Riverberi del 2013

Dream pop, acid folk e altri nomi accattivanti

di Claudio Cataldi
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Musica
N.7 del 4.12.2013
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C’era una volta La Scena Che Celebra Se Stessa, poco lusinghiera etichetta derivata dall’attitudine di un insieme di band a formare una sorta di cerchia chiusa in cui il pubblico del gruppo x è composto sostanzialmente dai membri degli altri gruppi y, w e z. Echi e riverberi – nel vero senso della parola – di quella fortunata esperienza attraversano i primi anni Novanta e giungono fino ad oggi. Non che quella scena sia nata dal nulla, ma questa è una storia che magari vi racconterò un’altra volta, o che potete comodamente cercare su Wikipedia.

MBVAndando al sodo, gli ultimi anni sono stati generosi con gli appassionati di dream pop, shoegaze e in generale per gli amanti delle sonorità ad alto tasso onirico: non solo nuove band che si rifanno alle sonorità dei primi anni ’90 ma anche ritorni discografici di alto lignaggio. My Bloody Valentine in primis, che quest’anno ci hanno consegnato, dopo ben 23 anni, il successore di “Loveless”: in “MBV”, titolo da codice fiscale che tradisce una non eccessiva voglia di spremersi le meningi e piuttosto una volontà di riaffermarsi – ammesso che ce ne fosse bisogno – Kevin Shields e soci riprendono le fila del loro capolavoro, anno domini 1990. “Loveless”, uno dei dischi più influenti dei ’90, le cui sedute di registrazione sono assimilabili alla Tela di Penelope, mandò in quasi bancarotta la Creation (per il padre padrone Alan McGee tutto è bene quel che finisce bene: qualche anno dopo scoprì due litigiosi fratellini di Manchester che gli faranno fatturare un bel mucchio di sterline per tutto il resto degli anni ’90). I Nostri si superano nei tempi biblici, non purtroppo nella qualità: riproporre quello che sanno fare meglio non è esattamente quanto ci si aspetterebbe dai My Bloody Valentine (o forse sì?); il disco ha classe, alcuni ottimi brani ed è una spanna sopra tutti gli epigoni affollatisi in questo ventennio in cui Shields si era ritirato dietro le quinte, ma nulla ci dice più di quello che già  sapevamo.

Mazzy StarCambiando un attimo genere e continente, un discorso simile si può fare per un altro ritorno, per me il più atteso dell’anno (da svariati anni in realtà): “Seasons Of Your Day” dei Mazzy Star, che appena infilato nel lettore ha riportato immediatamente i calendari di casa al 1996. Anche il gruppo capitanato da Hope Sandoval e David Roback non punta di certo sulla carta novità. Siamo dalle parti di “Among My Swan”, con toni più cupi(!). Ma, del resto, di cosa lamentarsi? Certo, la vetta è lontana (“So Tonight That I Might See”, tanto il miglior disco della band quanto, per chi scrive, uno dei più formidabili ed irripetibili traguardi mai raggiunti negli anni ‘90) ma ci troviamo comunque davanti ad una raccolta di canzoni dalle atmosfere rarefatte e suadenti, che riesce ad essere insieme evocativo di una certa epoca e fuori dal tempo, acid folk romantico ed inquieto, tanto nella title track quanto nell’opener “In the Kingdom” per giungere a “Lay Myself Down” e “Common Burn”, già uscite lo scorso anno su un pregevole 7”.

A proposito di ritorni, pare che finalmente Neil Halstead si stia decidendo a rispolverare la gloriosa sigla Slowdive. La band era stata scaricata dalla Creation (sempre loro) dopo aver licenziato il terzo disco, “Pygmalion” (1995), il cui ascolto consiglio caldamente a chiunque pensi che i Sigur Ròs siano un gruppo geniale. Scioltisi e riformatisi come Mojave 3, Neil e soci passarono alla 4AD e proseguirono la carriera con un alternative folk di grande spessore che, soprattutto nel primo disco “Ask Me Tomorrow” (1995), porta ancora echi della vecchia scuola nonché di band d’oltreoceano quali Cowboy Junkies e Mazzy Star (ancora loro). Di recente pare che Halstead si sia esibito a Londra portando in dote i brani del vecchio repertorio. Vedremo.

