Tristi Topici

Pensieri selvaggi in Vucciria

di Alessio Mirante
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N.1 del 23.10.2013
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Al declinare del Sole, il diadema di monti che incorona Palermo allunga le sue ombre fino al mare. Col buio la mia città riacquista, se non tanto l’aspetto, comunque l’atmosfera di figlia aspra del Levante. Dal porto si propaga il profumo dei cedri della Fenicia e, dal tufo dei monumenti, zagare ancestrali e gelsomini primordiali esalano i loro i fumi mistici. Mentre, per i vicoli del centro storico, quasi si sente ancora il rullare dei bendir berberi.

‘Nto n’occhio.

1278066_10202234684537460_1441886643_oLe strade dei quattro antichi mandamenti, all’interno del perimetro delle scomparse mura, si riempiono presto di giovani di tutte le estrazioni, di tutte le vocazioni e di tutte le nazioni.
Si sta prevalentemente in piedi, passeggiando da piazza a piazza, affollando lo spazio fra le pieghe degli antichi mercati popolari. Decine di piccoli pub insignificanti vendono alle torme l’alcool che consumeranno per strada, camminando o appoggiandosi alle auto o sedendosi sui gradini di una chiesa barocca fumèe. Come in una contradanza, i gruppi si avvicinano, si allontanano, si mischiano e così via, tutto sotto la calda luce dei bei lampioni dal sapore liberty, spesso corrotta da quella algida e squallida del neon di qualche bettola.

Paradiso per gli studenti Erasmus, Palermo offre, ogni sera dalla domenica al sabato, economiche serate di facile socialità: un’intera settimana bagnata dal peggior alcool d’Italia, tra scadenti dolciastri vini liquorosi, birre trentine imbottigliate appena fuori città e cocktail di indubbia spregevolezza.

La Vucciria, che finché è controllata dal grande occhio solare mantiene la sua vocazione turistica di mercato mediterraneo addomesticato, negli ultimi anni si è conquistata il titolo di principale punto di riferimento della nostra nightlife, e chi vi scrive ve la offre un po’ come Pozzo di San Patrizio, la profonda ferita nel grembo di Madre Terra usata dal Patrono d’Irlanda per mostrare ai peccatori le atrocità infernali e costringerli sulla retta via.

Dentro

Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies
Occultum Lapidem Veram Medicinam

Giunti davanti alla chiesa di San Domenico (sacrario catto-risorgimental-patriottardo), dove da un lato i grandi neon razionalisti della Rinascente irradiano l’obelisco mariano al centro della piazza, si imbocca l’oscuro viottolo che scende verso la Vucciria. Dietro una curva si scorge un bagliore e si sente un vociare, svoltata ci si trova davanti la folla. Un ultimo braccio di strada (dove sta la Taverna Azzurra) con centinaia di ragazzi e poi la piazza con a volte anche due migliaia di giovani. L’odor di prossimo è forte ma più forte quello di ciò che resta del lavoro diurno.

1277481_10202234686257503_1909865462_oAi lati della strada stanno sempre i residui del mercato (verdure marce ammonticchiate, lucidi sacchi neri che tradiscono all’olfatto il contenuto ittico e macellatorio, eccetera) e fra la folla vociante nuvole di vapori odorosissimi dalle meravigliose padellone colme d’olio, dalle grandi graticole dove vengono arrostite budella ben infiocchettate, dalle caldere dove si cuociono polmoni e milze, dai cesti di vimini che accolgono la frittola (grassetti e cartilagini di vitello liofilizzati e rianimati sacralmente, anche dopo anni, nello strutto rovente). Tutta la Vucciria è lastricata con le balate, le larghe proverbiali pietre sempre scivolose per il percolato (da noi “when hell freezes over” si traduce “quannu s’asciucano e balati ra Vucciria”). Per un’altra via buia, che passa accanto ad una statua del Genio di Palermo, personificazione della Città come vecchio barbuto muscoloso e coronato che allatta un serpente (retaggio di antico nume saturnale e caldeo che magari altrove è divenuto un feroce demone), si giunge quindi a piazza Garraffello, circondata da palazzi fascinosamente diroccati e praticamente abbandonati, usata come discoteca a cielo aperto (soprattutto drum and bass), qui l’ambiente è più genuino, meno artificioso. Non son rari gli accoltellamenti.

