Sacrifici in catena

Tagliarsi un'unghia per pulire la merda degli altri

di Camille Martin
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Arte
N.17 del 12.2.2014
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Tallar·se una ungla per netejar la merda de les altres, cioè Tagliarsi un’unghia per pulire la merda degli altri è la proposta vincente di Sergi Botella per il concorso Bcn Producciò2013, esposta in una chiesa sconsacrata, la Capella. Come il Macba, che però detiene il monopolio della visibilità dell’arte contemporanea a Barcellona, la Capella è un avamposto igienizzato dell’Ayuntamiento (il Comune barcellonese) nel quartiere strategico del Raval, ubicato in pieno centro storico e popolato soprattutto da immigrati.
La proposta di Botella consiste in otto pezzi apprezzabili individualmente che sono o illustrano dei sacrifici “a catena”, come annuncia il testo di presentazione della mostra. Il lavoro che dà il nome all’esposizione è una serie di foto che illustra letteralmente il sacrificio in questione. Vale la pena forse evidenziare la grottesca sporcizia delle mani e delle unghia fotografate, che va ben al di là di quella dell’ordinario barbone.
In una delle cappelle laterali, Sergi Botella “sacrifica” la possibilità di creare e di esporre una sua opera e vi appende il quadro realista di un’estasi di S. Francesco d’Assisi, realizzato da un pittore contemporaneo barcellonese.
In una seconda cappella laterale, Botella piazza un set di mobili scadenti, pseudo-borghesi, in modo tale che una panca resti in bilico tra il gradino della cappella laterale e il resto della stanza mentre divano, tavolino e comodini sono disposti uno dopo l’altro dentro la cappella stessa. Ciò evoca, come indica il testo esplicativo di Botella, un tipico comportamento animale che consiste nel sacrificio di quello più debole, malato o ferito, compiuto per preservare il branco.
botella_02Accanto a questa installazione figurano i frutti di un incarico pagato da Botella a una di quelle società che mistifichiamo chiamandole “agenzia di comunicazione”. Il lavoro richiesto prevedeva che i dipendenti dell’agenzia raccontassero le avventure sessuali dei colleghi. Il risultato è una serie di piccoli allucinanti racconti redatti nello stile del peggior episodio di Dallas (“Maria e Giovanni si sono gustati questa notte e non si sono mai più lasciati”). Qui il sacrificio in questione, mi sembra di ricordare, è quello del tempo impiegato nel lavoro piuttosto che nel sesso. Quell’antropologo punk che è stato Georges Bataille, protagonista della finzione della “trasgressione” con Genet e Borroughs, riteneva ad esempio che il lavoro avesse il ruolo di reprimere gli istinti dell’uomo consentendogli di condurre una vita strutturata.
In maniera analoga, Botella ha creato il suo personale concorso per ingaggiare uno scrittore remunerato a tempo pieno. Il soggetto selezionato ha occupato il suo posto ad una scrivania provvista di computer, installata nella Capella per l’intera durata della mostra. Una videocamera riprendeva costantemente il profilo dello scrittore e lo schermo del computer e la ripresa veniva poi proiettata, ingigantita, sulla parete principale della sala espositiva.
Infine, si possono vedere alcune delle foto del progetto Panteritas (http://panteritas.tumblr.com/), piccole pantere: foto rubate in spazi pubblici di stampe leopardate, una “chain reaction of epidemicanimal prints. Qui il sacrificio rivendicato è quello della scelta della stampa leopardata piuttosto che un’altra.
Tallar·se… è un atto di coscienza molto sensato. La blasfemia rappresentata dall’installazione dei mobili e dal “sacrificio” dell’unghia enfatizzano, senza troppi equivoci, il lato splatter del sacrificio della Grecia da parte dell’Unione Europea e quello dei più deboli e poveri, in generale, nel contesto della crisi economica.Più che riferirsi alla disoccupazione spagnola, Botella mostra con solide prove che l’occupazione produce un lavoro completamente inutile. I suoi lavori portano alla luce la disoccupazione esistenziale che divora il nostro mondo e non solo la disoccupazione teorica, che ne è una semplice conseguenza. Il mondo si svela come regno del lavoro per il lavoro (lo scrittore la cui presenza viene remunerata e l’agenzia di comunicazione che accetta un compito senza senso) e dell’arte per l’arte (il quadro contemporaneo pseudo-barocco di S. Francesco d’Assisi, che riporta, inoltre, alla forma santa del sacrificio). Insomma, delle attività che non sono orientate ragionevolmente ma motivate unicamente dal loro compimento. Non rispondono neanche ad una logica economica.
