Socialnetwork e arte

Il dibattito online su Domina 23

di Rubina Mendola
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N.29 del 21.5.2014
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La libertà di parola senza la libertà di diffusione
è solo un pesce dorato in una vaschetta sferica.
(E. Pound)

 

A Palermo il malcontento intellettuale verso tutto ciò che di vagamente artistico-culturale si produce, pare stia crescendo proporzionalmente alla quantità di mostre che si inaugurano. Malcontento che, si badi bene, non è frustrazione intesa come secrezione velenosa, ma desiderio legittimo  di qualità e sostanzialità (credibilità intellettuale) dei progetti cui si è sollecitati a partecipare. Che certa compagine colta si sia stancata di essere, alle mostre,  un sorridente manichino consumatore di noccioline, patatine e parmigiano a scaglie, il tutto accompagnato da un bicchiere di Cabernet-sauvignon? Da una parte, un continuo stimolo a presenziare ad eventi, dall’altro un  invito silente a non criticarne la qualità che il più delle volte si rivela discutibile: un cortocircuito logico imbarazzante.  Ma che cosa succede se a un certo punto qualcuno, supportato da un piccolo gruppo di persone, assedia criticamente la pagina evento Facebook di una mostra d’arte contemporanea per una settimana, generando un dibattito che ammonta a quasi 700 commenti? Un putiferio, naturalmente. E anche qualcos’altro: si avvera un modo inedito di interagire con quella realtà non-virtuale con la quale un social media ci mette in relazione. Un modo non passivo e non più protetto dalla quiescente e bonaria pacca del “mi piace”.  Perché Palermo, pur essendo un luogo ad altissima densità di abusi terminologici di sapore intellettuale (“artisti”, “cultura”, “opening”) non è una città abituata al confronto delle menti, anzi: è una cittadella strutturata come un’isola, in cui ognuno fa quel che può per coltivare il suo orto lontano dagli occhi di chi potrebbe giudicarne la fattura o la legittimità. Qui un “fruitore” è sì un comodo pupazzo, un potenziale bacìno di applausi, pronto all’ovazione meccanicamente compiaciuta; ma potrebbe anche minacciare uno stato di cose pigramente consolidato, strutturato magari sul nulla. Dunque, va tenuto a distanza. Potrebbe, chissà, alimentare il bisogno di un pensiero individuale divergente: eventualità indesiderata ai venditori di fumo, perché li condurrebbe incontro al rischioso mestiere dell’onestà intellettuale e dell’autocritica. E in un mondo autoreferenziale com’è il circolo (o circo?) dell’arte contemporanea palermitana spaventerebbe meno l’avvento della peste che non un’era di dibattito impietoso. Ho preso anch’io parte a questo scontro senza esclusione di colpi. Chi mi conosce sa che non avrei potuto astenermi dal partecipare a questo scambio di opinioni, sia in quanto autrice di alcuni articoli abbastanza speziati sull’importanza della Critica, sia in quanto assertrice in onorata carriera dell’importanza del dibattito e (quando occorre) del dissenso criticamente argomentato, non turpiloquente o superficiale, sulle “cose di cultura”. E non potevo non scriverci un pezzo per KSC, rivista politically uncorrect che a Palermo vanta la meritata e gloriosa fama di rompere ogni sorta di tabù intellettuale e di non avere peli sulla lingua.

 

Résumé di un presidio indesiderato

 

Vanitas vanitatum et omnia vanitas.” 

