Il Grande Vetro

Sold out

di Davide W. Pairone 4 febbraio 2014Commenti

Mentre si levano i cori apocalittici dei censori e i più scaltri ammiccano e sgomitano, la Ragazza col turbante di Vermeer si appresta a catturare lo sguardo degli italiani nella mostra-evento organizzata a Bologna. Dal pulpito di carriere rette dal rigore scientifico più inattaccabile, personalità come Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio dardeggiano polemiche sull’inutilità di un’operazione schiettamente commerciale, sulla crassa ignoranza del popolo bue che si nutre di icone corrose dall’ostensione moltiplicata e svuotate oramai dell’aura di originario mistero e sacralità che un tempo apparteneva loro. In una versione strapaesana delle posizioni elitarie di soloni e cassandre della stregua di Marc Fumaroli e Jean Clair, i nostrani paladini del Bello rifuggono il volgo maleodorante che accalca le grandi mostre, macchine da soldi e da distrazione di massa che non rende giustizia ai capolavori permanentemente esposti a Bologna. Si potrebbe sorvolare sui conflitti d’interesse e le contraddizioni di chi ha costruito la propria fama su ospitate televisive, intrugli catodici, semplificazioni linguistiche che hanno ridotto l’arte all’aneddoto e alla banalità triviale da comizio. Ma non è questo il punto.

Accuse del genere hanno preso di mira diverse mostre recenti come Munch a Genova, cui si contesta l’attenzione sull’opera grafica del maestro norvegese a scapito della pittura, o Pollock a Milano, laddove di Pollock si vede invero ben poco. Opinione personale: la battaglia contro l’evento fine a se stesso, contro il nome sparato sui cartelloni per far presa sul grande pubblico, contro la frequente sciatteria di selezioni, allestimenti e cataloghi merita di essere combattuta, fino in fondo e senza sconti. Occorre tuttavia correggere un grave errore di prospettiva e considerare il sistema delle mostre temporanee nel più ampio contesto museale ed espositivo italiano.

Organizzare una mostra di Vermeer, Munch o Pollock non è uno scherzo. Si tratta di un investimento economico significativo che le istituzioni pubbliche italiane oramai non sono più in grado di sostenere. I costi di trasporto e assicurazione dei capolavori assoluti dell’arte internazionale sono altissimi, con fees e copyright non si scherza, senza contare allestimenti, servizi, personale e tutte le spese accessorie che in Italia lievitano con troppa facilità. Gli sponsor latitano e, tirando le somme, per rientrare in maniera ragionevole delle spese occorre far leva sulla pancia del pubblico generalista, sui grandi numeri che solo maestri del Rinascimento, impressionisti, Van Gogh e pochi altri possono garantire. Insomma, per certi versi dovremmo rallegrarci di successi preannunciati come le 100000 prenotazioni per la Ragazza col turbante, senza fare troppo le pulci alla pretestuosità degli accostamenti. Marco Goldin e la sua Linea d’Ombra organizzano ormai da anni mostre come “Gli impressionisti e la neve”, il “Paesaggio dal Seicento al Novecento” ed è programmata per la fine di questo 2014 persino “Da Tutankhamon a Van Gogh” (sic), una marcia inarrestabile di successi clamorosi quanto scientificamente traballanti. Nel frattempo il restante tessuto di musei, critici, curatori e appassionati agonizza lentamente o emigra mentre il patrimonio crolla a pezzi e il gusto, la cultura stessa del bello si livella su standard da bookshop. Ma attenzione, il circolo è vizioso: più l’attenzione si concentra sui blockbuster più sarà difficile in futuro organizzare anche le stesse mostre blockbuster.

Il circuito dei musei internazionali che custodisce piccoli e grandi capolavori appare sempre più restio a dare fiducia ai nostri professionisti, sprovvisti come sono di progetti solidi e articolati capaci di garantire adeguata tutela e valorizzazione delle opere. I nostri musei cadono letteralmente a pezzi, figuriamoci se possono rispondere agli standard di sicurezza richiesti non solo dalla Tate, dal Moma o dal Louvre ma anche da musei “minori” che spesso custodiscono le gemme più preziose e meno conosciute. Del resto il solco tracciato si fa sempre più profondo: i professionisti italiani vanno all’estero a dirigere musei ma se restano in Italia navigano a vista, da una sede espositiva all’altra senza la possibilità di sviluppare con continuità progetti, visioni, prospettive. Esposti a narcisismi, capricci e opportunismi di assessori e politicanti, ai quali tendono sempre più a somigliare, critici e curatori italiani vivono alla giornata cercando di costruirsi una rete di amicizie e clientele di minima sussistenza e allargando sempre più le maglie del rigore scientifico. Un panorama desolante, una slavina inarrestabile dalla quale non resta che fuggire il più lontano possibile.

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