N. 10

  • 26
  • 12
  • 2013

Editoriale

di Alessio Mirante,

Ce la siamo cantata e suonata. Siamo stati autoreferenziali e molto palermocentrici.
Adesso però siamo al Decimo numero, abbiamo pubblicato cinquanta articoli, dieci tavole di fumetti, decine e decine di rubriche e non so quante illustrazioni originali.
Il meccanismo è ben rodato, la gerarchia quasi completa. Stars are right.
Serriamo le fila e finalmente à la guerre comme à la guerre.

Gli editori han chiesto a me, fantasma redazionale, di scrivere l’ultimo editoriale non professionale. L’ultimo grande manifesto di vanità prima di abbracciare uno stile, non meno capriccioso, che non dia l’impressione che Kill Surf City sia un salotto in cima ad una Torre d’Avorio.

Venezia, 28 novembre 2013.

Qui vive, studia e lavora Manfredi Pumo, l’editore che ha delineato l’identità grafica di Kill Surf City, uno dei due fondatori.
Lo abbiamo raggiunto io e Roberto Sajeva, l’editore che ha ridato il via alla rivista aggregando attorno ad essa la nuova vasta squadra.
Le sue motivazioni non sono segrete: si annoiava. Passeggiando di calle in campo, di ponte in fondamenta e di corte in rio, non ci nascondeva i suoi pensieri sulla crisi di Missione che vive la società,  sulla disperazione e l’autoindulgenza dei palermitani.
Pumo ci portò alla Libreria dell’Acqua Alta. Un guazzabuglio di libri che trasbordavano dalle marce scaffalature riempiendo i corridoi e le stanze; tutti così umidi che mi sentivo come certe ragazze che quando piove raccolgono randagi inzuppati. Mentre cercavo in una gondola (sì, usata come espositore) qualcosa da salvare, Roberto illustrava al collega cicerone le meravigliose riviste della Franco Maria Ricci. Ogni numero era una Wunderkammer stampata, raccogliente capricci delle arti minori da ogni epoca e cultura, pretesti leggeri per sviscerare uno Zeitgeist meglio dei manualoni accademici sull’Arte Ufficiale.
«Ecco!» disse Pumo «La mia idea di Kill Surf City dovrebbe essere qualcosa del genere. Un po’ Libreria dell’Acqua Alta. Un po’ di tutto, magari disorganico, anzi assolutamente disorganico e poi con questo fascino dello sfascio, no?»
«Sfascino, diceva Eleonora»
«Sì una cosa del genere. Ah. A proposito, che dice?»
«Master a Milano.»

Fra i rotti nugoli dell’occidente
il raggio perdesi del sol morente,
e mesto sibila per l’aria bruna
l’ultimo gemito della laguna.
A. Fusitano, Ode a Venezia

Il sole era tramontato ma ancora giravamo tra librerie antiquarie.
Nell’ultima di queste venimmo accolti da un rottame degli anni ’70, un emaciato libraio che, nella penombra serale al neon della sua bottega, con in sottofondo i New York Dolls, i Clash e quella che potremmo definire music for uplifting gourmandizers, indossava un paio di occhiali da sole teashade. Parlava un forbito dialetto veneziano con una voce gentilissima e annoiata.
Anche lui era troppo Kill Surf City.
«Totalmente punk, totalmente ma anche molto dandy!» furono le prime parole di Pumo quando uscimmo dalla libreria (acquistammo una vecchia edizione delle Note Azzurre di Dossi, un libro esoterico della Libreria Blu della Franco Maria Ricci e un paio di titoli di vecchia letteratura erotica).
«Sì il concept nostro dovrebbe realizzarsi tanto in qualcosa di capriccioso e retrospettivo quanto in qualcosa comunque di ribelle e non sofisticato, come il punk. Il dandismo è troppo affettato, oltre che abbastanza sterile. E poi sai, infilarci in questo filone seriale dei suffissi -punk non sarebbe sbagliato. Cyberpunk, steampunk…dandypunk?»
«Mmmh, sì hai ragione! Ma forse meglio gentlepunk»

I suoi vascelli   nel fulgido silenzio
misteriosi    come due giganteschi
spiriti, fatti    leggieri dall’ebrezza
che vi s’aduna,    dal sogno che vi ferve,
come le navi   dei templi della prece.
G. D’Annunzio, Nico

E ci portò presso la sua università, vista sulle Zattere, lungo il canale della Giudecca.
Si parlava di quanto interesse stesse destando Kill Surf City dopo solo poco più di un mese. Più che le visite, molte considerato che fino ad oggi il sito si è mosso solo per passa parola, il feedback sorprendente ci veniva dai colleghi di altre realtà strutturate.
«Però serve una review sulla qualità» fu la considerazione di Pumo «Dobbiamo sederci con Antonia (Antonia Cangemi, curatore editoriale N.d.A), rileggere tutti gli articoli e cominciare a capire che cosa abbiamo pubblicato, chi sono le nostre punte di diamante…che un po’ lo sappiamo ma solo a naso. E mi sembra che abbiamo pubblicato anche un sacco di merda»
Effettivamente in ‘sta rivista è stata pubblicata anche un sacco di merda…
Questo Editoriale, ultimo singulto di autoreferenzialità, serve anche da ammonimento quindi verso l’interno, dobbiamo darci una regolata perché dobbiamo far fruttare questo nostro investimento di tempo, denaro ed energie.
Quella sera a Venezia finì in una cucina afgana e si parlò ancora di qualità. Ricevetti un sacco di complimenti, con tanti se ma, per il mio articolo Cult sulla Vucciria, Tristi Topici, che rischia di diventare capitolo di una guida a Palermo.
Quell’articolo è stata la dichiarazione di ostilità a quella massa di disperati clown artistoidi, produttori improduttivi, manager mitomani, grattamuri e ingravidabalconi che appestano Palermo. Sono tipi che fanno, nelle fogne, da molto tempo, quello che Kill Surf City fa da pochi mesi sulla Torre d’Avorio: autoreferenze. Non si tratta però di una guerra tra bande nell’infima provincia europea, questi non ci sono nemici. Per noi sono dei moniti, e quindi ci sono utili. Fogna o Torre d’Avorio non sono il Mondo ed il mondo ha un sapore troppo buono per evitarlo. Sono due realtà alternative che non possono coesistere se non attraverso la conversione.
Noialtri con l’anno nuovo, fortificati oramai, siamo pronti a uscire dal nostro guscio sfilando coi nostri vessilli di guerra e ruggire contro i sottoprodotti di una cultura vecchia, retorica e polverosa.

Dunque à la guerre comme à la guerre, ma ovviamente niente zelo.