Una storia a tinte Rosanero

Intervista a Carlo Vizzini

di Antonio Sunseri Silvia Alù
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N.16 del 5.2.2014
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1624600_513773635399872_328047513_nCarlo Vizzini, è stato Ministro della Repubblica, Segretario nazionale del Psdi e figlio di Casimiro Vizzini, presidente del Palermo dal 1957 al 1964. Noi abbiamo deciso di incontrarlo in veste di tifoso d’eccezione dell’U.S. Città di Palermo. Il 24/05/2004 è il giorno in cui è finito tutto, il Palermo è salito in serie A, ed è stato un inizio, si, ma l’inizio della fine. Dopo quella data (già poco prima in realtà, e con poco prima intendiamo tipo un paio di settimane prima) tutta la città ha cominciato a tifare e seguire il Palermo, perché era giusto così. Perché il Palermo in serie A non si può non tifare. Prima, invece, tifare Palermo era romantico, quasi una religione, una sofferenza, una piaga, non c’era niente da guadagnare e solo la tua dose settimanale di “bile” a farti compagnia. In città dovevi quasi vergognarti di dire che andavi allo stadio. “No ma perché ancora il Palermo tifi? Ma che sei pazzo? Che motivo c’è?”. Eppure ti offriva momenti straordinariamente inaspettati, come alla fine degli anni novanta una squadra allestita per il campionato di C2 che, ripescata, si trova ad affrontare quello di C1 e quasi lo vince, con l’unico allenatore al mondo con i baffoni neri e i capelli biondi, Massimo Morgia. Oggi il Palermo si ritrova in quella condizione, non più in serie A, lontano dal grande calcio. Forse è arrivato il momento di ritrovare quella magia.

Quando ha avuto inizio il suo amore per il Palermo Calcio?
Il mio primo ricordo del Palermo è di quando sono andato allo stadio in occasione di un Palermo – Fiorentina, nella quale giocavano ancora Montuori e Virgili, quindi siamo negli anni ’50. Ovviamente la vicenda è diventata più familiare quando mio padre è diventato prima consigliere e poi Presidente del Palermo Calcio.
Per dare l’idea di quello che rappresentava nella mente di un ragazzo di 10-11 anni basta ricordare che quando la professoressa, come canonicamente si faceva allora, domandava la professione del padre, nonostante mio padre fosse assessore del Comune di Palermo, e dal ‘58 anche Deputato, la mia risposta rimaneva sempre: “Presidente del Palermo”, che tra tutte queste per me era la professione più importante.
VernazzaAlcuni giocatori li ho conosciuti personalmente. Parto da Vernazza, rivisto anche in anni più recenti perché quando è venuto a Palermo un paio di anni fa, mi ha cercato e ci siamo rivisti. Malavasi che incontro ancora ora invitandolo alle nostre trasmissioni (NdR Carlo Vizzini partecipa ogni settimana ad una trasmissione di commento calcistico su una rete regionale), la stessa cosa avviene con Alvaro Biaggini e con altri giocatori e allenatori, come Tonino De Bellis.

 

Ha qualche ricordo particolare legato alla squadra che ci vuole raccontare?
Mi ricordo che quando noi alloggiavamo a Monte Pellegrino mio padre portò a casa il nuovo allenatore del Palermo, si chiamava Rava, era uno dei famosi giocatori dell’Italia di Pozzo, quella che vinse nel ‘34 e ’38.  Io conoscendo la sua storia lo vedevo come un monumento. Purtroppo poi finì esonerato, mi ricordo che quando ne chiesi il motivo a mio padre, lui mi disse: ‹‹Sai, noi stavamo perdendo 1-0 su rigore in trasferta e lui continuava a fare una partita difensiva e quando io ho detto: “Mister perché non ci portiamo avanti visto che perdiamo?” lui mi ha risposto “Per me perdere per 1-0 in trasferta e su rigore non è una sconfitta professionale.”››. Allora mio padre ritenendo che per la squadra fosse una sconfitta, decise di cambiare allenatore. Ovviamente a me tutta la vicenda mi colpì, avevo perso un monumento!

