Il Grande Spolvero

Melodie color mogano

di Alessio Scavuzzo 29 novembre 2013Commenti

Indossate l’abito buono, sedete comodi in poltrona e aguzzate le orecchie: noi accendiamo il giradischi e pensiamo a tutto il resto.

Il primo disco che rispolveriamo per voi merita almeno un minuto di raccoglimento per essere compreso, vissuto appieno. O forse due, giusto il tempo che la suo intro vocale si sveli mentre ossessivamente ripete:

 

Gonna do, gonna do, gonna do

What I am gonna do, gonna do, gonna do

 

Vi sembrerà di averlo già udito da qualche parte, forse negli States ad un festival dalle ingombranti line-up o in una radio a transistor, che voi siate giovani party-harder o vecchi e nostalgici clubber. La musica cresce, ci conquista: prima una bassline martellante in La maggiore, poi una chitarra funky, infine un crescendo di percussioni. Dopo quattro minuti circa, tra l’apertura e la chiusura di un filtro, altri versi s’inseriscono a serrare la strofa con decisione:

 

I can’t kick this feeling when it hits

 

Il cerchio si chiude: atmosfere tardo-settantine ricomposte in chiave Detroit.

 

Ebbene sì, è proprio lui, Kenny Dixon Jr., al secolo Moodymann, icona della “Detroit techno/house” americana, producer di fama mondiale e personaggio avvolto da un alone di mistero.

Il disco selezionato questa settimana è uno straordinario EP del 1996 composto da due tracce:

 

A – I Can’t Kick This Feeling When It Hits

 

B – Music People

 

La prima traccia è composta da un campione vocale e dalla linea di basso di I want your love della band newyorkese Chic (1978), classicone della disco-funk targato Nile Rodgers, chitarrista e produttore americano di grido, noto ai più per le svariate collaborazioni artistiche, da David Bowie a Madonna ai Daft Punk (sue le chitarre in Get Lucky e altri pezzi del fortunatissimo Random Access Memories).

La seconda è un pezzone di quasi dieci minuti, dominato da un tappeto di percussioni afro, un riff di tastiera petulante ed una cassa compressa che guidano l’ascoltatore in un’esperienza musicale dalle vibrazioni classic house, trionfanti in un tripudio di fiati alternato ad un vocale che, in loop insistente, recita:

 

Welcome to our world of merry music

 

Prelievo strategico e tributo ai Mass Production, band funk/disco americana meglio conosciuta per la sua hit Firecracker (1979).

Sarebbe riduttivo, però, menzionare soltanto l’utilizzo di campioni vocali retro senza analizzare le ragioni di un disco ancora oggi vincente su ogni dancefloor. Ancor più se pensiamo che ad oggi migliaia di dj/producer tentano la strada del remake nella speranza di raggiungere il successo trainati dalla fama altrui. Ma con scarsi risultati, se non rispondono al nome di Todd Terje, “the king of the summer jams“, mito indiscusso dell’attuale disco norvegese che da Stevie Wonder ai Chic – di cui ci regala uno splendido edit proprio di I want your love – è riuscito ampiamente nell’impresa.

Le due tracce, invece, testimoniano la grande maestria di Moodymann nel rivestire piccoli frammenti tratti dai grandi classici soul e jazz del passato con strati di house, deep e techno, fondendo il composto in un ibrido etereo e senza tempo dal sapore tipicamente Detroit. Detroit città dei motori, patria della Motown Records, label fondata da Berry Gordy Jr. nel 1959, e di George Clinton dei Funkadelic, innovatore della funk music americana insieme con James Brown e Sly Stone.

Moodymann rappresenta una delle più carismatiche e controverse figure che la house e la techno abbiano mai conosciuto. La sua scelta di non svelarsi del tutto al pubblico, rilasciando raramente interviste alla stampa, e di non cavalcare l’onda di un successo che meritatamente gli appartiene, lascia alla musica il compito di parlare in suo nome. Dischi che con sapienza recuperano il lascito della cultura afro-americana, preservandosi da un’industria musicale mercificata che sempre più tradisce la qualità in ragione del profitto. E forse proprio la scelta di attingere a “vecchi” universi musicali dichiara la voglia di mostrare al fruitore contemporaneo il valore insostituibile degli stessi: un back to the roots necessario all’invenzione del nuovo. Kenny Dixon sembra riuscire pienamente nel suo proposito, trovando la chiave di volta in un suono caldo, mai banale, contraddistinto dall’alternarsi di accelerazioni ritmiche e pause che disorientano e allo stesso tempo coinvolgono l’ascoltatore in un intenso viaggio sonoro.

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