Torino Film Festival

voglio vivere al cinema

di Antonia Cangemi
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Arte
N.7 del 4.12.2013
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Il Torino Film Festival generalmente non delude. E anche quest’anno ha riservato un programma ricchissimo, fatto di registi emergenti da tutto il mondo e classiconi New Hollywood.

Ogni festival chiaramente è una guerra: riuscire a vedere un determinato film diventa una questione di vita o di morte, la corsa al biglietto del film agognato sfida la pioggia, la neve, la nebbia o una caviglia slogata.

E’ un atto di pura devozione, dove tutto il resto per una settimana non esiste più e l’accredito rimane appeso al collo quasi fin sotto la doccia.

cabiriaLa fantozziana attesa della mezzanotte e un minuto per prenotare i biglietti per il giorno dopo è un rito (abbastanza malsano agli occhi dei più, me ne rendo conto) che riunisce adolescenti e anziani impavidi in coda davanti a un vero e proprio Totem, perché è così che si chiama la macchina automatica che emette il ticket. Un rito di essenza fantascientifica, in cui perfetti sconosciuti condividono l’oggetto d’adorazione e non si fanno scoraggiare dalla stanchezza causata dalla visione del quinto o sesto film della giornata o dal freddo spietato che rende il tutto ancora più eroico. Pura perversione.

Ancora più perverso però è essere riusciti a prendere il biglietto per Jarmusch e arrivare in ritardo di due minuti, finendo sbattuti in rush line, ma riuscire a entrare lo stesso, quando ci sono gli ultimi dieci posti e tu sei il decimo. Il brivido del rischiare di non entrare a una proiezione a cui si tiene moltissimo, e poi riuscire a farcela.

Beccarsi invece una mediocre e inconsistente commedia americana come C.O.G. in primissima fila al cinema Lux e restare seduti fino alla fine del film con il collo piegato all’indietro è insensato masochismo. O cretinismo?

Cominciare poi con un film della sezione Onde vuol dire esattamente tuffarsi in un mare in tempesta. Come disse un simpatico signore nella sala tre del cinema Massimo: “Cazzi nostri”.

"Se vai su Onde vai sul sicuro. Cura Ludovico: nel bene e nel male."Onde è la sezione più sperimentale, quella che rischia, quella che scova le idee più profonde e impensabili. Diciamo che se vai su Onde vai sul sicuro. Cura Ludovico: nel bene e nel male.

Quest’anno la retrospettiva era dedicata a Yu Likwai, regista di Hong Kong in grado di partorire un corto come Dance with me to the end of love (2004), ambientato in un futuro prossimo in cui il mondo è una terra desolata e il grande freddo post-atomico costringe gli uomini a vivere sottoterra; oppure il documentario Neon Goddesses (1996), la storia di tre ragazze che giungono a Pechino dalla provincia per cercare di migliorare la propria vita. Una di loro trova lavoro al bar di un night club, una come modella e comparsa e la terza come ballerina in una discoteca. Ed è così che le vediamo trascorrere le loro giornate costantemente sottoposte alle luci al neon che caratterizzano le notti della capitale.

Il bello del festival è passare direttamente da un registro al suo esatto opposto e crederci di nuovo, ogni volta che ci si siede davanti a una nuova storia.

Quindi passare subito dopo, alle 14,30 di sabato, a Wrong cops di Quentin Dupieux (alias Mr. Oizo, il produttore discografico) è un passaggio che si potrebbe definire persino naturale. Una commedia assolutamente esilarante in cui le singole storie di poliziotti corrotti si intrecciano in episodi surreali e dissacranti, talora privi di senso, per il puro gusto di mostrare le loro azioni più basse: dall’occultamento del corpo di un uomo ucciso per caso, allo spaccio d’erba, all’erotomania, tutto marcato da una disgustosa stupidità. Acidissimo. Ovviamente con le musiche di Mr. Oizo.

