N. 3

  • 06
  • 11
  • 2013

Editoriale

di Carlo Miles Prestia, Editore Fondatore e Concept Maker

Non faccio ritorno in patria – per patria intendo la Sicilia – da più di due anni ormai. L’unica parentesi italica è stata quella di un breve viaggio di lavoro a Milano. Il ricordo più bello che ho di quel Marzo sono io alle 4.00 del mattino che cerco un distributore di sigarette. Trovarlo non è stato difficile, la parte difficile è stata trovare Piazza Salgari. Ci sono riuscito strappando informazioni qua e là a carabinieri, matti, barboni e travestiti brasiliani. Ogni direzione mi è costata una Lucky Strike. Alla fine ne avevo date via cinque, e altrettante ne avevo fumate. Ricordo con affetto l’incontro con questo transessuale brasiliano. “Sa come arrivare a piazza Salgari?”. “Che sei bello tesoro, hai una sigaretta?”. “Certamente”. “Che hai fatto le tue cose stasera?”. “Sono solo stato da un’amica”. “Vuoi farle di nuovo?”. “Ho detto amica, e comunque apprezzo molto l’offerta, ma devo trovare piazza Salgari”. In quel momento mi sono sentito a casa come non mi sentivo da tanto.

Dopo il mio rientro a Londra ho preso un lavoro part-time come assistente di galleria al Victoria & Albert Museum. La prima domanda che ogni gallery assistant ti fa al museo è “cosa vuoi fare nella vita?”. Devo dire che il V&A ricorda molto la Vucciria in quanto a concentrazione di “artisti incompresi”, giusto per citare il Conte. Con la differenza che si vive di giorno, non si beve e per gran parte del tempo regna il silenzio. Inoltre si parla uno alla volta. C’è insomma più spazio per la meditazione, ma il copione è abbastanza monotono. Tempo fa l’editore della rivista per cui scrivo a Londra ha rilasciato una dichiarazione che mi ha colpito. Ha detto che tutti quelli che lavorano nel mercato della cultura in Inghilterra stanno là perché il padre, la madre o lo zio erano là prima di loro. Mi ricordava qualcosa che avevo già sentito da qualche altra parte. Molti si trasferiscono nella capitale di Albione, più o meno speranzosi e spesso con le idee più confuse che mai, per trovare soltanto schiavitù e contratti a zero ore. Italiani, Spagnoli, Francesi, Polacchi, tutti laureati, tutti artisti, tutti scienziati, quasi tutti impiegati nel catering o a far la guardia ai sarcofagi. Insieme ai loro coetanei inglesi. In queste brevi conversazioni al limite delle gallerie ti viene da pensare a quella canzone, “Velleità” de I Cani. Il fatto è che “di questi tempi” i luoghi comuni vanno virgolettati. E che “di questi tempi” capita sempre meno di incontrare in pieno centro un trans che baratta due battute sconce e una Lucky Strike con delle indicazioni  per piazza Salgari. Siamo da anni vittime di un terribile virus kronemberghiano. E Kill Surf City, almeno per me, è strenua resistenza. A modo mio lo vedo un po’ come la gazzetta culturale di Radio Londra nella Terza Guerra Mondiale, la resistenza contro quella che chiameremo la Gentrificazione Della Mente.