N. 11

  • 02
  • 1
  • 2014

Editoriale

di Camillo Bosco, Editor Comics

Inutile negarlo oltre, quindi vi darò una notizia che vi terrorizzerà come un cucciolo nel mezzo dei botti di capodanno: i fumetti stanno diventando cool.

Non c’è parola più bistrattata di “fumetto”. Forse esagero, perdonatemi, ma capita spesso quando l’argomento ti tocca personalmente e soprattutto quando non capisci la dinamica di una brutta abitudine: è vero, esistono tanti fumetti di merda, ma non mancano né film né libri di scarsissimo livello, e la loro esistenza non ha mai legittimato nessuno all’uso dispregiativo del termine filmico o libresco.

Questo double standard non ha davvero spiegazioni: seppur la crisi abbia decimato il pubblico, l’albo di Tex tutt’ora vende in Italia più che quelli di Superman o Batman in America (contando la disparità di popolazione, potete capire l’importanza di questo dato).

Hugo Pratt, Magnus, Pazienza sono autori che sono riusciti a superare la barriera ideologica eretta intorno alla nona arte, ma fino a poco tempo fa si trattava di casi isolati.

Un tempo il fumetto era un piacere privato, mai sociale. Dragonball era fichissimo, se avevi quindici anni: da “adulto” i soldi piuttosto che per certe sciocchezze è meglio spenderli per le rate dell’auto. O in cocaina, meglio.

Ora, a quanto pare, le nuove generazioni hanno trovato in Zerocalcare il loro simbolo. Gipi è sempre più amato a sinistra e i suoi fumetti vengono venduti di fianco ai romanzi best seller. Basta poi farsi un giro per la Rete per scoprire che non è abitata solo dagli elettori di grillo o da invasati nemici delle scie chimiche (le due figure spesso coincidono): i fumetti a distribuzione gratuita fioccano, e tra siti come verticalismi e shockdom e accessibilissime pagine Facebook l’offerta è vastissima, con prodotti capaci di non sfigurare di fronte a titoli professionali, anzi.

Inutile negarlo oltre: i fumetti stanno diventando cool. Presto dire “non leggo fumetti” verrà equiparato alla pubblica ammissione di non leggere libri o guardare film, e allora chi non avrà nella sua libreria l’ultima opera di Cyril Pedrosa o la collezione completa dei reportage a fumetti di Guy Delisle verrà considerato gretto e ostracizzato dal consorzio civile.

Prima che sia troppo tardi, prima che diventi veramente mainstream, prima di tutti i tuoi amici, fatti un favore: compra un fumetto. Vedi se al tuo edicolante è rimasta una copia di Naruto, magari…

E se non sei ancora convinto, ti lascio alle sagge parole di un buon artigiano ha detto di recente in una trasmissione televisiva:

Concita De Gregorio: “Voglio sempre evitare la parola fumetto, perché mi sembra che fumetto sia riduttivo. È riduttivo?”
Gipi: “No. Anzi, secondo me bisognerà abituarsi a usarla. Lo so, ha un carico strano, che viene da tempi passati, secondo me: ti dice che roba soltanto per bambini, ingenua.”
CDG: “Sì, un po’ un genere minore…”
G: “Eh sì, perché poi viene usata anche in quei termini. Come quando si dice “questo film sembra un fumetto”, come se fosse una cosa dispregiativa. Ma i tempi sono cambiati tantissimo.”
CDG: “E quindi si può dire fumetto?”
G: “Si DEVE dire fumetto. È un mezzo potentissimo.”
CDG: “Allora questi sono libri a fumetti?”
G: “Sì.”
CDG: “Beh, però questo è qualcosa in più di un fumetto, se posso dire.”
G: “No, è semplicemente un fumetto fatto bene.”

Buona lettura.