Fotogrammi in movimento

Sogni bidimensionali #1

di Nicola Franco 16 marzo 2014Commenti

L’animazione in computer grafica è oggi una realtà consistente e praticamente assoluta che ha saputo ritagliarsi lentamente il suo spazio, scavalcando in maniera quasi scorretta i metodi tradizionali in due dimensioni. Questo ha generato nel tempo due fazioni rivali pronte a sbranarsi come fossero davanti all’ultimo boccone di una pietanza irresistibile e appetitosa. Ancora oggi la battaglia continua a infuriare rievocando successi e fallimenti di un periodo che ormai volge al termine, se non per alcuni rari casi. Gli accaniti sostenitori del filone bidimensionale non potranno dimenticare facilmente lo scontro all’ultimo lucido che a partire dal 1998 ha cominciato a scatenarsi tra la Disney e la neonata Dreamworks.

Quest’ultima ha saputo tenere testa alla scomoda concorrente con la realizzazione de Il Principe d’Egitto, che ha surclassato Mulan grazie alla maestosità degna del colosso cinematografico I dieci comandamenti che l’ha preceduto. Dopo l’incredibile risposta positiva del primo film, la Dreamworks si tuffa a capofitto nella lavorazione di altri prodotti sviluppati grazie all’uso delle consuete tecniche d’animazione, e dopo La strada per Eldorado e Spirit cavallo selvaggio (con unico intermezzo computerizzato, Z la formica), riporta alla luce l’affascinante figura di un leggendario marinaio arabo. Ispirato ai celebri racconti orientali di natura fantastica, Sinbad la leggenda dei sette mari riporta sul grande schermo lo spirito dell’avventura e regala un’esperienza fortemente legata all’immaginario di Salgari e Stevenson, condito con un’abbondante porzione di salsa pop. Si ha fin dalla prima scena una sensazione di continuo déjà vu che non stona con i ritmi connessi al particolare tipo di narrazione e caratterizzazione dei personaggi, facendo seguire lo svolgersi degli eventi con inaspettata naturalezza e curiosità. La storia segue i passi del lupo di mare Sinbad, nelle inedite vesti di pirata, intento a rubare il libro della pace dalla stiva della nave del principe Proteo di Siracusa, amico d’infanzia del protagonista. Incastrato dalla dea della discordia Eris, impadronitasi del suddetto oggetto magico, Sinbad proverà la sua innocenza recuperandolo ai cancelli del Tartaro, sventando così la possibile condanna a morte dell’amico Proteo deciso a sostituirsi al pirata fino al suo ritorno al porto di Siracusa. Durante il suo percorso in mare, il protagonista sarà accompagnato dalla bella Marina, promessa sposa del principe, dal fedele e bavoso cane Scheggia e naturalmente dalla sua irrefrenabile ciurma di manigoldi, che non mancheranno di tirarlo fuori dai guai in più di un’occasione e raggiungere il Tartaro per contrastare la dea malvagia. A differenza dell’originale controparte cartacea troviamo diversi riferimenti alla mitologia greca: l’intero lungometraggio sembra essere un chiaro omaggio all’Odissea, mostrando in una delle scene più riuscite e affascinanti l’incontro con le sirene, impegnate a fare schiantare le navi dei marinai incantandoli con il dolce suono delle loro voci.

Altre bestie primordiali e creature leggendarie collegate ai racconti fantastici arabi e nordici fanno capolino, rivelando uno stile interessante che unisce la computer grafica all’animazione bidimensionale; un buon compromesso che ha messo d’accordo le due tifoserie avversarie. La sequenza che rievoca un celebre passaggio delle antiche storie di Sinbad, regala l’imponente figura del falco gigante in una versione albina, per giustificare l’accattivante scelta di ambientare una delle parti del viaggio in un paesaggio innevato dal clima pungente. Stilisticamente siamo di fronte a uno dei migliori concept grafici che abbia mai avuto modo di vedere, riuscendo nell’ardua impresa di migliorare il tratto già incredibilmente versatile de Il Principe d’Egitto, sovrascrivendosi con un’impronta spigolosa che coniuga sinuosità e leggerezza assoluta. Quasi inverosimili per il loro magnetismo il personaggio e la linea flessibile della cattiva Eris, che modella la sua afrodisiaca figura mimetizzandosi all’interno di scie di fumo che ne evidenziano i tratti caratteristici. Più di un punto andrebbe assegnato alle coreografie di combattimento e alla notevole fluidità dei movimenti, che emulano le strutture di alcune celebri Boss fight videoludiche e conquistano l’attenzione del pubblico senza particolari difficoltà. La sequenza d’apertura con l’attacco di una furiosa creatura degli oceani ai danni della Chimera, la nave di Sinbad, è un esempio lampante di tale dinamicità e coinvolgimento.

L’epica e travolgente colonna sonora di Harry Gregson Williams accompagna le gesta eroiche della simpatica canaglia con trionfanti melodie che enfatizzano il richiamo dell’avventura facendo immaginare regni perduti e mari misteriosi, definendo con efficacia un lavoro di ricerca molto dettagliato. Il tema musicale principale del film entra automaticamente e quasi forzatamente in testa, complice anche la somiglianza con il più riconoscibile tema de “I pirati dei Caraibi” della Disney, uscito anch’esso nello stesso anno di produzione; se possa esserci stata una fuga d’informazioni non ci è dato saperlo.

Nonostante il mio parere più che positivo, il lungometraggio che ha riportato in auge gli standard dei romanzi d’avventura, scimmiottando la scia già seguita dalla nota concorrente con Atlantis – L’impero perduto, non è riuscito a conquistare il pubblico e la critica, guadagnandosi il titolo di uno dei prodotti d’animazione più anonimi del vasto universo del settore. Che l’insuccesso sia dovuto al primo capitolo della saga cinematografica del capitano Jack Sparrow o per la decadenza delle produzioni animate bidimensionali di quel periodo? Mistero. Quello che ho visto e continuo a rivedere notando sempre un dettaglio diverso è un film forte, vigoroso, che instilla in modo congeniale un senso di libertà assoluta nello spettatore. Lasciarsi trasportare dalla sua eleganza tinta dell’immaginario rosso corallino dei mari non sarà un difficile compito per chi avrà la fortuna di ammirare questo splendido esempio d’arte animata. Essendo in casa Dreamworks questa mia affermazione potrebbe stonare un po’, ma si potrebbe considerare Sinbad- La leggenda dei sette mari un intramontabile “classico” nella fantasiosa e vasta epopea animata di nuova generazione.

Aspettando che si adoperino nuovamente per qualche altra produzione tradizionale, mettendo da parte per un po’ draghi, panda combattenti e orchi verdi, continuerò a seguire il loro sì potenzialmente contestabile, ma indubbiamente stimolante e sperimentale percorso in due dimensioni, che mi ha nuovamente regalato le sensazioni indimenticabili della mia infanzia. Basta chiudere gli occhi, isolarsi un attimo e immaginare bianche spiagge caraibiche e mari in tempesta, dove infuriano feroci battaglie tra galeoni pirata e navi mercantili cariche di immensi tesori.

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