eppure dietro queste stratificazioni e decomposizioni c’è la sobrietà di una natura tarkovskiana, dimensioni domestiche che vorrei definire oniriche ma poi sembrerei incoerente rispetto alle critiche fatte all’inizio dell’articolo.

La sua attenzione per i particolari è manierista, quindi non c’è maniacalità ma capriccio d’orpello. Come certi nocciuoli di ciliegia minutamente scolpiti, o come certi micromosaici che piacevano tanto a Mario Praz, ogni quadro di Beninati tradisce questo suo spirito tanto ludico quanto ordinato. Il gioco per lui è la realtà, la sua teoretica pittorica è quantistica, la sua funzione pranoterapeutica. Aspetto visibilissimo soprattutto nelle sue istallazioni, vere e proprie scenografie di un personale manifesto fengshui.

Gusto manierista quindi, con forte formazione barocca e dunque gioco di bizzarria spaziale e volumetrica. In certi suoi disegni, grandi disegni su superfici sesquipedali e oltre, gioca ancora di più con i dettagli finissimi che diventano le cerniere che tengono unite le cose, impedendo loro di liquefarsi. Dietro ogni dettaglio c’è il diavolo, come forza magnetica, e la vanità fragile delle convinzioni umane.

Manfredi-Beninati-1

 

Copertina di Martoz

comments powered by Disqus