Crogiuolo di geni

Oggigiorno tutti hanno spirito.
Ovunque si vada non si può fare a meno di incontrare persone intelligenti.
È divenuta una vera peste.
O. Wilde

Da quando il Blow Up è chiuso, lasciando l’egemonia di piazza Sant’Anna al postideologico Drunks, è difficile da quelle parti essere coinvolti in qualche bavardage politico o filosofico. Così come la vasta pampa della Magione vede la sua fauna affratellata più dalla canapa récréatif che dagli equivoci ideologici della tramontata esperienza del Teatro Garibaldi Occupato. Il sogno di fare dei Grilli la Byzance di Palermo è stato abbandonato dal brusco risveglio delle comunità lesbica e gay in quella latebra barocco-retroportuale. Per non parlare poi dell’Olivella kebabizzata, dei Candelai sempre più sauvages, di piazza Venezia orfana degli alchemici cocktail di Peppino, del Malox infighettito e ingegnerizzato, eccetera.

1276976_10202234671897144_1793605280_oDove deve andare dunque il musicista bohèmien, l’artista concettuale, il “rivoluzionista”, il brillante conversatore, lo scettico blues, il regista nouvelle vague-vieux plague, il performer new dada, il clown radical-chic o il mimo veterosartriano a far sfoggio della sua nonchalance di intellò? Per forza alla Vucciria, ça va sans dire.

Tutti lì a lamentarsi cinicamente di quanto poco la città offra, tutti a pontificare su quanto bene conoscono il Mondo grazie all’amico che li ha ospitati, al fine di rinfrancarsi dall’ultima delusione sentimentale, per un mese nell’estrema periferia di Berlino (talmente estrema da coincidere spesso con Palermo stessa). Tutti però intimamente angosciati dalla consapevolezza ben insabbiata d’essere un minestrone insipido, una grande recita in cui fondamentale è comunque apparire a un tempo vittime e menefreghisti. Perché il Mondo ci sarà pure ostile ma chi se ne fotte e comunque non è colpa nostra.

Un giorno, volli presentare alcune mie conoscenze del panorama artistico cittadino al Conte, personalità affascinante, nato in nave, cresciuto in una torre d’avorio ben isolata dalle miserie panormite e poi vissuto tra le delizie e i capricci di Siena, dei respighiani pini di Roma e “di Provenza il mare e il suol”, che i lettori di questa rivista impareranno a conoscere. Gli introdussi il documentarista di feste patronali, la video maker concettuale che con insana vergogna ammetteva di essere ingegnere, il designer che mai aveva progettato alcunché se non un’indigesta teoretica lacanianchapatista (non certo sul’ergonomia ma sulla necessità della funzione anticapitalista per il disegno industriale), e il creatore di videogiochi artistici, anzi ideatore, anzi immaginatore, anzi fantasticatore, anzi sognatore ché, vista la sua dura vita di vucciriota, il tapino avea tempo solo tra le quattro del mattino e mezzogiorno fra le lenzuola. All’ennesima presentazione il conte sbuffò esasperato “Ecco un altro artista incompreso! Tutti geni vittime dei tempi ingrati a Palermo!”, lasciando i miei conoscenti congelati da quel motto che suonava molto come “Il Re è Nudo!”.

Effettivamente con un così vasto e variegato esercito di attori, operatori culturali, ideologi, cineasti, musicisti, eccetera Palermo dovrebbe essere un sogno rinascimentale non solo per la Sicilia ma per l’intera Civiltà Umana. E così non è.