Poi ricordo che in una delle occasioni in cui da piccoli entravamo in campo durante gli allenamenti mio padre, convinto che io dovessi fare il portiere, mi mise in porta e Vernazza simulò un calcio di rigore che se avesse tirato veramente mi avrebbe sfracellato perché lui era uno che sfondava le reti. Allora io mi buttai su questo pallone che si avvicinava lentissimamente, raccontando poi a tutti i miei amici, per farli morire d’invidia, che avevo parato un rigore di Vernazza.
Il mio approccio al Palermo quindi è legato soprattutto alla storia della mia famiglia che è iniziata con mio padre ed è continuata sino ad oggi.  In qualunque momento della nostra vita per la mia famiglia il Palermo è sempre stato un bene da tutelare sia che fossimo in società sia che non lo fossimo, sia che si trattasse di vederlo retrocedere o radiato da tutti i campionati.

Ci può raccontare il suo coinvolgimento nella radiazione della squadra nell’86 e come siete riusciti a far ripartire la squadra nell’87?
Quella fu una vicenda terribile. Perché fu una chiara dimostrazione di come tutto, a Palermo, si legava alla politica. Che la politica governava anche il calcio e che le liti all’interno di un grande partito com’era la Democrazia Cristiana avevano risvolti con vendette in altri campi. Un intrigo politico che andrebbe spiegato. Come può accadere che nella città di Salvo Lima, la Lega Calcio capitanata da Matarrese (andreottiano), e il presidente del consiglio Andreotti, possano consentire che questa cosa avvenga in modo brutale respingendo sull’iscrizione del Palermo al campionato un’offerta concreta che era stata fatta dall’associazione degli industriali di Palermo di cui io stesso avevo informato l’on. Andreotti.
E com’è possibile che la Cassa di Risparmio pretese che per una fidejussione di 750 milioni, richiesta direttamente dall’Associazione degli Industriali, andassero depositati 750 milioni di titoli, chiedendoci, quindi, di fare cose quasi ai limiti dell’impossibile. Perché si trattava di trasferire in pochi giorni la proprietà di una squadra di cui le quotazioni, dopo il delitto Parisi, erano andate a minorenni, cioè i figli del presidente assassinato, quindi con il coinvolgimento di un giudice tutelare.
E ancora, com’è possibile che quando viene dato l’ultimatum io, di fronte ai cronisti sportivi, a mezzanotte telefoni a Matarrese per dirgli che siamo in difficoltà e che non possiamo ottemperare alle cose che ci sono state richieste e che tra le 3 e le 4 del mattino lo chiami nuovamente per dirgli che stiamo superando gli ostacoli e quindi ce la facciamo e mi senta rispondere “Eh ma io ho già comunicato al Pescara che sarà lui a giocare il campionato in serie B”. Perché voglio ricordare che sul campo il Palermo si era salvato dalla retrocessione dalla B alla C1.
1616771_513773905399845_857306497_nLa conclusione della vicenda è nota ed è quella della radiazione. Però va anche detto che il fax con la fidejussione mandato alla cassa di risparmio per tutta la riunione si era smarrito in Lega e fu poi ritrovato quando le decisioni erano già state prese, tam quam non esset. Non credo che se l’avessero trovato prima o se non l’avessero nascosto, ma non posso insinuare nulla, sarebbe cambiato qualcosa.
Da lì cominciò un’altra odissea, quella condotta da me e dall’allora sindaco Orlando, per fare ricominciare il Palermo dalla C1 mentre loro proponevano i dilettanti. Si trovò una mediazione finale, andavamo lì sostenuti dall’allora Presidente che era Salvino La Gumina, espressione di quel mondo che  aveva salvato il Palermo. Alla fine la Lega ci permise di partire dalla C2.  Nacque il piccolo miracolo Palermo, il Palermo che batte l’Ajax in amichevole di 4 gol e la Favorita sempre stracolma.
La verità, però, era che Palermo non era dotata di soggetti che avessero capitale tale da rilanciare la società. La C2 andò benissimo. La C1, invece, era una palude.
Il clima di tutta la vicenda fu un clima di grande civiltà sportiva, ma solo da parte del Palermo e dei palermitani. Tutto il resto fu grande inciviltà politica, con rese dei conti che con il calcio non avevano niente a che vedere. E vi furono anche alleanze in fieri, la vicenda del Palermo con me Ministro delle Regioni ed Orlando sindaco che la gestiamo precede di un anno la Primavera di Palermo.
Per far capire invece il grande amore dei tifosi palermitani nei confronti del Palermo, vi racconto un episodio: nell’anno in cui il Palermo non giocò, la Domenica Sportiva della Rai, lanciò un concorso tra i tifosi, Squadra del Cuore, in cui i tifosi inviavano cartoline per la loro squadra ed il Palermo si ritrovò ai primissimi posti pur non giocando nessun campionato. Al punto che io fui invitato in trasmissione per parlare della squadra; prima dell’inizio della trasmissione, mi fecero vedere in anteprima il filmato sul Palermo. La prima cosa che vidi fu il Palermo di  mio padre con Vernazza, quella per me fu una grandissima emozione. Il Palermo di mio padre  si era classificato ottavo nel campionato di Serie A, record battuto solo dal Palermo di Zamparini, battendo la Juventus a Torino 4-2.

