N. 25

  • 09
  • 4
  • 2014

Editoriale

di Alessio Mirante,

Al posto del tappeto rosso uno strato di asfalto fumante, appena steso da un’asfaltatrice che andava lenta, quaranta metri davanti a noi, sui suoi cingoli. Poco dietro una piccola autocisterna a passo d’uomo, accompagnata da due operai che spruzzavano acqua per l’aria. Infine il nostro piccolo corteo, mezza dozzina di persone, che sfilava davanti alla tetra Pripyat.

La città fantasma dell’Ucraina, la più ferocemente colpita dal Disastro di Chernobyl, con la sua ruota panoramica gialla mai usata, era una vanitas che ingombrava il respiro.

Sotto ad un poncho antiradiazioni, con le mani nelle tasche del mio brutto piumino (che non volli più usare dopo l’esperienza radioattiva, cominciando a indossare il loden di mio padre), marciavo in seconda fila con gli occhiali da sole, guardando il panorama carpenteriano con la coda dell’occhio (miope).

Ad un certo punto il caterpillar deviò, abbandonando la traccia di quel che restava delle strade cittadine; si infilò in una sterrata, continuando a stendere la pista in un rado pioppeto di orrendo squallore.
La passeggiata durò molto, fino ai margini della Foresta Rossa.

La pineta morta è una delle poche esperienze per cui un uomo, a patto che abbia un po’ di dignità, possa utilizzare l’abusato termine surreale.
Sebbene la maggior parte di quei pini sia stata abbattuta e seppellita, se ne trovano ancora molti di questi alberi, che sembrano fatti di qualche antico vetro rosso brunito.

E grida la candida Vila

Il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal Cielo una grande stella,
ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e delle sorgenti delle acque.
La stella si chiama Assenzio
Apocalisse di Giovanni

Chernobyl vuol dire Assenzio. Come farà l’astro della Fine del Mondo, ha arso e contaminato; come il distillato, fata madrina verde di generazioni di degenerati, ha ispirato e intossicato.
Non sono un uomo molto sensibile ma, davanti ai segni lasciati dal crepitare degli atomi divelti, dai lucori e fumi infernali del materiale di fissione, ho sentito in me quel che, in piccolo, l’anno scorso provai mentre prevedevamo la traiettoria di questo progetto editoriale. L’entusiasmo è una possessione aliena che guardo con orrore, è un’intossicazione d’assenzio che lascia depressi dopo i fuochi fatui di finte allucinazioni, mitologia di veggenza.

È passato un anno da quando abbiamo cominciato a far partire gli ingranaggi di Kill Surf City, sei mesi dal primo numero.
Va benissimo e, sebbene resti ancora qualche piccola intossicazione, affrontiamo le sfide future del mercato, dell’espansione e della qualità. “Sofferenza ci vuole, anche un bicchiere“, diceva Felice Romani nel Turco in Italia!
Per il resto, una dedica:

La radioattività un brivido mi dà
ma tu ma tu di più di più.
Eclisse Twist, Ammonio (Michelangelo Antonioni)