Costume e sessualità

Soprattutto, niente zelo.
Talleyrand

Difficile trovare una sola parola per dar conto della Vucciria a chi non la conosce. Direi che forse Disimpegno è quella che calza meglio. Badando bene però che la gente che la frequenta in genere non ha niente di asfissiante da cui disimpegnarsi, tanto è vero che sta lì ogni sera fino almeno all’ora del lupo come se il Sole non dovesse mai sorgere. Prendiamolo innanzitutto come Déprise, per ricollegarci alla sociologia gerontologica. Perché la scena che si presenta agli occhi, eliminando la musicaccia prima, gli ormoni (più doverosi che gaudiosi) poi, è quella di una piazza del sud piena di gente che beve male e sta seduta su panche o ai tavolinetti di plastica di una taverna-minimarket a ciarlare del passato e di quanto schifo facciano i giovani. Roba da vecchi.
La formula infatti è quella della Gita CRAL: un gruppo parte insieme in macchina, arriva in Vucciria, si disperde ognuno coi propri conoscenti e poi si rincasa tutti insieme, come nei “soggiorni di un giorno” per pensionati. Gli amici lì non sono più quelli che escono per stare insieme, per fare qualcosa, per una zingarata.
1243563_10202234667497034_1450481990_oLa cosa più triste però di questo Disimpegno è nelle relazioni sociali. La promessa sottintesa di qualunque cosa lì è: “non ti cambierò la vita”. L’Innocuità è una virtù fondamentale in un ambiente dove la gente va anche da sola perché tanto sa che qualcuno che conosce lo troverà. Nessun rischio, dunque mai nessun guadagno.
Bogosses Branlette dietro ad un’impalcatura? Petite vite in un palazzo diroccato dove le lucciole portano i loro clienti? Lì tutto questo non ha il sapore di birichina libertà sessuale, e il riflusso giustificatorio à la “Ultimo tango a Parigi” è oramai un pallido fantasma. Tutto ha un ché di disperato e squallido. Sentirsi vivi e pieni così, con l’innocuo amico che magari potrebbe diventare anche un innocuo partner. Nessuno lì ti cambierà la vita. Non c’è questo rischio.

All’ingresso della Taverna Azzurra, il principale spaccio alcolico della zona, sotto altoparlanti che impediscono di ascoltare e parlare, si mettono sulla soglia e sui gradini i più grandi disperati. Si tratta o di solitari personaggi inquietanti (per esempio una sorta di Totem Precolombiano con gli occhi da batrace ed i rasta, in grado di stare lì per ore, immobile e terrificante a fissare il vuoto), o di morti di figa che sperano di attaccare bottone con qualche ragazza a cui ostacolano il passaggio, o di ragazze che si espongono lì sperando che qualcuno le onori delle sue attenzioni.
L’approccio del locale Latrin Lover può essere o il semplice abbordo o la penetrazione cerebrale. Noi ci occuperemo della più triste, ovvero della seconda. Il repertorio è semplice: citazioni dalla mestissima esibizione di Carmelo Bene al Costanzo Show, o qualche frase di Pasolini condivisa su facebook poche ore prima dall’amico fuorisede a Bologna, vengono snocciolate come bigliettino da visita. Importanti poi per socializzare sono le considerazioni originali, le analisi del reale che ci circonda. Magari se originalmente copiate da un bignami di filosofia contemporanea. L’Antiberlusconiano Militante risulta invece troppo banale e grossolano per il mood, anzi per la posa saturnina delle ragazze della Vucciria. Troppo zelo denuncia immancabilmente qualche allarmante insicurezza.

