Il Pasto Nudo

Alla ricerca del genio di Oscar Wilde

di Giorgio Villani 19 ottobre 2013Commenti

Taluni scrittori, mercé loro tratti vistosi, finiscono coll’essere scambiati per esponenti di spicco d’un movimento del quale furono in verità soltanto debitori. Il che avviene per esempio con Oscar Wilde e l’estetismo inglese. Se i movimenti artistici premiassero i loro adepti in base all’abbondanza di prole, come avveniva sotto certi regimi politici, il Wilde meriterebbe davvero un posto di riguardo perché provvide a rimpinguar le file sia della narrativa decadente sia del teatro e della poesia. Sulla qualità di questi contributi si può però sindacare. Il suo celebre The portrait of Dorian Gray non è che un minestrone riscaldato con tante immagini trite, lunghe descrizioni e qualche preziosismo di terza mano. La sua funzione principale fu quella di ridurre i complessi concetti estetici dei romanzi di Walter Pater a frasette buone per l’ora dei pasticcini. Avesse fatto solo questo servigio al Pater! Egli fece anche d’una regola monacale un breviario di basso edonismo a tal punto che a leggere le sue pagine viene in mente quella caricatura che gli fece un suo raffinato contemporaneo Max Beerbohm, disegnandolo d’una sensualità flaccida e pesante. Oltre a ciò per essere un romanzetto di un centinaio di pagine accumula una densità di plagi prodigiosa. L’originalità assoluta, è vero, non esiste e nulla vi sarebbe di male nel ricalcare testi già noti non fosse che il Wilde ogni qual volta copia un modello lo fa presto rimpiangere. Il Dorian Gray nella struttura, nel crescendo della vicenda e nel finale ricalca The strange case of Dr. Jekyll and Mr.Hyde senza possedere però di Stevenson né il ritmo né la perfetta costruzione narrativa. Il tema del ritratto fatato deriva dall’Oval portrait di Poe, perdendosi tuttavia nel travaso la sensibilità morbosa dell’originale; con man pesante è poi saccomannato Á rebours per essere trascritto in una lingua più piatta e corriva. Wilde scrisse anche fiabette ma così fastidiosamente smancerose, d’un tono così affettato, leziosamente naïf da risultare stucchevoli dopo qualche rigo. Avesse posseduto l’ironia disinvolta d’un Beardsley, avrebbe saputo risolvere le sue rancide storielle, come quella di The Canterville Ghost, in sberleffo decorativo ma il suo modesto umorismo non gli consentiva di arrivare oltre qualche insulsa spiritosaggine! Si dirà che Wilde fu geniale creatore di aforismi e battute il che è vero ma questo genio lo spese quasi interamente nella vita non lascandone per le sue opere che poche once. E quando fece dire a Lord Henry che gli artisti di genio sono personalità mediocri e viceversa non ebbe mai tanta ragione. Così nelle sue commedie non si ritrova che l’ombra dello smagliante conversatore ch’egli doveva essere stato, l’ombra appunto perché a ben vedere della serqua di freddure propinata nei suoi testi teatrali il massimo che si può dire è che sono alle volte ingegnose scemenze. Una volta sola Wilde fu artista autentico, non in una commedia ma in un poemetto, The Ballad of Reading Goal.

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