Sul versante “nuove leve”, le sonorità dream pop e shoegaze conoscono una rinnovata attenzione. I prodromi, in realtà, ci sono da un po’. In mezzo al revival post-punk della scorsa decade spiccano lavori devoti alle atmosfere sognanti come quelli dei Radio Dept., Beach House (su etichetta Bella Union, fondata, per chi non lo sapesse, dagli ex-Cocteau Twins   Simon Raymonde  e Robin Guthrie), Deerhunter (su 4AD) e gli ottimi e compianti The Autumns (sempre su Bella Union, scioltisi nel 2008). Di revival shoegaze (detto anche, discutibilmente, nu gaze), in particolare, si parla circa dal 2007 (si veda quest’articolo apparso sul Guardian:  http://www.theguardian.com/music/2007/jul/27/popandrock).

A dicembre torneranno i Toy, band londinese che ha pubblicato l’anno scorso il ragguardevole, omonimo album di debutto, accompagnato dalle solite reazioni entusiastiche della stampa d’Albione (ho scoperto i Toy nel più classico dei modi: in sottofondo in un negozio di dischi inglese). Il loro debutto è un concentrato di tutto quello che ha fatto centro in UK negli ultimi 30 anni, dalla wave chitarristica degli Echo & The Bunnymen (“Dead and Gone”) al dream pop (“Lose My Way”), passando per gli omaggi ai My Bloody Valentine (“Strange”). Dopo un esordio così incisivo, li attendiamo dunque al varco della seconda prova (mai e poi mai utilizzerò il termine sophomore, sappiatelo) che si intitolerà “Join The Dots”.

Da segnalare gli ancora poco conosciuti Beliefs, provenienti da quell’autentica fucina di band che è la Toronto dei giorni nostri e forti dell’endorsment dei conterranei Metz. L’eterea “Carousel” è l’ottimo biglietto da visita che accompagna il loro debutto omonimo, uscito il 5 marzo e, almeno fino a poco tempo fa, disponibile anche in una curiosa versione in cassetta personalizzata. A settembre si sono imbarcati per il loro primo tour europeo, trovando anche il tempo di partecipare ad un tributo ad “In Utero” dei Nirvana realizzato dalle band dell’area di Toronto. Il loro pregevole contributo è una versione da sogno – presto tramutatosi in incubo – di “Heart-Shaped Box”. Ne sentiremo sicuramente riparlare: da tenere d’occhio.

WhirrUna bella sorpresa sono i Whirr, band della San Francisco Bay Area, i più classicamente shoegaze del lotto. Il debutto discografico risale all’anno scorso: “Pipe Dreams”, per la Tee Pee, preceduto da varie demo autoprodotte, una miriade di piccole release sparpagliate qui e là, nonché un primo album, “Distressor”, pubblicato come Whirl, nome poi cambiato per ragioni legali (credo). La lezione dei My Bloody Valentine e degli Slowdive è qui evidente sin da “Reverse” e “Junebouvier”, formidabile uno-due con cui si apre il disco. “Flashback” è una delle gemme del disco, e anche una dichiarazione d’intenti. Da ascoltare, senza scuse.

WidowspeakIl 2013 segna anche il ritorno dei Widowspeak, band di Brooklyn alla seconda prova discografica con  “Almanac”, che segue il debutto omonimo del 2011. Entrambi gli album sono stati pubblicati dalla Captured Tracks, etichetta newyorkese che vanta un invidiabile roster di band devote al recupero delle sonorità new wave e dream pop (in catalogo: Beach Fossils, DIIV, Soft Moon, oltre che reissues di band seminali quali Monochrome Set e The Wake). I Widowspeak sono di fatto un duo (Molly Hamilton e Robert Earl Thomas) che propone atmosfere di matrice paisley underground “sporcate” da richiami al post-punk più classico. Inequivocabile l’influenza dei Mazzy Star, esplicitamente richiamati dallo stile vocale della Hamilton; il combo omaggia le proprie radici senza sconfinare nel plagio e ha messo a segno due dischi di livello in tre anni.

Insomma, un bel po’ di consigli per gli acquisti. Su, compratelo qualche disco ogni tanto. L’economia deve ripartire, e non ripartirà di certo con alcolici scadenti venduti senza scontrino.

Immagine di copertina disegno e colori di Beatrice Gozzo, Chine di Alessandro Alessi Anghini
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