Sempre con naturalezza ci si ritrova a seguire tra le foreste dell’Europa centrale gli ultimi giorni di Casanova. Invecchiato, vaga col suo servitore tra paesaggi tenebrosi in cui incombe su di lui la figura di Dracula, presagio di un’epoca di violenza, di fascino occulto e di morte: sto parlando di Història della meva mort (Storia della mia morte), capolavoro di Albert Serra, regista catalano che ha vinto nel 2006 la ventiquattresima edizione del Torino Film Festival con Honor de cavalleria, revisione intellettuale e minimalista del Don Chisciotte.

Dopo 148 minuti di sesso estremo e morte, arriva Frances Ha (regia di Noah Baumbach), un’aspirante ballerina di ventisette anni che affronta con ottimismo e voglia di vivere le difficoltà di una vita ancora priva di direzione in una New York crudele e il distacco dall’amica con cui era in simbiosi. Una commedia abbastanza commerciale, ma ben fatta e divertente.

Durante il Torino Film Festival la giornata si può concludere in qualunque modo, anche con un documentario filippino (Anak Araw, Albino, di Gym Lumbera) su un albino che studia l’inglese con un dizionario Tagalog-Inglese perché convinto di essere figlio di un americano. Ancora ho davanti a me quelle immagini in bianco e nero con una fotografia potentissima.

Eccelso il documentario di Jean-Marc LamoureTarr Béla, I used to be a filmmaker (Tarr Béla, ero un filmmaker): il regista ungherese Béla Tarr e la moglie Agnes Hranitzky vengono ripresi tra il 2008 e il 2010 mentre girano Il cavallo di Torino. Lamoure svela in questo modo la messa in scena del film, appagando lo spettatore con un cinema che mostra finalmente se stesso.

Mentre stranamente a Torino c’è il sole continuo con con le pellicole in bianco e nero e mi fiondo in una singolare visione di mezzogiorno: Computer chess, di Andrew Bujalski (2013). Un mockumentary surreale, ambientato all’inizio degli anni ‘80, in un motel americano in cui si svolge un torneo di scacchi tra computer e software progettati da programmatori di diversi gruppi di ricerca.

Non troppo emozionante è invece Habitat [Piavoli], il documentario di Claudio Casazza e Luca Ferri. L’idea di parlare di Piavoli attraverso la sua casa e i suoi oggetti non è male, ma le riprese sono fin troppo stantie e in qualche caso le immagini si ripetono dando più che altro la sensazione di un vuoto narrativo.

Fantastico invece godersi il pomeriggio con un super classico americano del 1966, The wild angels di Roger Corman, in cui Peter Fonda e Bruce Dern guidano una selvaggia gang di bikers californiani tra risse, inseguimenti con la polizia e un’orgia in chiesa.

Un po’ deludente invece, nonostante facesse parte della mia sezione preferita, Onde, è invece il film Flood tide, di Todd Chandler: un gruppo di amici, musicisti e artisti, scosso dal suicidio di una di loro, intraprende un viaggio su una zattera di fortuna sulle acque dell’Hudson mentre il voice over dell’amica morta racconta una storia parallela su un altro fiume. Ecco, quello che manca al film è proprio un racconto sulla vita di questi ragazzi sulla zattera, che è invece molto superficiale, mentre anche il voice over si rivela più come una presenza fastidiosa che ha anche un timbro poco coerente con le immagini che scorrono nel frattempo. Insomma, è più straordinaria l’idea che la sua realizzazione.

Altra bella scelta: California Split, di Robert Altman (1974). Peccato però che sia stato proiettato nell’orrenda sala 5 del cinema Reposi, una specie di bunker dove l’aria non passa mai, e soprattutto peccato che la pellicola scelta fosse così enormemente rovinata, a tal punto da non riuscire quasi a distinguere le figure.

La sezione Festa Mobile, invece, che a volte fa brutti scherzi, ha proposto The way way back (C’era una volta un’estate), diretto da Nat Faxon e Jim Rash, sceneggiatori di Paradiso amaro di Alexander Payne che nel 2011 si è aggiudicato il premio Oscar. The way way back è il loro film d’esordio come registi. Commedia americana da manuale: un adolescente va in vacanza con la madre, il suo nuovo fidanzato e sua figlia. Trascurato e silenzioso, troverà conforto nell’amicizia con Owen (interpretato brillantemente da Sam Rockwell), l’esuberante proprietario di un parco acquatico. I dialoghi sono scritti veramente bene e la sceneggiatura in generale, come la messa in scena, sono molto solide.