Cosa le manca del calcio di allora?
1743276_513774412066461_544245061_nEra un calcio diverso, decisamente più romantico, diciamo così. Un calcio in cui con una stretta di mano si chiudevano gli affari. Per esempio, mi ricordo: mio padre aveva un ottimo rapporto sia con i Moratti che con gli Agnelli. Un anno acquistò dalla squadra del Marzotto un portiere, Anzolin. Questo portiere l’anno dopo venne richiesto dalla Juventus. Mio padre prese appuntamento per incontrarsi con la dirigenza juventina all’Aeroporto di Ciampino, si era portato una lista di nomi da Palermo che gli avevano dato in società, così all’incontro chiese alcuni milioni più Mattrel e più, si mette la mano in tasca, cerca la lista… ma l’aveva dimenticata a Palermo. A quei tempi non aveva certo la possibilità di interrompere la trattativa per comunicare con la società, e così va a memoria, solo che si ricordava un solo nome e l’unico nome che si ricordava era… Burgnich. Fu così che Tarciso Burgnich venne a Palermo dalla Juventus, per una sola stagione, purtroppo, visto che l’anno dopo lo cedemmo proprio all’Inter. Mattrel viene addirittura convocato per i mondiali del Cile e da quella avventura in Cile invierà a mio padre una cartolina firmata da tutti i giocatori della nazionale. Cose come le due ultime vicende che vi ho raccontato oggi non possono accadere più. C’era un rispetto tra le persone che oggi non c’è. Ma ai tempi, a Palermo, non c’era il potenziale economico per competere con le altre squadre di alta classifica. Il calcio di oggi ha bisogno dei soldi ma anche di grandi platee che non sono più quelle nazionali. Il futuro del calcio è fatto del cuore dei tifosi.

Quale è secondo lei il futuro del Palermo?
Come il futuro del calcio italiano. Un calcio molto autoreferenziale. Il Palermo, prima di tutto, deve tornare in Serie A e poi si potrà pensare al bel gioco. Che però manca in realtà completamente al calcio italiano. Il calcio inglese sotto questo punto di vista è molto più avanti, con un rispetto tra tutti i giocatori decisamente superiore. Il livello del calcio italiano lo testimoniano il ranking della nazionale e le coppe europee. Se si tratta di competere per restare in Serie A, Zamparini non avrà problemi al riguardo. Però non potremo fare il salto di qualità. La gente inoltre si è dimenticata il passato e adesso snobba il Palermo.
Io, che ho più volte avversato Zamparini, gli riconosco di aver riportato il calcio che conta in città e in alcuni anni di essere stato l’unica cosa di serie A della città. Certo ha un temperamento da Presidente-imprenditore che oggi è necessario ma non sufficiente.
In ogni caso se Zamparini ci riporta in A di nuovo, dovremo ampliare il ragionamento dello sport a Palermo, anche partendo dalle scelte politiche, o vedo tutto buio.
Il problema non è la società, che è solida. È che pensare di portare il Palermo nei mercati transnazionali è un esercizio molto complicato, questo rende veramente difficile la ricerca di nuovi acquirenti o nuovi soci per il Palermo.

Non crede che ora come ora si senta la mancanza di un presidente del Palermo che sia anche un tifoso?
Oggi, purtroppo, siamo in una stagione diversa. Il presidente di una società oggi deve avere le risorse economiche.  A Palermo in questo momento manca più che altro un Presidente che stia vicino alla squadra, non si può pensare che uno stipendiato del Presidente che guadagna molto meno dei giocatori riesca, da solo, ad incidere sugli stessi. Zamparini dovrebbe stare più in città, più vicino alla squadra e aprire un ciclo che non preveda la cessione dei giovani talenti per almeno 3 anni e non come è stato fatto in passato vendendo con troppa premura giocatori come Cavani o Pastore e nazionali come Toni, Barzagli e Grosso. In ogni caso non funziona più la logica delle cordate. Il padrone deve essere uno ed uno solo.

Vuole aggiungere qualcosa?
Da un lato senza soldi non si può fare calcio e però senza cuore non è calcio.

Immagine di copertina:
Disegni di Al Folo
Colori di Marco Montironi
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