Panteritas fa apparire il cittadino come una pecora che si traveste spontaneamente da temibile felino. Questo lavoro che raccoglie “dati etnografici”, svolge un ruolo importante in Tallar·se. Panteritas dimostra che la colpa della carneficina sociale, denunciata dalle opere precedenti, non è di un’élite al potere, ma dipende dalla partecipazione e dalla complicità di tutta la popolazione e degli stessi sacrificati. Impauriti e pigri, conformisti, tutti tiriamo il nostro fascio di legna per alimentare il rogo.Tallar·se… identifica, sperimentazione e dati alla mano, le radici della crisi, che non è “attualità” ma piuttosto uno stato permanente che è stato dichiarato “stato d’eccezione”. Il nostro ormai generalizzato punto di vista da mercanti sul mondo genera il nulla che si manifesta tramite la disoccupazione esistenziale e il conformismo o gregarismo. Tutto ciò puzza della putrefazione della “società”, parola, quest’ultima, svuotata di senso per l’indebolimento e la scomparsa delle norme sociali e morali a favore di interessi individuali o di un gruppo ristretto. Come ridefinire la scuola concepita all’inizio per assicurare le pari opportunità, in francese “égalité des chances” e ridotta oggi ad un dispositivo, insieme di edifici, orari e materie, che aumenta le disuguaglianze, come afferma Alain Touraine in La fin des sociétés (Seuil, 2013)? Allo stesso modo che senso ha un arte che rappresenta a Barcellona nel 2013 dei Francesco d’Assisi in estasi in stile caravaggesco se non quello di una pratica quasi autistica? A cosa siamo ridotti per accettare un lavoro che può consistere nel descrivere le avventure sessuali dei colleghi o nell’essere filmati per l’intera giornata all’interno di uno spazio espositivo? A che logica rispondono gli sfratti e le espulsioni sacrificali spagnole? L’esistenza e giustificazione di tutto ciò non poggia su valori condivisi, convenuti e attualizzati collettivamente. Di collettivo sembra che rimanga solo un mimetismo primitivo bestiale e difensivo.
botella_03L’interpretazione in chiave antropologica del sacrificio mostra, come riportato nel saggio eponimo di Bruno Latour, che “non siamo mai stati moderni” e che rimaniamo arcaici fino all’osso. In effetti, secondo un altro antropologo francese, René Girard, non siamo neanche mai entrati nell’era del Cristianesimo: siamo intrappolati nella dinamica sacrificale pagana da cui Cristo avrebbe dovuto liberarci, rendendoci coscienti di essa. Questa tesi non poggia su un evoluzionismo indesiderato ma su quella atemporalità dello stato “arcaico” dell’uomo, che, appunto, mette in evidenza le incarnazioni multiformi successive di questa sostanza, invariante umana, che è il sacrificio.
Galleggiando sulla superficie di un discorso molto denso, queste incarnazioni grottesche di “sacrifici”, disarticolate, senza relazioni ovvie fra di loro, sembrano menare il can per l’aia. Botella riproduce forse qui la meccanica arrugginita del nostro chiacchierare che maschera l’inconfessabile nulla. Per finire, questo apparente saltare di palo in frasca, questo apparente stiramento assurdo della parola “sacrificio” ricorda il discorso deviante di quella curiosa figura psicologica del perverso narcisista che campeggia sulle prime pagine delle riviste francesi in questi tempi di individualismo decomplessati. Paul-Claude Racamier che propose un’analisi approfondita e innovatrice di questo profilo in Le génie des origines (Payot, 1992) le descrive come degli “ideologhi” da quattro soldi che mascherano degli slogan in vere e proprie riflessione, promettendo nuovi mondi costrutti solo di parole. La perversione narcisista consiste nell’utilizzare le parole per svuotarle del loro senso e la sua forza non è nel Falso stesso ma in questa decostruzione del senso e della sua ricerca. Il perverso non discute il senso ma sfugge il dialogo e il conflitto. Di fronte agli aggressivi e invasivi discorsi devianti che annientano il senso, le vittime del perverso finiscono annientate loro stesse e immerse in uno stato comatoso di non-accettazione e di non-rifiuto simultaneo (si dice comicamente siderare) che le rende estremamente influenzabile e suscettibile di conformarsi alla norma aberrante e vuota del loro seviziatore.

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