La Loge d'Apollon

Raimondo Lanza di Trabia

di Giorgio Faraci 27 ottobre 2013Commenti

Sottile è la linea tra grandeur e megalomania, in questa rubrica ci proponiamo l’obiettivo di diffondere frammenti delle vite di Siciliani che hanno vissuto le loro inquiete esistenze in maniera coraggiosa o addirittura irresponsabile, proponendosi sempre nuove e grandiose sfide, interpretando lo spirito allo stesso tempo forte e decadente della nostra Isola di Dei in cui, per citare Tomasi di Lampedusa per bocca del Principe di Salina: “i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti”.
Dopo aver citato Tomasi di Lampedusa vogliamo narrare di colui il quale è stato definito l’ultimo Gattopardo, Raimondo Lanza Branciforte di Trabia, i cui natali arrivano addirittura a Bianca Lancia, sposa di Federico II di Svevia. La casa Trabia contò nei secoli sette principati, due ducati, due marchesati e una trentina di baronie; i Trabia erano Pari del regno.

Raimondo nacque nel 1915 come figlio illegittimo dalla relazione del Principe di Scordia Giuseppe e dalla nobildonna veneta Maria Maddalena Papadopoli Aldobrandini, di sei anni più anziana e già sposata. Proprio questa relazione provocò la messa al bando di Don Giuseppe da Palazzo Butera ma la Prima Guerra Mondiale portò alla morte dei suoi fratelli, Ignazio e Manfredi, lasciando quale unico erede maschio proprio il Principe bandito e i suoi figli illegittimi.

Subito dopo morì anche Don Giuseppe e i nonni Don Pietro e Donna Giulia, nata Florio e sorella di quell’Ignazio jr. che fu il protagonista della “Palermo felicissima” della Belle Époque, si rassegnarono ad accogliere a palazzo il piccolo Raimondo, erede maschio della dinastia. Alla sua vista Donna Giulia rimase immediatamente conquistata dal temperamento e dalla forza, tanto da affermare: “Si vede subito che è un Trabia”. Il suo riconoscimento a legittimo erede di Casa Trabia arrivò in seguito, grazie all’intervento del Duce.
Raimondo fu un gran tombeur de femmes, valoroso soldato impegnato in missioni segrete prima nella Guerra di Spagna e poi nella Seconda Guerra Mondiale, in cui favorì lo sbarco degli Alleati. Fu fidanzato con Susanna Agnelli e amante di Joan Crawford, Olivia de Havilland e Rita Hayworth; amico di Errol Flynn, Gianni Agnelli e Ranieri di Monaco; andava a caccia di tigri con lo Scià di Persia ed era appassionato di corse automobilistiche tanto da divenire protagonista di alcune edizioni della Targa Florio.
Probabilmente fu proprio la sua amicizia con Gianni Agnelli, patron della Juventus, a stimolargli nel 1951 l’idea di acquisire e rilanciare il Palermo Calcio, squadra mediocre. Il primo passo fu la scelta dell’allenatore Gipo Viani, molto quotato e famoso per le sue formazioni, che riuscì a portare il Palermo in Serie A. Viani suscitò l’invidia di Agnelli. Il principe era un tifoso sfegatato e incarnò in maniera spettacolare ed esagerata il suo ruolo di Presidente.

Durante una partita Nancy-Grenoble, cui assistette in compagnia di Ranieri di Monaco, decise di accaparrarsi il giocatore danese Helhe Bronée, a cui fece un’offerta milionaria invitandolo poi a palleggiare nella sua villa mentre prendeva l’aperitivo con gli amici. In una di queste serate fece con Bronée una sfida: un’auto sportiva se riesce a non colpire i mobili con il pallone; il calciatore vinse una BMW 2000.
Raimondo capì che bisognava spettacolarizzare non solo le partite ma anche tutto quello che vi ruotava intorno al mondo del calcio, come la compravendita di calciatori o le trattative tra le squadre; divenne così l’inventore del calciomercato italiano. Per far ciò bisognava trovare un luogo e fissare un appuntamento pubblico per potersi incontrare e fare gli scambi in maniera pubblica.

Il principe scelse Milano, sede della Borsa Valori, stabilendo il suo domicilio all’Hotel Gallia, un enorme edificio di fronte alla Stazione Centrale, alla suite 131, in cui nudo nella vasca da bagno riceveva allenatori, agenti, procuratori, calciatori, giornalisti o chiunque lo chiedesse; al termine di ogni colloquio le notizie passavano subito ai cronisti della Gazzetta dello Sport, sempre nella hall dell’albergo.
Raimondo si divertiva anche a mettere in giro erronee notizie, alimentando polveroni su promesse d’ingaggio, in un susseguirsi di notizie e smentite; mantenendo sempre l’interesse su di sé e uscendo sulle copertine di tutte le testate sportive. In breve era diventato il personaggio centrale del campionato.

Memorabile fu la sfida con Gianni Agnelli, più per gioco che per reale interesse, per aggiudicarsi un giocatore turco, Gulesin Sukru, in cui uscì vincitore Raimondo. Alla fine del 1952 dopo sole due stagioni e due campionati il Principe annunciò di voler lasciare la presidenza della squadra; questa decisione, tanto inattesa quanto irerevocabile, sprofondò nella disperazione i tifosi che, con il Principe, salutavano anche le speranze di vedere il Palermo vincere lo scudetto.

Il barone Arcangelo Alù si propose come successore al comando della squadra ma, reputandolo inadeguato, Raimondo studiò un modo per allontanarlo dal Consiglio di Amministrazione al momento di decidere il passaggio di testimone. Quando il C.d.A. si riunì un usciere disse al barone suo figlio fosse finito in ospedale. Alù uscì subito per raggiungere il figlio ma lo trovò in casa, in perfetta salute.
Tornò immediatamente alla sede del Palermo Calcio, tutto però era già stato ormai deciso; Alù furioso per essere stato raggirato sfidò a duello Raimondo, che accettò subito affascinato dall’idea di battersi. La sfida “al primo sangue”, non mortale dunque ma finalizzata solo a lavare l’offesa, fu fissata dopo due settimane. Di duelli così a Palermo non se ne tenevano ormai da anni; Raimondo si preparò al castello di Trabia con un maestro di scherma e il suo fidato Zizzo.

Il Principe combattè a torso nudo e mise a segno ben trentatre assalti, fino a che non graffiò sulla spalla il barone Alù, che fu dichiarato sconfitto; l’incontro si concluse con una cena luculliana. La notizia fece un tale scalpore da diventare la copertina del popolare settimanale “Domenica del Corriere”, disegnata dall’illustratore Walter Molino.

Nel 1953 sposò l’attrice Olga Villi, da cui ebbe le figlie Venturella e Raimonda. Nella sua breve vita dilapidò il suo patrimonio, derivante in gran parte dall’incredibile dote, tale da farne parlare in tutta Europa, assegnata a Donna Giulia Florio quando andò in sposa al Principe Pietro.
Quale epilogo più degno per concludere una vita così incredibilmente teatrale? Nel 1954 Raimondo Lanza Branciforte di Trabia si lanciò dal secondo piano dell’Hotel Eden di Roma.
Come gli dedicò il suo amico Domenico Modugno:

Sbadiglia una finestra
sul fiume silenzioso
e nella luce bianca
galleggiando se ne van
un cilindro
un fiore e un frack.

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