Fotogrammi in movimento

Sogni bidimensionali #2

di Nicola Franco 27 aprile 2014Commenti

Quando nell’aria si avverte l’odore della carne arrostita e uova di cioccolato adornano le tavole, trovando conforto nei nostri stomaci, vuol dire che Pasqua è arrivata. Ma è anche passata. Approfitto quindi di questo periodo di festa, in ritardo di una settimana per problemi tecnici che hanno minato l’operato di Ksc, per analizzare un capitolo speciale della cinematografia animata, che molti hanno dimenticato o addirittura mai visto. Continuando il ciclo dedicato alle produzioni bidimensionali della Dreamworks, iniziato con lo splendido Sinbad – La leggenda dei sette mari, introduco il secondo lungometraggio da analizzare.

Il principe d’Egitto è il primo lavoro dello studio d’animazione, entrato in scena nel 1998 contemporaneamente all’uscita nelle sale di Mulan della Disney. La scelta di affrontare un tema biblico presente nelle pagine dell’Esodo è chiaramente collegato a motivi commerciali, per accattivare un pubblico vastissimo e guadagnarsi la possibilità di iniziare un lungo percorso narrativo e remunerativo con le future opere. I fatti raccontati attraverso le straordinarie immagini in movimento di questa perla del cinema si basano sulla storia di Mosè e la conseguente liberazione del popolo ebraico. La pellicola ispirata alla Bibbia si prende diverse licenze artistiche e strutturali, che rafforzano maggiormente la trama per una migliore resa sul grande schermo. Non troverete finali alternativi o cambi sostanziali alla vicenda originale, quanto invece una più intensa analisi di quello che dovrebbe essere per molti il significato della fede. Assistiamo per la prima volta a un film d’animazione per famiglie che fatica a nascondere il suo indirizzo verso un pubblico maturo e smaliziato, e riaccende un’inaspettata speranza anche nei cuori più gelidi e scettici. Sviluppare un film del genere, con toni che fanno onore ai colossi d’un tempo, non è cosa da prendere sottogamba. Il principe d’Egitto riesce nell’impresa di emozionare e coinvolgere anche i più lontani dal disegno divino di origine cristiana, cullandoli e in seguito strattonandoli con violenza verso un finale che libera l’anima. La struttura narrativa è solida come i Menhir di Obelix, e l’aspetto grafico è uno dei più riusciti del panorama animato. Mi perdo nei tratti spigolosi dei protagonisti, volti ad accentuare la regalità delle figure, e in quelli più squadrati e in alcuni casi tondeggianti del popolo ebraico. Parlare della sintesi visiva di questo capolavoro è come descrivere La Guernica di Picasso, semplicemente perfetta. Forse il modo più immediato per comprendere questo particolare studio sui personaggi è quello di guardare attentamente la linea sinuosa e nello stesso tempo statuaria della giovane moglie di Mosè; una figura femminile che risulta essere una versione 2.0 di Esmeralda de Il gobbo di Notre Dame.

La regia e il montaggio sono la chiave del successo di questa mastodontica produzione, e regalano inquadrature e tagli che ricordano il rigore di un immenso palcoscenico, dove gli attori si muovono come colonne portanti delle emozioni del pubblico. Una delle scene che mi hanno più colpito è sicuramente quella del sogno di Mosè, in cui riaffiorano il suo passato, la persecuzione e la conseguente schiavitù degli ebrei da parte delle guardie del faraone, rappresentati attraverso geroglifici e figure dell’arte grafica egiziana. Un sapiente uso della CGI e degli spazi a disposizione crea l’illusione di vedere spostare la madre del protagonista, durante una disperata fuga per portare in salvo un neonato Mosè, dentro anfratti tridimensionali, eludendo la natura bidimensionale delle altre figure; metafora di quella che potrebbe essere la diversità tra le due fazioni, così come differenti sono il 2D e il 3D. Una sequenza incredibilmente ben orchestrata, che nulla ha da invidiare alle accortezze e creatività di molti registi contemporanei, mostrandosi attuale e ancor di più innovativa. A differenza degli altri lavori animati della Dreamworks, esenti da brani musicali che rievocano le atmosfere disneyane (con uniche eccezioni La strada per Eldorado e Spirit – cavallo selvaggio), il lungometraggio presenta un concept musicale maestoso e imponente. Le canzoni sono arrangiate egregiamente, e riescono a trasportare lo spettatore in quel contesto storico pieno di sacralità, mistero e passione. L’apertura della pellicola mostra gli ebrei cadere sotto le continue frustate delle guardie egiziane, mentre la vita dei personaggi viene sintetizzata in pochi minuti, come avviene tradizionalmente nei più riusciti musical di Broadway e affini.

Il frammento in questione rimanda alla sequenza iniziale de I Miserabili e il suo Look down, dove le similitudini con i poveri detenuti di cui fa parte anche il celebre “24601“, sono evidenti. Il tema musicale principale, partorito dalla straziante separazione tra Mosè e la madre, riecheggia dolcemente durante tutta la durata del film, e accompagna la crescita e il cambiamento del protagonista. L’evoluzione mistica dell’uomo destinato a liberare il suo popolo dalla schiavitù, è un bilanciato crescendo graduale che esplode letteralmente negli ultimi segmenti, prima della trionfale chiusura. Il fatidico e iconico momento della separazione delle acque del Mar Rosso, che permette agli ebrei di fuggire dalla terribile morsa del faraone Ramses, pianta un’immaginaria bandiera nel fertile terreno dei capolavori di celluloide, riempiendo l’anima dello spettatore con una sensazione di speranza, come se per un attimo si cancellasse dalla terra ogni forma possibile di oppressione. Nonostante le tematiche non siano proprio abbordabili per una rinnovata distribuzione, in questo periodo governato dall’animazione in computer grafica rivolta a un particolare tipo di target, sono convinto che Il principe d’Egitto sia uno dei pilastri più importanti del colorato universo animato; capace di comunicare in maniera intelligente, suggestiva e coinvolgente un messaggio che potrebbe essere considerato obsoleto. La spinta emotiva generata da questo variopinto mosaico esistenziale convince lo spettatore, toccando determinate corde che innalzano questo diamante del cinema d’animazione ai più alti livelli concepibili. Un lavoro pregno di passione e sentimento che consiglio vivamente a tutti gli appassionati e a quelli che non hanno ancora avuto modo di vederlo.

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