Attack/Release

Quando il Giezz ti salva la vita

di Fabio Rizzo 11 novembre 2013Commenti

Io non registro mai di domenica, ma stavolta girò così. Negli incastri di calendario dello studio, mille impegni e partenze varie, l’unica possibilità era quella domenica di inizio ottobre e quindi sticazzi.
Ci vediamo in tarda mattinata, colazione strategica, occhiali da sole post-sabato e via, subito in sala per il setup. Quartetto giezz, quattro pezzi in tutto, due in presa diretta e due “a click”.
Piccolo briefing col batterista, giusto per chiarire subito una cosa: noi diciamo noooooo alle batterie tipo giezz-fusion novantine con i pezzi tutti ben definiti tu-du-tu-du-tu-pah tipiche di molti dischi di quel periodo ma anche di un po’ tutti i dischi di Elio e le storie tese. Noi diciamo siiiiiii ad un suono di batteria come di uno strumento organico dentro ad una stanza, le cui dinamiche dipendono totalmente dal batterista e non dalla microfonazione, che peraltro è anche una brutta parola.

Piazziamo un Electro Voice 868 all’interno grancassa, vicino alla pelle battente, un SM57 sul rullante e due microfoni a nastro come overhead, in modo da avere dei piatti dal suono caldo: that’s it. In più mettiamo contrabbasso e chitarra acustica nella stessa stanza del batterista (rispettivamente microfonati con un Mojave U47-clone e un MD409) perchè per noi i rientri tra i vari strumenti non sono un problema, anzi.
E infatti l’idea di farli suonare insieme, senza separarli in stanze diverse per ragioni di controllo del suono, si rivela giusta: il sound è buono e i musicisti stabiliscono subito un ottimo interplay nonostante i vari hang-over incrociati.

Primo pezzo: buona la prima take, ne facciamo giusto un’altra di sicurezza ma ci siamo. Intanto fuori piove, piano ma costantemente.
Passiamo agli altri pezzi, due o tre take ciascuno e in un’ora abbondante tutte le quattro basi sono pronte. Il batterista allora può smontare le sue cose e cominciare a caricare la batteria in macchina perchè ovviamente la sera suona con chissà chi altri e chissà dove: i batteristi – soprattutto quelli giezz – sono le vere escort della musica.

Mentre lui va a prendere la macchina noi cominciamo a settare i microfoni per gli overdub di chitarra e per le voci definitive. Fuori piove, forte e senza sosta. E infatti il batterista torna completamente colato dalla testa ai piedi, ma è un duro, resiste, si carica la batteria da solo sotto il diluvio e se ne va, ridotto una pietà.

Noi invece siamo asciutti e pronti per gli overdub di chitarra: un bel suono primi anni ’70, la Martin del ’73 in questione si merita una lavoro di tutto rispetto, con un preamplificatore Neve serie 54 suo coetaneo e un microfono MD409 sempre di quegli anni. Poi un altro mic per il suono della stanza e siamo pronti.
Intanto cade un fulmine a non più di 100 metri da noi, il boato è pauroso e il clima in studio è un po’ meno rilassato di prima.

E proprio in quel momento, mentre il chitarrista svisa mille cose e si fa i suoi flash, il contrabbassista, sicuramente il più pragmatico, mi indica la porta di ingresso e dice: “Fabio, ma che cazzo sta succedendoooo!”. Io non credo ai miei occhi o semplicemente non voglio crederci. Un fiume in piena invade l’ingresso dello studio passando da sotto la porta e in un attimo io capisco: a) che c’era un motivo superiore per cui io ero lì a registrare di domenica un gruppo giezz; b) che quella lì non era più una sessione di registrazione di un gruppo giezz ma una battaglia contro la violenza degli elementi naturali; c) che quelli che avevo con me in studio non erano più dei giezzisti ma i compagni di un’avventura che nella migliore delle ipotesi sarebbe finita abbracciandoci per un’impresa riuscita, bevendo amaro Montenegro.

Abbandonate in un attimo le rispettive posizioni artistiche, cominciamo ad affrontare a braccia l’acqua che entra velocissima e punta dritto verso la regia e la sala di ripresa. In un barlume di lucidità mi fiondo sul salvavita e stacco la corrente, mentre contrabbasso e chitarra si procurano delle scope e cominciano ad affrontare il fiume che ormai ha conquistato l’ingresso e parte della sala.
A questo punto capisco che siamo qualcosa di non troppo diverso da una band e che stiamo intuendo una partitura comune che può funzionare solo se ognuno fa la propria parte: contrabbasso-man apre la porta d’ingresso e si mette a respingere l’acqua ancora prima che ne entri ancora dentro. Io e la cantante siamo nell’ingresso con le coperte trasformate in dei mega-salsicciotti stesi a terra ad arginare il mare, mentre chitarra-man si mette a presidiare la regia quando l’acqua è già a pochi centimetri dai convertitori digitali e il resto delle macchine. A pochi centimetri dalla tragedia, insomma.

Belli i preamplificatori, i compressori, i microfoni di 40 anni fa, ma quando arriva la bomba d’acqua servono scope, stracci, secchi, tutto quello che manca a noi. E urgono rinforzi. Mi fermo un attimo per fare due telefonate e fare convergere tutte le unità allo studio. Lì mi rendo conto di quanta acqua fosse entrata in sala di ripresa.
I tappeti, i cavi, le ciabatte microfoniche sono sotto tre dita d’acqua. Il contrabbasso è lambito e subito viene messo all’asciutto. I microfoni per fortuna erano tutti sospesi ad un’altezza sufficiente.

All’improvviso l’idea geniale di contrabbasso-man: abbandona la sua posizione appena fuori dall’ingresso e si lancia sugli scarichi otturati della terrazza su cui si affaccia il nostro studio. Zuppo sotto il diluvio, stacca le griglie di metallo dagli scarichi e in pochi minuti scorre via tutta la massa d’acqua che aveva trasformato la terrazza in una piscina e il nostro studio in una cazzo di risaia.

Gli assoli di contrabbasso nei pezzi giezz sono noiosissimi. Peggio ancora quelli di basso elettrico, infatti ai concerti se a un certo punto scatta l’assolo di basso la gente si alza e va a bere, inizia a parlare, vuole morire, insomma vorrebbe essere ovunque tranne che lì in quel momento.
Io ho assistito invece al più bell’assolo di contrabbasso mai registrato da queste parti. Lo slancio emotivo, lo sprezzo del pericolo, la prontezza di riflessi di quest’uomo e musicista giezz hanno salvato il nostro studio diradando ben presto le nubi e riportando il sole estivo di ottobre sulle nostre intenzioni musicali e in generale sulle nostre vite.

Lo studio era salvo, la sessione di registrazione totalmente sminchiata ma recuperabile nei giorni successivi e soprattutto io avevo assistito alla metamorfosi di un gruppo giezz in commoventi salvatori della patria.

La morale di questa storia è che io amo il mio lavoro perchè dietro ogni cosa c’è sempre un fatto umano e un cuore grande, ma soprattutto perchè posso farlo ancora e non ci ho appizzato tutte le macchine dello studio.
Viva il giezz!

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