Domina 23 è stato un evento espositivo che ha suscitato una discussione enorme: riassumo brevemente i fatti. Nei giorni che hanno preceduto la data d’inaugurazione della mostra collettiva Domina 23 (curata da Laura Francesca Di Trapani e organizzata dall’Associazione Onlus StupendaMente, il cui opening si è svolto il 16 maggio 2014 a Palermo presso Palazzo Ziino) un utente impegnato all’interno di diversi gruppi che si occupano di questioni legate all’arte e all’attivismo ha scritto un breve e severo appunto critico sull’area post della pagina evento. In questo commento egli definiva il testo di presentazione di Domina 23 “di livello infimo, quasi grottesco […] su un tema che necessiterebbe ben altro livello di approfondimento”. Naturalmente il bersaglio delle parole erano, al contempo, la curatrice e le autrici in mostra. A seguito di questa dichiarazione pubblica, si è determinato un tam tam di commenti e contro commenti, di opinioni più o meno argomentate e anche di insulti e attacchi personali. Tra le figure che hanno animato la discussione c’era anche quella di un curatore indipendente che sosteneva come, erroneamente, oggi il “consumo culturale” non preveda l’approfondimento che invece è, essenzialmente, critica e dissenso. Col passare dei giorni, quello che inizialmente era solo uno scontro di opinioni è divenuto un ragionamento collettivo sul senso dell’essere fruitori, sulla figura del curatore, sull’importanza del testo curatoriale. Un “presidio” di protesta al silenzio degli organizzatori, un assedio critico per occupare costantemente la pagina evento in attesa che la curatrice rispondesse alle osservazioni, ai commenti e agli interrogativi che man mano le venivano posti. Purtroppo la curatrice, dopo un primo intervento, ha scelto di non partecipare ulteriormente e così le questioni sono rimaste sospese: lodevole la tenacia argomentativa dei partecipanti quanto la correttezza della curatrice che ha scelto di non censurare il post “incriminato” e gli interventi che sono seguiti, consentendo di portare avanti una discussione in cui i temi emersi sono di notevole interesse teorico. Una rarità assoluta a Palermo il dono di concedere libertà di parola a chi critica pubblicamente il nostro operato: chapeau.

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Questo dibattito è stato interessante in una accezione prospettivista: quali e quanti usi di un social media possono essere ancora collettivamente (o individualmente) attivati oltre a quelli previsti dal sistema? L’uso predefinito di Facebook, il suo modello funzionale,  è destinato a rimanere l’unico oppure saremo noi utenti, con le nostre esigenze (e dissidenze) a plasmarlo a misura dei nostri desideri comunicativi e sociali? In che modo un uso alternativo della pagina eventi può innescare, un atteggiamento, un costume, una prassi sociale ancora non sperimentata? Penso che potrebbe, un fatto come questo, innescare un circolo critico virtuoso, inaugurare la sistematicità di una pratica nuova sui social media. L’irruzione del giudizio popolare in uno spazio virtuale e pubblico potrebbe ridefinire l’assetto tradizionale del passivo binomio fruitori-addetti ai lavori.  Ancor più se penso che in questa sconcertante epoca trionfale della retorica populista del FARE (che antepone -in ordine di importanza- l’agito al pensato) si  ravvisa nella Critica una capacità diminuita di operare cambiamento, di istituire saperi, di costruire significati e nuovi indirizzi di ricerca e di pensiero: tutti indizi oggettivi di una profonda, irreversibile ignoranza, di uno stadio della conoscenza primitivo, pre-logico, non scientifico. L’anticamera della regressione intellettuale per eccellenza è il mutismo accomodante che scoraggia aperture alle menti agili, ossia dissenzienti.

Totem, tabù e autodafé

 

Nessuno può a lungo avere una faccia per sé stesso e un’altra per la folla

senza rischiare di non sapere più quale sia quella vera.

(N. Hawthorne) 

