La Loge d'Apollon

Mika e il loden

di Alessio Mirante 15 novembre 2013Commenti

Era metà ottobre e, mentre fuori dalla finestra pioveva, ricordando un bel bagno a mare nella scorsa estate di San Martino, avvolgevo nella stagnola (le lavanderie d’oggi non se ne curano più e dobbiamo pensarci noi) i bottoni di cuoio del mio loden.
Mentre riflettevo sul raffreddamento globale, alla radio partì una deliziosa canzonetta pop, Grace Kelly, di questo fenicio della Nouvelle Byzance de l’Angleterre, Mika.
Nel ritornello rossinianegginate, canta (ad un ritroso bersaglio d’attenzioni? Ad un discografico perplesso?) di potersi fare d’ogni colore, di poter mutare come Proteo passando dalla Grace di Monaco a Freddie Mercury, al quale lo accomuna un fascino esotico assai discreto, appena appena il sentore di spezia.
Prende in giro i colleghi che fanno di tutto per compiacere il pubblico, quindi parrebbe un inno all’Essere se stessi. Difficile però fare a meno di quel che ci costringe a non essere noi stessi, specialmente senza fare a meno anche di quel che invece ci costringe a essere noi stessi. Lasciamo stare la filosofia però.

Io amo il loden. È una passione che condivido col Direttore di questo magazine. Lui però sta fermo sulla versione più rude, cappotto da francocacciatore asburgico: alamari in corno rustico (che sarebbero i palchi dei cervi caduti per la muta), il giromanica a doppio strato (impunturato lungo il bordo e aperto sotto) e ovviamente il  verdone.
Io preferisco gli aggiornamenti e, sebbene non rinunci ad alcuni segni della tradizione come i bottoni di cuoio intrecciati a mano o la fodera di matelassé, opto per modelli come il Walk Loden Coat della Schneiders Salzburg, qualcosa che abbia magari un bavero che faccia meno tenentino sabaudo sul Montegrappa.
Quel che preferisco dei nuovi aggiornamenti più sportivi, a parte l’abbandono del modello Hubertus che è proprio il classico paltò del nonno con lo sfondone-piega dietro, è che adesso il loden vien lavorato a maglia ed è così molto più morbido. Come colore ho scelto l’antracite.
La Schneiders ha anche ideato il Pocket Loden, un mistero tecnologico che permette ad un tradizionale cappotto di essere piegato, senza stropicciarsi, e star comodo anche in una tasca. Mirabolante addio agli inefficienti guardaroba delle discoteche europee.
La mia collezione può vantare anche dei boot da scalata in loden e cuoio, un blouson della Habsbhurg con le tasche verticali, dei moderni automatici in metallo e le spalle col giromanica impunturato, ed un sexy montgomery rifinito in camoscio (ha gli alamari, un capriccio virile per compensare la sagomatura). Tutti questi sono però nel tradizionale verde loden.

Oggi scopro una bellissima montatura d’occhiali. Sono fatti di legno e hanno le stanghette disponibili in tre colori, uno di questi è proprio il verde loden. Sono un vezzo bellissimo di modernità e antico: il legno (come la lana) ha un fascino mistico. Mi informo e scopro che il designer è Mika, possessore di un caban doppiopetto in loden. Verde.
Serendipity.

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