Peak & Weak

Nuovi inizi e precoci addii

di Fabrizio Puleo 31 marzo 2014Commenti

Peak

WhoMadeWho – “Dreams” dreamscover

(Darup Associates)

In questo nuovo album il trio di Copenaghen imbraccia le chiatarre, mette da parte le atmosfere da clubbing, cambiando sorprendentemente direzione.  Abbandonate le velleitá disco-punk dei precendenti lavori, si dirige verso orizzonti new wave e synth pop.

“Dreams” é registrato su una propria etichetta discografica (dopo i recenti  trascorsi electro-oriented su Gomma Records e Kompakt) e giá questo é non poco significativo. Il suggestivo brano “New Beginning” é forse il manifesto del nuovo corso, una ballad dalle sonoritá mid-tempo e di approccio acustico e minimalista che suggerisce “il nuovo inizio” della band danese.

L’album si apre con il  convincente brano che da il nome all’intero lavoro, tra i pezzi migliori e giá secondo singolo (dopo il perfetto compromesso tra elettronica e pop di “In the Morning”). L’ammaliante “Right Track”, a differenza del titolo, é forse il brano piú debole del disco, e qui i WhoMadeWho sembrano voler omaggiare le atmosfere synth-pop di uno dei gruppi che ha piú influenzato il sound di questo album, ovvero i Depeche Mode. Nel dark-pop di “Traces” ci sono echi degli Air in versione “Vergini Suicide”.

Con “Heads Above” il ritmo torna a risalire e si torna a muovere testa e piedino. Ma l’irresistibile “Hiding in darkness” é forse il brano piú accattivante, dove i WhoMadeWho ricacciano fuori la loro indole danzereccia e quasi techno. In effetti, anche loro hanno ammesso di aver preso ispirazione per il brano dopo una selvaggia serata al club Berghain di Berlino.

I synths e le sonoritá piu elettroniche continuano a suonare anche in “Your Better Self” ma ad emozionare e sorprendere é la chiusura con “United”, altra ballatona di matrice lo-fi che sfocia su una scarica di synths verso la metá e poi addolcita dai coretti finali (in stile Sigur Ros).

“Dreams” é  un album che stupisce per certi versi e, anche se non ci offre nulla di trascendentale, ci regala poco meno di 50 min. di buona musica, versatile, orecchiabile e ballabile,  superando la sufficienza e premiando lo sforzo di una band, che forse  dopo 4 album e quasi 10 anni di attivitá, vuole ampliare la sua cerchia di sostenitori e sperimentare territori piú pop e analogici.

 

Weak

Foster The People – “Supermodel”images

(Columbia)

La prova del secondo disco mostra i limiti della band americana capitanata da Mark Foster. La vena compositiva e la freschezza impattante dello strepitoso esordio di “Torches” (2011), in questo nuovo “Supermodel” sono verosimilmente smarrite, in una deludente prova senza appello e senza attenuanti.

L’incorraggiante primo singolo “ Coming of age” non basta a ravvivare la staticitá di un disco forse fin troppo forzato e da cui ci si aspettava tanto, senza dubbio. Dove sono finiti gli inni indie-pop-dance “Pumped up kicks”, “Helena Beat”, “Houdini”, che avevano fatto sognare hipster e amanti  dell’indie danzereccio?

Forse in questo “Supermodel” i Foster the People chiedono troppo a sé stessi, e pretendono di sfornare un lavoro piú ricercato e ambizioso nei suoni (c’é anche spazio per una ballatona che poco si addice al sound della band) per apparire magari piú maturi e credibili. Ma il risultato é quantomeno rivedibile e quasi imbarazzante, ed é un vero peccato per una band che avrebbe dovuto, e potuto, confermarsi tra le piú frizzanti degli ultimi anni.

 

 

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