Utopiales_2011_Alejandro_Jodorowsky_16Uno dei capolavori di questo trentunesimo Torino Film Festival è fuor di dubbio l’ultimo film di Jodorowsky, La danza de la realidad, in After Hours, un’altra sezione che ha regalato abbastanza chicche quest’anno (come Computer chess o Wrong cops). A 84 anni il regista cileno propone la sua autobiografia surreale e grottesca, con un padre severo al parossismo, in grado di rompergli un dente e di farlo curare dal dentista senza anestesia per addestrarlo alla virilità e una madre felliniana che parla soltanto cantando.  E poi tutta una serie di nani, storpi e pazzi. Eccezionale.

Jarmusch invece arriva da Cannes con Only lovers left alive: due vampiri (Tom Hiddleston e Tilda Swinton) sposati e innamorati da secoli si ritrovano nella Detroit contemporanea a vivere prevalentemente di notte cercando nell’isolamento la salvezza dalle brutture del mondo odierno. Un film bello, ironico, direi sexy, con tutte queste riprese al buio in questa Detroit crepuscolare, e con tutto il fascino che esercita la lunga memoria di un vampiro fatta di lucida conoscenza di ogni oggetto o la consapevolezza di ogni materiale.

Per quanto riguarda il concorso invece quest’anno c’era un film che si distingue sicuramente da quello che di solito si trova in competizione. Sto parlando di Senso to hitori no onna (A woman and war), del regista giapponese Junichi Inoue, collaboratore della Wakamatsu Production. Il film, che segna il suo debutto nel lungometraggio, mostra il Giapponne negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale: il destino di una prostituta che non prova piacere sessuale si incrocia con quello di uno scrittore fallito che sfoga nel sesso il suo dolore e con quello di un reduce di guerra senza un braccio che traumatizzato dagli orrori subiti non riesce più a tornare alla vita quotidiana e passa le giornate stuprando le donne. Un bel calderone di perversioni e violenza. Un gran film. Solo che sconsiglio di vederlo la mattina appena svegli come ho fatto io.

Altra opera grandiosa è il documentario A spell to ward off the darkness, di Ben Rivers e Ben Russel, due dei registi più importanti del cinema contemporaneo. Seguiamo un personaggio senza nome in tre momenti della sua vita: in una comune su un’isola a largo dell’Estonia, solo al nord della Finlandia e poi al microfono di una band di black metal in Norvegia. Un viaggio in cerca dell’utopia tra la trance indotta dalla totale calma della natura e la trance indotta dal frastuono totalizzante del concerto. Splendido (anche se la performance musicale alla fine è lunghissima, e per i non amanti del genere è una bella prova di resistenza e amore per il buon cinema).

Sempre in Onde, il film d’esordio dell’attore giapponese Atsoushi Shinohara, Sceneries of new beginnings, una storia che si svolge principalmente attorno al tavolo della cucina di una coppia di giovani conviventi. La loro iniziale serenità viene stravolta dall’improvvisa depressione di lui, una situazione che andrà man mano peggiorando senza che si riesca a trovare una via d’uscita. Un film difficile, ma gestito bene, profondo e delicato.

L’ultimo giorno di festival comincia alle 9,30 del mattino con La ultima pelicula, di Raya Martin e Mark Peranson: un regista, in occasione della fine del mondo pronosticata dai Maya, decide di esplorare lo Yucatan insieme a una guida locale alla ricerca di location per il suo ultimo film. In un sito in cui milioni di anni fa un asteroide colpì la terra s’imbatte in un gruppo di seguaci della new age contro i quali esprime tutta la sua sarcastica disapprovazione. Un lavoro surreale che si interroga sull’essenza del cinema d’oggi, mentre il protagonista decide di montare il suo film all’infinito.

