N. 12

  • 08
  • 1
  • 2014

Editoriale

di Roberto Sajeva, Editore e Direttore Ad Interim

Mentre la Francia era coinvolta nella Guerra dei Cent’anni, un duca, che aveva il suo dominio in Borgogna, decise di muovere guerra ai feudi e ai territori circostanti per inseguire il suo sogno di ricreare quel “Regno di Mezzo” ricavato dalla tripartizione dell’Impero Carolingio. Questo nobilissimo signore feudale era Carlo I di Borgogna, detto le Téméraire.
Carlo il Temerario era molto insofferente nei riguardi del Regno di Francia e non perse mai nessuna occasione (la ribellione dei nobili nel 1465, il fronte aperto con gli Inglesi, eccetera) per espandere la sua influenza al di fuori della Borgogna a danno del cugino sovrano. L’Avventura lo portò a espandere il suo dominio dalla Borgogna alle Fiandre, passando per la Lorena e il Lussemburgo. Provò addirittura a conquistare i cantoni svizzeri, dove i confederati lo sconfissero dando inizio al declino del suo sogno.

Stato nazionefeudalesimo e dieta federale, tre forme di stato e di governo contrapposte che hanno visto nella opposizione attiva di Carlo il Temerario l’ultima tra le principali sfide per imporre il proprio Spirito sul Tempo.
Lo Zeitgeist vincente fu quello del Regno di Francia, della Nazione e dell’Assolutismo a discapito del Feudalesimo e della società cavalleresca.
Da qui ad affermare che i balivi abbiano costituito “un passo avanti” rispetto alla rete vassallatico-beneficiaria, sarebbe solo un assunto ideologico, come del resto quasi tutti i giudizi di merito nella analisi dell’Esperienza Umana. La verità è che la Storia, anche nell’ambito di un universo deterministico come il nostro, la fanno gli uomini. Carlo il Temerario era quasi un anacronismo, un “reazionario” che portava avanti una battaglia, politicamente conservatrice, non tanto in nome di un sistema “retrivo” ma delle sue aspirazioni personali.

Spesso gli storici la fanno facile. Ci vengono a raccontare che il bonapartismo venne sconfitto, storicamente, con il Congresso di Vienna. Non è così. Napoleone è stato sconfitto nove giorni dopo la conclusione del congresso di Vienna a Waterloo, dopo aver fatto tremare per altri cento giorni l’Europa reazionaria. Inoltre il suo codice è stato fondamentale ben più dei principi di equilibrio e legittimità del mio amato Metternich. Questo è dimostrato dal fatto che la Restaurazione pose le basi, per Piemonte e Prussia,  rispettivamente dell’Unità d’Italia e del Großdeutsches Reich, tappe fondamentali (come la fine della Guerra dei Cent’anni) per l’allargamento delle frontiere, dell’egemonia borghese e, in ultima analisi, per l’Unione Europea.

Vogliono convincerci che non ci sia più spazio per ideologie (vecchie o nuove) e che oggi tutto quel che è stato proposto di progettuale prima del Millennium Flop non abbia più ragion d’essere. Perché non è moderno. Non avrebbero più senso le nazioni, non avrebbero più senso le religioni, le lingue, i retaggi culturali, tutto ciò che insomma compone l’identità di un individuo.
Questi falsi progressismi rappresentano l’anemia culturale e la tiepidità di questo nostro tardo Kalì Yuga, questa Età del Ferro così povera dove qualsiasi presa di posizione culturale, sociale o politica viene vista come illusione romantica. Tristemente, in realtà, siamo entrati in un’epoca in cui si è affermata quasi totalmente un’unica ideologia, quella della modernità.

Terribile come il nazismo nella sua intolleranza verso il difforme, il “Modernismo”, o peggio il postmodernismo, vuole appiattire tutto, eliminare le particolarità e le particolarità sono rifugi dell’anima, oasi in cui ci si salva dal deserto. Il deserto è violento anche se pacifico, non c’è bisogno di chiamare in ballo l’Agricola.
Un cinismo reazionario si cela dietro il disincanto sessantottino che, ancora egemone sebbene sconfitto, nega tutto il resto perché, se il suo sogno era impossibile, lo era perché ogni sogno sarebbe impossibile. Quest’arroganza disfattista si nasconde bene dietro anche a tanta sana ironia che, però, come spesso accade all’ironia in generale, si basa sul nichilismo.

Tutto scorre, tutto si fa fluido, niente regge più niente e tutto dunque affonda. Il postmodernismo crea un àpeiron, un oblio, un disincanto, un nirvana, un sonno in cui immergere ogni cosa e levare ogni significato, ogni senso, ogni prospettiva.
Il dramma è che oggi come oggi solo forze autoritarie e assolutiste riescono ad alzare la testa contro quest’infiacchimento, questo bitume nichilista

Per tale ragione è importante, su internet, per resistere alle derive violente e ripigliarsi dal galleggiare, puntare ad un settimanale pieno di capricci come questo. Dare ritmo, dare senso, dare valore alle cose. Usare un calendario ed un’agenda.