N. 29

  • 21
  • 5
  • 2014

Editoriale

di Gabriele Fazio,

Vinicio Capossela mi ha fatto piangere così tanto che se alle volte avesse ingaggiato un lottatore di sumo sadico mi sarei fatto meno male. “Dove siamo rimasti a terra Nuttless” è una di quelle canzoni che mi fa tornare indietro a quando ero un vero cazzone. Ora non sono diventato un genio, questo è certo, ma fare il cazzone non mi riesce più come una volta. “C’è un tempo per tutto” mi disse una volta una mia ex e in questo caso, non posso che darle ragione. C’è un tempo per tutto ed è un fattore indiscutibile. È per questo che ci affanniamo così tanto ad andar dietro a questo tempo, che portiamo orologi che funzionano anche sott’acqua, non riusciamo neanche a fare un bagno al mare senza avere il tempo sotto controllo, come se, tra l’altro, potessimo accelerarlo o rallentarlo con la forza del pensiero. Ed è forse per questo che ci arrovelliamo a inseguirlo, il tempo, come se avesse una coda dalla quale tirarlo, trattenerlo ancora un po’ con noi. È una puttana il tempo. Si fa annusare quanto basta per farti innamorare, scoprire continenti anche, per strapparti un sorriso, per farti sbirciare dal buco della serratura il tuo futuro e trovarlo, a sorpresa, gradevole, quasi auspicabile. Si concede a tal punto da farti pensare che una parte della tua vita, che sia il tuo lavoro, il tuo amore, la tua famiglia, la tua casa, sia sistemata definitivamente; in futuro dovrai preoccuparti di molte cose, non c’è dubbio, ma non di fare carriera a tutti i costi, mai più di cercare la compagna di vita che faccia al caso tuo o una tana abbastanza grande e confortevole. Quei problemi li sono sistemati. Per cui ti iscrivi in palestra, adotti un cane, decidi di pranzare con un panino fuori in un parco. Senti che il tempo sta dalla tua parte. Ti porti dietro un libro, un bel libro, non perché ti piace di più leggere all’aria aperta ma perché sei convinto che oggi ci sia il sole e tu ti ci vedi proprio disteso su un prato a leggere un libro, un bel libro, di quelli pieni di parole meravigliose. È un’immagine di te che ti piace, ed è bello alle volte rendersi conto di poter essere come davvero si vorrebbe essere. Ma poi tutto passa. Il tempo inizia a correre e lasciarti indietro, così ti accorgi che al giro di giostra successivo tutto il panorama è cambiato. Dov’è che siam rimasti a terra Nuttless? Perché giurerei che solo qualche giorno fa ero seduto sul sedile posteriore del tuo motorino, era estate, al mare, stavamo andando a comprare i cornetti caldi nel paese vicino e le mie braccia si muovevano come ali. E c’era Dario, ma c’era davvero. Era sul Liberty nero, accanto a noi, e le uniche voci che sentiva erano le nostre. Dov’è che siam rimasti a terra Nuttless? Quando abbiamo cominciato ad annoiarci, ad andare a letto presto, a negarci il tempo, quel tempo che ci ha proprio belli che fottuti? Torna indietro, solo un attimo, ridammi una sola estate, ridammi solo un altro maledettissimo giorno di scuola, anche il più pesante. Illudimi. Non c’è niente di male nelle illusioni se davvero riescono a darti un po’ di pace, a salvarti anche un misero momento. Ci sarà sempre spazio e, soprattutto, tempo per i momenti di merda, quelli in cui non riesci proprio a trovare dentro di te un briciolo di forza per fare il passo successivo, per decidere, per capire. Dov’è che siam rimasti a terra Nuttless? Non ci sono mai cascato io, davvero, che la vita sarebbe stata sempre una gran bevuta di vino della casa, di quelli che calano in gola freschi e lisci e fanno il giro lungo dalle gambe per poi correre veloci fino alla testa, ma come può essere svanito tutto come un cazzo di fantasmino dispettoso? È questo il tempo Nuttless? E che ci ha fatto? Come ha fatto a doppiarci? Perché non riesco ad arrendermi all’idea di aver visto, come se fosse una vertigine, quella merda di coda? Perché sono quasi certo di esser capace di mettere tutto al proprio posto? Perché provo l’illusione di poterci rincontrare un giorno di nuovo appanzati di gioia, a rincorrere un pallone su un campetto da calcio di sabbia? Come se niente fosse più importante, come se niente contasse davvero. Quando ci siamo arresi al destino? Quand’è che siamo rimasti col volante in mano incapaci di scegliere la strada? Impauriti da tutto, tremendamente vili, schifosamente assonnati. Quando ridere è diventata un’eccezione? Dov’è che siam rimasti a terra Nuttless? A queste domande non so rispondere, non credo neanche sia sano porsele, specie quando si è incapaci di trattare il tempo dall’unico punto di vista sensato: il suo passaggio. Dovremmo farci pace invece e salutarlo e pensare che ci sarà sempre una strada da battere, e dovremmo anche non prenderla come una sconfitta, ma capire che è nella natura delle cose la risposta. Noi restiamo, sempre, siamo condannati ad esserci. La tanta bramata immortalità l’abbiamo già superata, siamo andati decisamente oltre. Siamo sempre comunicanti, rintracciabili, registrabili, non moriremo mai e neanche ce ne rendiamo conto. Neanche riusciamo a gioirci. Il tempo invece passa sempre e si porta con sé tutto ciò che con tanta facilità ti ha regalato, anzi, ti ha fatto illudere di esserti guadagnato. Non è mai stata una nostra idea essere felici. Mai. È solo capitato. Il tempo è come le onde, basta solo aspettare quella giusta. Allora forse ho capito dov’è che siam rimasti a terra Nuttles, siamo sempre qui e non ci siamo mai mossi, è stato il tempo a cambiare non noi. Noi possiamo solo surfare sull’onda che ci capita e ringraziare Dio di avere ogni giorno il coraggio di affrontare il mare. Non so su quale spiaggia ti ha dirottato il tempo Nuttles, ma spero che un’onda prima o poi ti riporti vicino, anche giusto per dividerci una bottiglia e ridere assieme di tutto ciò che abbiamo fatto e poi lasciarci, senza rancore; perché la rabbia in fondo non è mai molto di più di una magra consolazione.