Mentre fuori nevica decido poi di entrare nell’odiosa sala 5 del Reposi, quella in cui non si respira, per fare un’esperienza che sarebbe potuta durare circa tredici ore: Anna (Materiali espansi), diretto tra il 1972 e il 1975 da Alberto Grifi e Massimo Sarchielli. Un lavoro monumentale sottoposto a restauro e digitalizzazione monumentali delle bobine video e di quel poco di pellicola 16 mm con cui Grifi e Sarchielli avevano iniziato a girare. 780 minuti in cui troviamo sia il girato del film che conosciamo sia parti inedite. La protagonista è Anna una sedicenne di origini sarde che soffre di depressione e che ha tentato varie volte il suicidio. Durante le riprese è incinta, ma sotto effetto di stupefacenti. Il suo ragazzo è uscito da poco dal Regina Coeli, in cui era finito a causa di episodi di violenza legati a Lotta Continua. Durante l’ora e mezza in cui l’ho visto io, Sarchielli era seduto con Anna e il suo ragazzo su un divano di una clinica e la loro conversazione era molto intima e gli argomenti principali erano il sesso e il suicidio, con particolare attenzione ai tagli che Anna aveva sui polsi. In un secondo momento le immagini si sono rivelate ancora più forti, perché lo stesso Sarchielli aiutava Anna con il pancione a farsi la doccia, concedendosi anche un gesto assolutamente spiazzante come lo spremerle lievemente un capezzolo per prender un po’ di latte da mettersi in testa come rimedio alla calvizie: un gesto che mostra la profonda confidenza in cui erano entrati i registi con la protagonista. Incredibile. Una di quelle cose meravigliose che non si dimenticheranno mai.

Arbeitmachtfrei_01Delusione invece per Wolf, il documentario di Claudio Giovannesi in cui Wolf Murmelstein cerca, attraverso il dialogo con lo psicanalista David Meghnagi, di spiegare il ruolo che il padre ebbe nel ghetto artificiale di Terezin, di cui era stato direttore, e di riabilitarne quindi la memoria. Infatti il padre, Benjamin Murmelstein, dopo la Liberazione era stato assolto per collaborazionismo ma una volta a Roma venne emarginato dalla comunità ebraica. Una storia molto interessante, ma davvero troppo complessa per essere risolta e sviluppata in appena un’ora di film. E musiche decisamente inappropriate.

Lavoro eccelso invece Stop the pounding heart, il documentario di Roberto Minervini, che ha seguito per anni una famiglia in una fattoria del Texas in cui i dodici figli sono stati cresciuti secondo un unico modello, quello dei precetti della Bibbia, in cui la donna deve essere devota e conservare la purezza fisica fino al matrimonio. Sarah, la protagonista, vive le sue giornate prendendosi cura delle capre e pregando, fino a quando però non incontra Colby, un giovane dilettante del rodeo, che mette in crisi la sua esistenza. Minervini segue i suoi protagonisti con confidenza e delicatezza, mostrandoci i valori sociali, familiari e religiosi nell’America rurale del Sud.

Decido di concludere il mio festival con The last picture show (1971), e di farne realmente il mio ultimo spettacolo, quello del malinconico congedo, esattamente come nell’opera di Peter Bogdanovich i due protagonisti si salutano guardando un ultimo film insieme. La storia è ambientata nel 1951 ad Anarene, in Texas, dove i giovani vivono le loro prime avventure sentimentali e alcuni poi partono per la Corea, mentre gli adulti si ritrovano a fare i conti con la propria vita. L’unico cinema della città chiude dopo l’ultima proiezione del Fiume rosso di Hawks. Film malinconico e commovente, straziante come la fine di una settimana vissuta solo per il cinema.

 

p.s. Visto che a Torino non ero riuscita a vedere il film di Pif, La mafia uccide solo d’estate, ho provveduto subito arrivata a Palermo. E’ un film divertente, ma profondo e con tante buone idee. Suggerisce ai più giovani e ricorda ai più vecchi una parte della tragica storia di Palermo, e lo fa con originalità e intelligenza.

Immagine di copertina disegno di Al Folo, Colore di Alessandro Alessi Anghini
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