Un’interrogazione radicale sulla qualità del fare (e curare) arte contemporanea a Palermo è stato l’esito del presidio di quanti hanno contribuito. La recente tendenza denigratoria, che talvolta non è più che dileggio,  nei confronti dei curatori è un dato allarmante, che dovrebbe far riflettere la categoria.  Non ho dubbi che molti “addetti dell’arte” (i teorici, i critici, le istituzioni, i privati e gli stessi aspiranti artisti) abbiano tremato un po’ vedendo con quanta semplicità e velocità sia possibile dar loro filo da torcere, generando tra utenti un dibattito online (peraltro a tratti oggettivamente alto sotto il profilo argomentativo e contenutistico) sulla qualità e sul senso di ciò che viene proposto al pubblico. Che piaccia o no, che lo si ammetta o no, è stato rotto un tabù culturale semplicemente rendendo attiva una pagina normalmente destinata a essere una statica vetrina, riportando l’attenzione sulla natura non accessoria ma eminentemente sostanziale degli scritti che presentano una mostra. Per quale ragione un assedio siffatto ha generato disapprovazione presso gli organizzatori? (si è detto che i modi erano aggressivi e i toni altrettanto: ma una critica può essere placida e rassicurante come una carezza?) La causa è certamente il mancato esercizio –nell’ambito dell’arte contemporanea-  a una prassi culturale orientata al confronto pubblico: l’ambito cinematografico è abituato da tempo a uno scontro diretto e talvolta severo (col pubblico, con i critici). Basti pensare ai fischi nei festival del cinema. E il fatto che (come alcuni sostenevano nel dibattito) “nell’arte le cose sono sempre andate così, secondo un codice comportamentale consolidato e tacitamente accettato” sembra più un alibi che una motivazione. E, comunque, non significa che così dovrà essere per sempre: troppo comodo rifugiarsi nel sæcula sæculorum, nella tradizione, per giustificare il proprio immobilismo intellettuale. Da una parte ci sono “gli addetti” che non alimentano questa dialettica sui social media, mostrando di non desiderare né il contraddittorio né il confronto diretto con chi visita le mostre (vien da chiedersi perché invitare il pubblico se poi lo si vuole unicamente come compiacente adulatore).  Le ragioni sono certamente molteplici (ego smisurati, vanità, autoreferenzialità,  provincialismo, disprezzo del punto di vista altrui?) ma non vorrei scivolare in psicologismi da quattro soldi. Altro tema  interessante emerso è quello della dialettica tra poteri privati e pubblici. A Palermo il potere di decidere (in ambito culturale) la dinamica  in/out non è solo quello politico: sarebbe ingenuo pensarlo. Esistono anche le nicchie-casta e i circuiti privati e/o indipendenti, tutto un ambito forte e strutturato non certo gestito da sindaci o da assessori: ma che può esser dominato da logiche perverse non meno di quello “politico”, e può esser dannoso per la cultura, autoreferenziale e soffocante non meno di quella “sotto i riflettori” del potere. Credo che invece in una realtà povera, degradata, difficile e “stretta” come la Sicilia, le caste si strutturino meglio proprio lontano dai “palazzi” di rappresentanza.  Importante ricordare, infine,  che le critiche -negli affaire culturali- non sono mai giuste o sbagliate: questo implicherebbe la presenza di un censore che, antidemocraticamente, imponesse un criterio soggettivo di distinzione ad hoc, a misura del suo ego, per rimuovere i dissensi e approvare unicamente ciò che gli garba. Non esiste un momento favorevole per la critica: altrimenti non è più critica ma opinione pilotata o e comodamente temporizzata. 

Who’s next?

 “Questo considerate:

se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro,

veglierebbe e non si lascerebbe certo scassinare la casa…”

Qualcuno aveva detto che la verità è fuoco e parlare di verità  significa illuminare e bruciare. Smascherare il vuoto potrebbe essere uno dei pregi delle web community. I social network sembrano la riproposizione futuristica delle antiche ἀγορά, catalizzatori di idee e relazioni, acceleratori capaci di conformare impreviste forme di socialità. Il potenziale più interessante di Facebook credo non sia tanto la sua vocazione bonariamente esibizionistica, la sua accezione “intimista” (ormai prevedibile e sperimentata) da diario segreto quotidianamente aggiornato con dati sensibili (luoghi visitati, fotografie personali, viaggi intrapresi), ma il suo potenziale inespresso di natura sovversiva (in senso etimologico) di incrinare ordini, abitudini, usi costituiti come dati una volta per tutte. Ovvero, di rimescolare le carte.  Analisi e approfondimento della realtà potrebbero essere strumenti non del tutto sperimentati ma presenti, sotto strati di sciocchezze, sui social. Forse, le mostre d’arte contemporanea a Palermo potrebbero diventare finalmente momenti culturali e non appuntamenti salottieri: e alla lunga gli addetti del settore capirebbero che ci sono spettatori esigenti che non si accontentano di aria fritta. Che siano interessati o no all’opinione dei loro visitatori poco importa, perché è solo questione di tempo e dovranno imparare a convivere con gli assalti critici che credevano di poter ignorare: l’interesse per la Cultura non è interesse di parte ma tutela di ciò che non può nuocerle . Facebook ha dimostrato, una volta tanto, di saper fare anche gli interessi dei “partecipanti”, prestandosi alla logica del non mi piace. La critica fa bene a chi la fa e a chi la riceve, se è competente e orientata alla costruzione di un operato migliore: la  strategia di delegittimarla, spacciandola per polemica sterile (che come tutti sappiamo è un’altra cosa) è talmente volgare e becera al punto da far sfigurare chi se ne fa portavoce. Intanto, un presidio si è verificato, inaspettatamente, come un fulmine a ciel sereno. Dove e quando sarà il prossimo? Nel dubbio, meglio farsi trovare ben equipaggiati.

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