Personalità e Genius Loci

Vidi pallidi re, e anche principi,
pallidi guerrieri, pallidi come morti erano tutti loro;
Keats, La Belle dame sans merci

Non solo sfaccendati, non solo ingravidabalconi, non solo geni incompresi. Anche l’anemico e provinciale demi-gotha di Palermo gira sull’umido lastricato della Vucciria. Potreste incontrare qualche giovane leone rampante (ma anche passant) della politica locale. Potreste incontrare qualche pittore dal sapore pucciniano, ma ben quotato al metro quadro. Sicuramente incontrereste la fotografa Matilde, ultimo orgoglio della famiglia Incorpora, renard argenté, assolutamente vitale e per niente impagliato, sulle spalle di un’ipotetica personificazione iconica della Vucciria. Il suo entusiasmo, estremo singhiozzo di una Palermo veramente viva che era quella di qualche decennio fa, affatica visibilmente i giovinastri che non riescono proprio a starle dietro, e la sua risata rauca da sola basta ad eclissare le pallide personalità delle femminucce che non reggono il confronto. Sembra quasi la rondinella di Wilde che per fare compagnia a quell’impotente aurea statua del Principe Infelice, la gioventù palermitana, non segue la propria natura e viene presa dall’Inverno algente. Chagrin.

1244418_10202234679617337_1644878093_oChi potrebbe infine rappresentare, fisicamente, in carne e ossa , tutto questo? Chi, tra i grandi nomi palermitani, possiede tanta protervia e miseria intellettuale da credersi chissà quale salace provocatore pur essendo invece una innocua provincialotta? Emma Dante. La regista palermitana che ogni volta che fa una scorreggia parla di attacco alla morale borghese. Si tratta della tipica intelligenza banale, retorica e polverosa, che confonde provocazione con gratuità e che scambia il biasimo con il pudore ferito. La signora Emma Dante non ha i mezzi per ferire la Morale Borghese, e anche se li avesse purtroppo non ha una buona mira perché sono decenni che la borghesia, ben temprata da un secolo di avanguardie, si è assuefatta al sesso sulla scena. Sbaglia proprio il target. Però se penso al suo lavoro, in cui c’è sesso ovunque (diegesi?) ma nessuna sessualità, mi appare chiara davanti agli occhi la panoramica della Vucciria in cui tanta carne recita un dovere, un perfetto adattamento dell’Etica protestante e lo Spirito del Capitalismo di Weber. Magari in chiave neopagana di recita sacra, ierodulia con costrizione alla liquidità, senza alcun Impegno, se non quello dello zelo politicante. Dal profitto allo struscio come segno di grazia divina. Questo è quel che resta dell’immaginifico Amour libre attraverso le equivoche lotte tra i gemelli diversi cattolicesimo e marxismo.
Emma Dante e la Vucciria sono una masquerade, stanno alla libertà come il sesso sta agli opachi coriandoli, carta con colori desaturati come un triste filtro annisettantizzante.

L’Inferno

E dal profondo in lui
si agita l’Inferno, ché egli si porta l’Inferno
dentro di sé ed attorno, e non si può staccare
dall’inferno o da sé di un solo passo, né fuggire
mutando luogo.
Milton, Paradiso Perduto

Se parlate con Linda Randazzo, una frequentatrice della Vucciria ma soprattutto l’ultima pittrice che usa il linguaggio della scuola siciliana, donna di Tradizione e quindi di Senso e dal Senso sensibilità, vi dirà la sua impressione su quanto la Vucciria dreni le energie creative. C’è per lei qualcosa d’oscuro, una ferita (DIE WUNDE di wagneriana memoria?), una presenza demoniaca in quel posto.

