Fotogrammi in movimento

Paradiso canino

di Nicola Franco 6 aprile 2014Commenti

Voglio subito mettere le cose in chiaro: non si può parlare d’animazione senza conoscere o considerare Don Bluth. Il suo notevole contributo al mondo animato è tutt’ora vivo nei ricordi di molti appassionati e leggenda per chi ha vissuto la propria infanzia a cavallo tra i fluorescenti anni ’80 e gli scanzonati ’90. Tutto è partito da quello splendido e inaspettato Brisby e il segreto di Nimh che ha rivoluzionato l’industria cinematografica dei disegni animati, apportando interessanti e mature aggiunte al panorama classico, che fino a quel momento comprendeva solo, o maggiormente, prodotti di origine disneyana (tenendo in considerazione il cinema più commerciale). Il successo della coraggiosa topina Brisby viene replicato con Fievel sbarca in America, continuando a narrare le gesta di intrepidi roditori occupati nel difficile compito di guadagnarsi un posto nel grande cerchio della vita. 

L’ascesa di Don Bluth e gli svariati riconoscimenti per avere riportato una boccata d’aria fresca nelle produzioni animate di quel periodo, come il riuscitissimo Alla ricerca della valle incantata, gli permettono di dedicarsi a un progetto più personale e libero da alcuni schemi narrativi che ritroviamo nei capitoli precedentemente elencati. Non mi perdo in inutili chiacchiere e non nascondo le mie preferenze: Charlie – Anche i cani vanno in paradiso è il più bel film d’animazione del regista americano e, seppure siano presenti svariati punti morti, riesce a impastare con arguzia diversi generi che normalmente faticherebbero a trovarsi nello stesso contesto. Al suo interno troviamo elementi noir, continue citazioni ai Gangster movie, sentimentalismi sorprendentemente non scontati e una carrellata di canzoni in puro stile Disney, che riescono ad entrare in testa senza risultare disgustose come un Croque Monsieur con gorgonzola. La storia inizia con la fuga del pastore tedesco Charlie e del suo amico bassotto Itchy da un canile municipale che ricorda, giocando con le similitudini, una prigione di massima sicurezza. Una volta scappati e raggiunto il luogo delle bische clandestine, dove un tempo il protagonista esercitava in veste di fondatore dell’attività, si ricongiunge con il suo vecchio socio d’affari, il bulldog Carface (chiaro omaggio al film di Brian De Palma), per riprendere insieme il loro business. Deciso a non considerare l’offerta di Charlie, il quadrupede gangster commissiona l’omicidio del suo compagno e ordina di farlo investire da una macchina per potere proseguire senza intralci nelle sue losche manovre. Una volta deceduto il pastore tedesco si risveglia nel paradiso dei cani, che gli viene offerto nonostante le molteplici malefatte, ma ritorna astutamente alla vita riportando indietro l’orologio che rappresenta il suo tempo sulla terra. Ritrovato il compagno di mille avventure, scopre che l’improvvisa fortuna del perfido Carface, durante il periodo di detenzione, ha avuto luogo grazie ad una bambina di nome Anne-Marie, che possiede il dono di parlare con gli animali e farsi così rivelare i vincitori delle gare da loro disputate. Con l’aiuto del fidato Itchy porta via la piccola dal nascondiglio del malvagio bulldog e con la promessa di aiutare i poveri come il celebre Robin Hood, e trovare dei genitori che l’adottino, sfrutta l’innata dote verbale per arricchirsi. Lungo il suo intricato percorso, che lo vedrà scontrarsi nuovamente con il suo acerrimo nemico, il furbo pulcioso capirà cosa conta veramente nella sua esistenza, e il finale non sarà poi così scontato. La cosa che salta subito all’occhio è la peculiarità di fare interagire gli animali con elementi normalmente destinati all’uso umano, creando un surreale universo che non sarà comunque difficile accettare con naturalezza. Vedremo quindi cani giocare d’azzardo, guidare una macchina e addirittura fumare, in un insieme che chiama a gran voce film come Scarface e Il Padrino.

Trovo ancora più interessante delle precedenti produzioni la linea grafica del film, che presenta uno stile estremamente caricaturale per le figure animali e realistico per quelle umane, in un connubio che non stona e al contrario arricchisce la visione stilistica dell’opera. Generalmente preferisco una sintesi visiva più accentuata rispetto alla perfezione di una fossetta o di un dettaglio fisionomico riprodotto fedelmente, ma in questo caso i personaggi umani, pur essendo molto realistici soprattutto nei movimenti, riescono a mantenere quel distacco favolistico che non troviamo, ad esempio, nel futuro Anastasia (sempre dello stesso autore). La recitazione di Anne-Marie riporta alla memoria i tempi andati in cui gli animatori prendevano spunto da attori in carne e ossa, occupati a interpretare alcune movenze coreografiche per rendere il personaggio il più possibilmente simile alla realtà. Ritroviamo invece la caratterizzazione quasi grottesca del mondo animale, riscontrata già nei gatti di Fievel sbarca in America, affascinando lo spettatore con un disegno più crudo e meno zuccheroso; una su tutte la scena in cui Charlie sogna di trovarsi all’inferno e scappa da entità demoniache che cercano di sopraffarlo, strizzando l’occhio ad altre produzioni come Taron e la pentola magica, di cui il regista è stato animatore prima di tagliare definitivamente i ponti con la Disney. Come ho già detto qualche riga fa, la scelta di percorrere la via musicale proponendo brani durante l’intera durata del lungometraggio, si rivela quantomai vincente. I pezzi sono parecchio recitati, a parte lo straziante solo della bambina e il duetto tra Charlie e un gigantesco alligatore, e si difendono abbastanza bene nel panorama musicale animato, soprattutto se si pensa che nello stesso anno ha fatto capolino La sirenetta, con alle spalle il contributo del compositore Alan Menken. Una produzione che non ha forse una personalità ben precisa, ma conquista gli spettatori di tutte le età con un mix narrativo e grafico che accattiva con la sua particolarità magnetica; sfido chiunque a non lasciarsi scappare una risata durante la prima nottata di convivenza tra Anne-Marie e il suo nuovo amico a quattro zampe. Charlie – anche i cani vanno in paradiso è uno di quei film che descriverei come una corsa sulle montagne russe di cui non si conosce il finale; inizia con una lunga, ripidissima salita, e poi tutto in discesa tra giri della morte e avvitamenti di ogni genere, fino ad arrivare a una morale che non puzza di retorica e commuove sinceramente. Un ottimo film d’animazione di un artista che dovrebbe, oggi e in futuro, essere sempre messo sotto i riflettori.

 

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