N. 17

  • 12
  • 2
  • 2014

Editoriale

di Chiara Arnone,

In un lontano e freddo 1885 così Friedrich Nietzsche parlava delle democrazie europee e del progresso:

Si chiami pure civilizzazione o umanizzazione o progresso ciò in cui oggi viene cercato il tratto distintivo degli Europei; o lo si chiami semplicemente, senza lode e biasimo, con una formula politica, il movimento democratico dell’ Europa [….]. Si formerà in media un livellamento e una mediocrizzazione dell’uomo, un utile laborioso, variamente adoperabile e duttile animale del gregge

Degli Europei dell’avvenire ci aveva pure azzeccato. Friedrich Nietzsche li chiamava lavoratori di vari generi, chiacchieroni, abulici ed estremamente disponibili, che hanno bisogno del padrone, di chi li comandi, come del pane quotidiano.

E sul futuro aveva già visto chiaro:

[…]mentre quindi la democratizzazione dell’Europa sfocia nella generazione di un tipo preparato  alla schiavitù, … l’uomo forte dovrà riuscire più forte e più ricco di quanto sia forse mai riuscito finora, grazie alla spregiudicatezza della sua educazione, grazie all’immensa varietà dei suoi esercizi, delle sue arti e delle sue maschere.

Sebbene viviamo nell’epoca delle passioni deboli, qualcuno si deve pur svegliare prima che anche l’ultimo uomo più forte e più ricco scompaia e rimangano solo schiavi senza padrone. Qualcosa è pur necessario che accada. Solo una nuova fase potrà farci uscire dall’ empasse che sta soffocando l’Europa e il mondo intero. Non è questione di inutili intellettualismi ideologici. Dovrà esserci una fase nuova e diversa. Qualcuno potrebbe dire che la storia si ripete. Bene. A cambiare però può e deve essere, allora, la narrazione. Questa è l’unico modo che ci permette di non perderci nel caos delle cose-che-accadono. Qualcosa di meno complicato di quel che sembri. Sarò più chiara.

La mediatizzazione della nostra esistenza ci mette di fronte a possibilità di trasformazioni molto radicali del modo di vivere la soggettività. Radio, televisione, giornali sono diventati elementi di una generale deflagrazione e moltiplicazione di visioni del mondo: non più una sola visione del mondo, ma un’esplosione di immagini, un’esplosioni di idee e con essa la dissoluzione dei grandi racconti.

Di conseguenza la società ha creato un mondo di culture plurali, una società babelica in cui si incrociano linguaggi, culture, modi di vita diversi e questo – a mio avviso – può costituire la migliore premessa a una forma di rinascita basato sugli ideali del pluralismo e della tolleranza ossia a un modello di umanità più aperto al dialogo e alla differenza.

Il proliferare di “immagini del mondo” porta con sé la paradossale conseguenza che diventa sempre meno concepibile l’idea di un mondo, di una realtà data unitariamente, cosicché pare avverarsi la profezia nietzscheana del mondo vero che alla fine diventa favola: non c’è più una realtà data, ma vi sono una costellazione di realtà o, meglio, di punti di vista diversi, di diverse interpretazioni, generando un diffuso effetto di oscillazione ed erosione dello stesso principio di realtà.

E così, se con la moltiplicazione delle immagini del mondo perdiamo il ‘senso della realtà’, forse non è poi una gran perdita: mettendo sulla bilancia ciò ch’è perso e ciò ch’è guadagnato, pare proprio che essa penda a favore del guadagnato, poiché è sì vero che ci troviamo di fronte all’impossibilità di afferrare in maniera decisiva il significato dell’essere, ma da ciò deriva la fine dei ‘pensieri forti’, convinti di avere in pugno la Verità, pronti ad esser chiusi alle culture altre perché prive di tale verità, nasce un pensiero che, consapevole dei propri limiti e dell’indebolimento