Il Grande Vetro

Robert Capa non esiste, ovvero la storia di Gerda Taro

di Davide W. Pairone 26 novembre 2013Commenti

A partire dagli anni ’70 all’interno dei dipartimenti umanistici delle università americane ha preso piede, fino a conquistare una sorta di egemonia, la teoria critica improntata sui cosiddetti gender studies come approccio interdisciplinare che riconduce le produzioni culturali di epoche e popoli alle differenze ed identità sessuali. Un taglio politico che ha trasferito il campo dei significati artistici sul piano delle battaglie per i diritti civili e  per la liberazione sessuale nel più ampio contesto di una critica del sistema culturale ed economico occidentale. Negli anni il terreno di queste battaglie si è man mano ristretto e trincerato dietro la comodità delle cattedre, perdendo contatto con il tessuto vivo della società  e finendo per costituire nulla più che un’occasione per pubblicazioni poco lette, seminari poco frequentati, velleità artistiche poco fondate. Ancor più grave, la teoria post-femminista e post-coloniale ha di fatto elevato a feticcio di consumo culturale quei “margini del discorso” attraverso un processo di inglobamento e dissoluzione dell’alterità perfettamente incarnato ad esempio nelle foto esotiche di Steve McCurry. E più in generale nella trasformazione radicale della fotografia di reportage in pura messa in scena, edulcorata e pronta alla commercializzazione presso le cattive coscienze dei consumatori occidentali – come dimostra il notevole successo del patinatissimo coffee table book Before they pass away del britannico Jimmy Nelson.

Eppure non tutto il lavoro della critica di genere ed etnìa va buttato con l’acqua sporca: per ogni sopravvalutata Shirin Neshat esistono anche riscoperte meritevoli, continenti sommersi della cultura che, a causa di logiche maschiliste/imperialiste/fallocentriche o più semplicemente per mera casualità, rischiavano di scomparire del tutto dagli orizzonti della considerazione critica. In questi giorni si celebra con profluvio di mostre e pubblicazioni l’anniversario della nascita di Endre Erno Friedmann, celebre fotografo ungherese meglio noto con lo pseudonimo di Robert Capa. Il suo lavoro è stato sviscerato in ogni aspetto, compresa la recente rivalutazione della produzione filmica, ed è ormai conosciuto come il più importante reporter di guerra del ‘900, in virtù delle potenti testimonianze raccolte in prima linea dalla guerra civile spagnola al conflitto arabo-israeliano fino alla morte in Indocina. In effetti, senza il contributo del 1994 ad opera della studiosa Irma Schaber, sapremmo poco o nulla dell’altra metà, letterale, di Robert Capa; lo pseudonimo adottato da Friedmann nel 1933 non designa infatti l’alter ego del fotografo ungherese ma si configura come vero e proprio nome collettivo inventato dalla meno nota Gerta Pohorylle. Ebrea polacca nata a Stoccarda, Gerta rappresenta un brillante esempio di donna emancipata e cosmopolita che la storia ha relegato frettolosamente a semplice discepola e “compagna di” un più illustre maschio bianco “autore”, quando a lei andrebbero ascritti i meriti di precise scelte e strategie di comunicazione particolarmente innovative e decisive nella fortuna del brand “Robert Capa”. Il contesto nel quale naque il sodalizio professionale e umano fra i due è la Parigi fra le due guerre, in pieno fermento politico e culturale, lì dove si intrecciano le storie dei movimenti socialisti e operai con le istanze delle avanguardie artistiche. Lì Friedmann e Pohylle si conoscono, si amano e gettano le basi per una magistrale operazione di propaganda politica il cui primo passo consiste nel conio di un nome semplice, immediato, capace di essere riconosciuto e compreso in diverse lingue. Armati di conoscenze tecniche poco più che rudimentali i due partono per la Spagna dove si uniscono ai ribelli antifranchisti e iniziano a documentare la guerra civile con l’intento di far circolare in tutto il mondo occidentale le immagini dei feroci bombardamenti dei nacionales. Scatti che sono passati alla storia del fotogiornalismo, che furono mezzi efficacissimi di propaganda degli ideali comunisti perché immediatamente pubblicate su riviste internazionali come Regards e Vu lungo una catena di informazione e comunicazione decisamente all’avanguardia. Per comprendere questo aspetto fondamentale bisogna fare un passo indietro, al lavoro svolto da Gerda presso l’agenzia Alliance Photo: è qui che la fotografa affina strumenti e conoscenze riguardo il mercato, la promozione, l’editing e in generale riguardo tutti gli aspetti che vanno oltre lo scatto in sé. Gerda inventa lo pseudonimo condiviso “Robert Capa” e organizza la rete di contatti grazie ai quali le fotografie possono circuitare, passare da semplice documento a icone dotate di un “effetto di realtà” incisivo e pervasivo nelle coscienze dei cittadini europei. Gerda dimostrò così una precocissima consapevolezza della guerra mediatica, della manipolazione propagandistica dell’opinione pubblica  e di quella comunità internazionale che si espresse nei 60000 volontari della Brigata Internazionale giunta in soccorso dei repubblicani spagnoli. Oggi dunque poco importa l’autenticità del Miliziano colpito a morte (1936), l’impressionante scatto che valse a Robert Capa la notorietà a livello mondiale; che fosse una messinscena o una testimonianza diretta del coraggio di Capa, giunto a pochi passi dai proiettili per fermare nel tempo la suprema fatalità dell’attimo. Poco importa che lo scatto venga attribuito a Gerda o a Friedman, il punto è la strategia di creazione del mito messa in atto dal brand Robert Capa, l’efficacia retorica di frasi come “La miglior propaganda, è la verità” o “Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino”.

La muerte de un miliciano

Nel 1937 Gerda assunse un proprio autonomo nome d’arte, Taro, e, mentre Friedman tornava a Parigi per una manciata di giorni, firmò il suo primo e unico reportage solista nella battaglia di Brunete, alle porte di Madrid. A causa di una stupida, casuale fatalità, Gerda Taro rimase schiacciata dai cingoli di un carro armato “amico” e dopo una lunga agonia affrontata con leggendaria freddezza e dignità, si spense a soli 27 anni. Il carattere estroverso, brillante e incendiario, il coraggio mostrato in prima linea durante la guerra e la passione politica ardente ne fecero un simbolo della resistenza antifascista tanto che i funerali a Parigi furono accompagnati da una folla di 200000 persone, da un elogio funebre declamato da Neruda e da un tumulo scolpito da Giacometti; nemmeno i nazisti si dimenticarono di lei quando, conquistata la capitale francese, devastarono la tomba per fiaccare lo spirito dei maquis.

Dopo la guerra sulla memoria di Gerda Taro scese l’oblio fino alla riscoperta degli anni ’90, la sua figura oscurata dai crescenti successi del compagno che aveva ormai assunto stabilmente il nome Robert Capa e che aveva fondato la storica cooperativa Magnum Photos insieme a Cartier Bresson, Seymour e Rodger, inaugurando una nuova era nel copyright e nell’autorialità del mezzo fotografico. Impossibile non vedere, alla base di questa rivoluzione, il contributo pioneristico di Gerda Taro e la lungimiranza con cui questa donna straordinaria fu in grado di anticipare le istanze del mondo della comunicazione contemporanea fatta di immediatezza, iconicità e un certo grado di manipolazione mitopoietica.

 

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