Una festa così antiquata

Intervista a Roberta Torre

di Vincenzo Profeta
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Arte
N.5 del 20.11.2013
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Aspetto Roberta Torre in un bar vicino il Teatro Massimo, la giornata è una di quelle maledette e benedette  in cui i problemi di una città come Palermo sembrano svanire nel nulla, una  mattinata calduccia un pomeriggio che si avvia ad essere leggermente fresco, Roberta Torre mi si presenta in nero, è milanese ma bazzica Palermo da anni,  ero in piena accademia quando vidi Tano da morire  anni bui della mia prima vita artistica, anni di formazione, gli anni novanta, una sorta di  remake degli anni ottanta, ma più accesi nei colori e nelle pose, io  vidi sto Tano da morire e dissi dentro di me  “è quello quello che voglio fare, far scontrare l’alto col basso il drammatico con il comico”…ma volevo essere un attimino più cinico di questo film, nello stesso periodo Ciprì e Maresco inventavano il  cinema underground alla palermitana che  forse non c’è mai stato perché il vero cinema underground palermitano, vi svelo un segreto, andava in onda nella miriade di tv private che inondavano la regione, Roberta non è tranquilla è come inquieta elettrizzata viene dalle prove di Insanamente Riccardo III la sua opera teatrale  roba che non seguo, ma che di certo la vede impegnatissima e concentratissima, parliamo della Palermo che fu,  degli anni novanta quando per un certo momento qualcuno disse negli ambienti giusti che a Palermo era cool  andare la famosa primavera palermitana tanto sbandierata, gli anni della mia formazione, gli anni della sua consacrazione a regista  poliedrica, che poi ho scoperto che gli anni novanta sono cool in tutto il modo perché lo erano a Londra ed in tutto quel pianeta che noi chiamiamo cultura e che io ormai schifo.

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Roberta è lì, mi ordina un caffè, io ci provo, cioè ci provo subito, la voglio far parlar male di Emma Dante che si lamenta ed incassa successi travestiti da insuccessi e viceversa, ma Roberta Torre è una persona che pensa molto al suo lavoro, guarda poco agli altri credo, certo qualche tempo fa lessi su Repubblica la sua aperta minaccia radical chiccosa di andarsene da Palermo, ma su Repubblica tutto quello che si scrive sembra una aperta minaccia radical chiccosa, lei ha solo voglia di scappare da una città che l’ha intrappolata e non sto scherzando, parlo con lei e mi parla di trappole sentimentali e fascinose necrofile di una città bellissima  che ti ammala e ti colpisce alle spalle tradendoti come i suoi abitanti più cinici, più ricchi, più spavaldi, più radical chic  e più stronzi, lei che il sud lo ama che da milanese ha fatto il percorso inverso dei migranti calabresi e siciliani che vanno a Milano  ci ha raccontato un sud a mio avviso sicuramente molto più vero diverso e struggente e trasognante  di quello di Emma Dante, passando per sud said story  alla Librino di  I baci mai dati periferia di Catania, il suo sud  è il  subconscio dell’Italia un posto sognate e spietato perché sognante. Roberta racconta di quei anni novanta sino al duemila  vissuti a Palermo come «i più meravigliosi della sua vita» «dieci anni di felicità pura» e mi dice: «oggi manca un progetto e una visione ai giovani palermitani e italiani» è proprio in questa città dice di essersi accorta di questo che prefigura un futuro non roseo per l’Italia tutta,  anche se in lei  la speranza nei giovani retoricamente non la abbandonerà mai, c’è speranza fuori da Palermo da cui vuole scappare ma rimase intrappolata di nuovo l’estate scorsa per uno spettacolo a Siracusa, finendo per fare Insanamente Riccardo III ora al Piccolo di Milano ma costruito  ancora quì in questa terra malata ai Cantieri Culturali della Zisa dove definisce: «il Padiglione dello Zac  una sorta di ikea defunzionalizzata»  mentre mi chiede di rivendicare il sano spazio di fare critica anche attraverso questa rivistina per cui ho provato ad intervistarla ma alla fine è venuto fuori sto mezzo articolo confessione con incluse forzate dichiarazioni politically correct su Emma Dante che io volevo demolire, comunque io ci riprovo e  ribatto il carico su Emma Dante a Roberta  dico che  la Dante dà al pubblico non palermitano  ciò che si aspetta dai palermitani e lei sostiene che invece rispetta il suo ottimo professionismo da teatrante, niente, l’unica cosa che riesco a strapparle dalla bocca è il fatto che lei non condivide quella visione di sud solo straccione e un  po’ cinico da brutto sporco e monello da italianuzza venuta male, sto per inventarmi che Emma Dante dice di lei che è una stronza, ma Roberta è una persona  che mi sta troppo simpatica.

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Le faccio leggere qualche mio scritto faccia di culo per come sono, mentre  lei mi descrive l’incubo della sua Palermo di oggi  un posto dove nessuno sa più far nulla dove mancano le maestranze e  dove trovi difficoltà persino a trovare uno spillo, dove è tecnicamente difficile  costruire una scenografia o fare un disegno con i colori giusti e la manualità si è persa, per questo ultimamente nei suoi spettacoli lei ha scelto di lavorare direttamente con  pazzi veri, perché sono fantastici veramente dice di non riconoscere più la città che ha vissuto negli anni novanta  di averne persino paura, di girare per strada evitando macchine ed ingombri, di non vedere più negli abitanti nessuna luce creativa  e l’abbrutimento quello più infimo e piatto è dietro l’angolo.

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Ora  chiudo questo fetido programma di scrittura che è una sotto specie di word senza correttore elettronico con la notizia che Palermo non sarà capitale della cultura 2019, il gay pride non è bastato ihihihihi…. troppi problemi con la pulizia delle strade, è iniziato l’inverno palermitano. Roberta so che tornerà e mentre se ne va a Milano ripete una frase che ha letto su un mio scritto: «Ma perché avete pensato a una festa così antiquata?» Chapeau!

 

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