Adesso si esagera, perché si paragona più direttamente un semplice luogo di incontro per ragazzi a ciò che di più basso e corrotto l’Umanità abbia immaginato, il pozzo infernale dove tutto il male viene buttato lontano dal Bene e dal Bello. Non è questione di moralismo, è questione di stanchezza esasperata verso lo spreco senza capriccio, senza leggerezza. Bello è oziare, bello anche il non voler produrre nulla, il disimpegnarsi quando “con lieve cuore, con lieve mano” l’uomo comunque non mette zelo nel quotidiano e non si affanna a cercarsi un posto nel formicaio. Terribile è invece crearsi, alla maniera della coscienza di Zeno, un’intera sovrastruttura sociale di scuse per restare giù nella fogna. Per deresponsabilizzarsi ma continuando una commedia di finto Impegno. Tutti in Vucciria sono consapevoli intimamente di far parte di una poderosa procrastinazione dell’angosciosa domanda “che vuoi fare da grande?”
Gente come il Conte se ne è sempre fregata di questa domanda e va bene anche essere un parassita, correre verso l’Inferno sorridente e abbracciarne le fiamme. Igne Natura Renovatur Integra.
Terribile la trappola in cui si cade quando non si dà valore a sé stessi, ci si odia e però invece di cambiare sé stessi e ciò che sta attorno si prova a congelare tutto. Ma le notti passano, i giorni si impoveriscono, e i giovani si incattiviscono e si intristiscono. E la tristezza non è un fatto dei tristi, la tristezza è una forma di crudeltà debilitante.
Cosa faceva Lucifero nel fondo dell’imbuto infernale di Dante? Iracondo agitava le ali e congelava sé stesso in un lago. Rodendo, ruminando, masticando.
919315_10202234677297279_271131429_oQual è il numero del Diavolo? Il Due. Tesi e Antitesi senza Sintesi. Due segmenti che non riescono a fare una forma. Lo sdoppiarsi delle cellule tumorali che aumentano, aumentano senza organicità, creando massa che non serve a nulla. Fuffa mortale.
L’Inferno è semplicemente il fallimento di una Superbia. Se l’Accidia è il padre dei vizi, il seme sterile che non produce nulla, la madre vera generatrice delle Cadute è sempre la Superbia. In ogni artista fallito c’è un arrogante, un presuntuoso che non è stato all’altezza delle proprie aspirazioni. Talmente arrogante da non aver riconosciuto i limiti suoi e del mondo. Adolescenza lunga. Quando hanno inventato i teenager nel ’55, con la paghetta che da due dollari saliva a otto, si è creato il mercato e dunque il corpo economico e dunque sociale dei teenager. Nel Limbo dell’Adolescenza Lunga, che in Italia arriva a sfiorare i trent’anni, c’è la porta dell’Inferno. Della frustrazione. La Medusa-Senso di Colpa-Senso di Inadeguatezza che ha pietrificato una generazione.
Nella tragedia di Marlowe, Faust domanda a Mefistofele come facesse a trovarsi fuori dalla sua eterna prigione infernale. Mefistofele gli risponde “Ma qui è l’Inferno. Non ne sono fuori.”
Ebbene la Vucciria come l’Inferno non è solo un luogo fisico, ma anche un luogo dell’anima e poiché, citando di nuovo il Paradiso Perduto, “la mente è l’albergo di sé stessa, e in sé stessa può fare un Cielo dell’Inferno e un Inferno del Cielo”, non appaia strano il fatto che i giovani palermitani la Vucciria se la portano dentro. Sempre e ovunque. Vuccirizzando il resto quando il resto non riesce a devuccirizzare loro.

Vucciria, che deriva dal francese per macelleria, è macello e in dialetto è divenuta sinonimo di confusione. Mercato della carne, carne come capriccio di Maldoror, come dottrina Cronenberghiana. Vucciria quindi come shivers, brividi e demoni sotto la pelle come i vermi del film del regista. Nuova carne aliena, trasmutazione. Virus che riscrive il codice genetico e febbre. Febbre figlia per i greci del Buio e della Notte. Notte, dalle Ali Nere, che è divenuta il regno dei giovani e più i giovani affollano la Notte più il Giorno resta ai vecchi e i giovani restano fuori dai giochi.

Guidami come mascherina di un cinema infero,
là dove s’impara nell’ultimo flash di necrosi
dove nidifichi il mai scattato programma oggi-sposi.
Su quelle rive intasate di radici e schemi di ogni suicidio
tra latta e plastica, ad un nero che è stinto
per troppa forza, mondo per eccesso di zelo,
guidami: su al punto bianco-pus che ben sai tu,
là dove sta scritto che ogni OPUS è zero più pus.

Da A. Zanzotto «Dittico e fistole»

Illustrazione copertina di Martoz
Foto articolo di Matilde Incorpora
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