Via Castellana Bandiera

La nuova (g)emma del cinema italiano

di Antonia Cangemi
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Arte
N.1 del 23.10.2013
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Via Castellana Bandiera è un film che potrebbe funzionare fino alla fine del primo atto, ovvero per i primi venti o trenta minuti.
Nelle prime scene c’è un bel gioco di contrapposizioni tra la lentezza e il silenzio dell’anziana Samira (Elena Cotta, Coppa Volpi a Venezia) al cimitero in visita della figlia defunta e la serie di inquadrature veloci e disorientanti costituite dalle continue sterzate di Rosa (Emma Dante) a bordo della Multipla in cui si trova anche Clara (Alba Rohrwacher), la sua compagna. Cercano di trovare la strada per un matrimonio, ma si ritrovano a girare affanosamente tra i vicoli dell’Arenella.

IMGP1451Rosa è di Palermo, ma non ci tornava da anni. Vive il ritrovarsi nella sua città natale con estrema insofferenza, cosa che si ripercuote sul suo rapporto con Clara, e così le violente sterzate sono anche espressione dell’umore all’interno dell’auto.
Ma proprio in via Castellana Bandiera la Multipla di Rosa si ritrova muso contro muso con la Punto di Samira, che nel frattempo era passata a prendere tutta la famiglia per tornare a casa. Quindi, da un lato i Calafiore, una famiglia di pescatori del quartiere, e dall’altro Rosa e Clara, le due intellettuali che si ritrovano ad avere a che fare con gli autoctoni-zombie in uno scontro a chi ha “le corna più dure”. La strada è stretta, anche se a doppio senso, basterebbe che una delle due facesse leggermente marcia indietro per far passare l’altra, ma nessuna delle due ha intenzione di farlo.

IMGP1412L’idea iniziale è molto bella, e si fa metafora della cocciutaggine e dell’arroganza del palermitano, ma il problema è che piano piano il film diventa sempre meno credibile e sempre più banale, alla ricerca di situazioni surreali che sono ormai cliché, e il mondo straordinario in cui dovrebbe trovarsi lo spettatore diventa invece una serie di sketch infiocchettati per tutti quelli che subiscono il fascino del degrado folkloristico meridionale.
Spuntano le pettegole riunite a crocchi; il napoletano più furbo di tutti (come se già i palermitani non bastassero) che mette in piedi una truffa travestita da scommessa; i ricordi d’infanzia giusto in quella strada e dichiarati solo a un certo punto del film, quando serviva un momento di dolcezza tra Rosa e Clara.

Forse si dovrebbe giustificare la rabbia di Rosa con un qualcosa che si trascina dietro dall’infanzia? O dovremmo credere che lei in realtà è una degli autoctoni-zombie perché racconta che quando era piccola passava di lì o perché pronuncia qualche parola in dialetto siciliano?
IMGP1388E quando i continui campo controcampo in stile western tra gli occhi di Rosa e quelli di Samira non bastano più al (fallito) tentativo di creare tensione, alle due rivali non rimane che sfidarsi con una serie di gesti insensati che vorrebbero rendere ancora più cruda e verace una situazione di stallo, ma che sono invece puramente decorativi, come a voler colmare un vuoto narrativo con immagini che dovrebbero eccitare o colpire lo spettatore in qualche modo.

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Perché nessuna delle due dovrebbe mangiare? Non bastava il non spostarsi? E perché, se proprio nessuna delle due deve mangiare, tutte e due devono lanciare il piatto oltre un muro? Perché è un’immagine potente, passionale, o perché ha un qualche significato simbolico sconosciuto ai più?
E perché se non possono mangiare, possono invece urinare? L’atto del mangiare mostra una debolezza, il non saper tenere il controllo del proprio corpo, mentre l’atto del pisciare è più carnale, più guerresco? Mi rendo conto che l’immagine di due donne che mangiano un piatto di pasta in macchina è meno scabroso e rivoluzionario di due donne che fanno la pipì per strada. A questo punto forse sarebbe stato più sensato farle “pisciare addosso” in macchina, quello si che avrebbe restituito tutta la fermezza e l’eroico orgoglio di un guerriero, come il capitano non abbandona mai la propria nave o come l’oplita non abbandona mai il suo scudo.

Un altro problema fondamentale è la mancanza di un punto di vista, di conseguenza lo spettatore assiste al duello non riuscendo a prendere posizione, perché manca quell’introspezione che fa affezionare a un personaggio. Dunque si ritrova a subire lo svolgimento passivamente, aspettando invano che qualcosa accada.
IMGP1464Era ovvio che in mancanza di una soluzione più articolata questo film dovesse concludersi con una morte, anche perché la tragedia conferisce gravità a tutto il film.

Il problema non è il budget o il fatto che sia un film d’esordio, ma quel compiacimento del degrado fine a se stesso che non basta a portare avanti la narrazione di una storia.
Una bella sorpresa per il cinema sono invece Renato Malfatti (il genero di Samira), nella vita parcheggiatore dell’Arenella, Dario Casarolo (il nipote minorenne di Samira) e Daniela Macaluso (che interpreta Maria Grazia).

Foto articolo di Claudia Sajeva
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